mercoledì 30 marzo 2011

Un racconto sugli uccelli.

Racconto scritto per il concorso 'Io scrivo' del Corriere della Sera.

---

Mi chiama per sapere cosa ne penso, mi chiama perché gli dia il benestare, come gli animali in gabbia che ti chiedono il permesso con gli occhi per qualsiasi cosa, anche per vivere. Mi chiama K. e mi dice “C'è questo concorso, secondo te lo faccio?” Mi viene da rispondergli: Che ne so, Cosa vuoi da me?, Lasciami stare. Perché mi estraneo, mi stacco dal turbine di informazioni che mi avvolge nelle sue spire e mi stritola, giorno dopo giorno, il Morbo dell'Esserci lo chiamava T., poveretto, che brutta fine. Gli rispondo di sì, faccio pulizia mentale per impedire che K. percepisca il disordine nel tono di voce, ci metto anche un po' di eccitazione, dico bello, dico fantastico, dico K. devi farlo, devi partecipare assolutamente, e lui mi spiega quante parole vengono richieste, mi racconta come si chiama, il concorso, si dilunga in un flusso di pensieri suoi, che scarto e butto via mentre verso polvere di caffè nella moka, chiedendomi che senso abbia l'intera conversazione. Mi richiede “Tu che ne dici, lo faccio?” e io gli ripeto Ma certo, perché no? Perché no? Lo saluto, chiudo il collegamento, accendo il gas, non riesco a impedire che la domanda mi rimbalzi da una tempia all'altra. Perchénoperchénoperchéno.

Il racconto di K., da quel che ho capito, parlerà di uccelli. Che cosa ne sa di uccelli K.? Niente, ecco quanto ne sa di uccelli K.: un bel niente. Da quando ha letto l'articolo pubblicato su un quotidiano americano, scritto dal suo autore preferito del momento, non fa che parlare di uccelli e tutto quello che sa degli uccelli l'ha imparato da quel singolo articolo. Il fatto è che io gli uccelli li odio, mi fanno schifo, mi viene il nervoso a sentirli cantare, mi fanno ribrezzo a guardarli. Però accantono i miei gusti, non impongo le mie preferenze, lascio che K. si sfoghi parlandomi tutto il tempo di uccelli, degli uccelli del suo autore preferito, il più grande scrittore vivente lo definisce, e quando ne parla mi sembra di entrare in chiesa, guai a scuotere K. dalla trance di ammirazione in cui si cala senza preavviso, la voce gli si riduce al bisbiglio e lascia una frase a metà, si interrompe e tronca il discorso, si mette a fissare un oggetto a caso o a controllarsi le unghie con l'aria stupita dei drogati e degli innamorati. Quello che so io degli uccelli è che sono rettili evoluti, lucertole abbellite dalle piume, animali i cui escrementi sono così corrosivi da rovinare la carrozzeria delle macchine.

Ho lasciato il telefono staccato per bere il caffè in pace. Non voglio che K. mi chiami di continuo per incoraggiamenti, pareri, o anche solo per divagare come succede quando il Morbo dell'Esserci decide di dare un giro di chiave, dare una strizzata al cervello collettivo, è allora che K. mi chiama per divagare, per ingannare l'attesa piena di dolore che precede il mai troppo atteso rilassamento dello sfintere mediatico, il Morbo che fa una pausa per riprendere fiato e striscia nel buco dell'indifferenza dandoci il tempo di rialzarci, di riprenderci in mano quel poco di reale che è rimasto delle e nelle nostre vite. Questa cosa del Morbo K. non l'ha mai saputa perché T. l'ha sempre tenuto all'oscuro, poveretto, che brutta fine. Sosteneva che K. era troppo puro per sopportare l'esistenza del Morbo, diceva che noi, gli amici di K., dovevamo tutelarlo, proteggerlo, in modo che non smettesse di produrre divagazioni nei momenti critici. Non c'è niente di meglio di una divagazione di K. quando il Morbo dell'Essere ti sta masticando la faccia, mi ha detto T. molto tempo fa, non ho mai capito la sua predilezione per le metafore atroci.

Di uccelli mi piacerebbe sapere la specie di quello che canta ogni notte, da un mesetto a questa parte, quando rimango sveglio a cercare di seguire i suoi vocalizzi anche se vorrei riaddormentarmi. Sono arrivato al punto di credere che sia finto, un qualche dispositivo elettronico finalizzato alla sperimentazione sociologica, psicologica, uno scienziato col suo taccuino in mostra e un piccolo esercito di penne nel taschino, un ricercatore che non trova divertente il suo lavoro, anzi, ritiene della massima importanza segnalare le difformità comportamentali nei condomini, le cavie sono i miei vicini di casa, bisogna correlare gli sbalzi d'umore, il dottorando s'impegna a classificare la durata, l'intensità e la modulazione del canto uccellesco che si propaga in modo uniforme nel quadrante notturno. Perché è notte, notte fonda, c'è buio pesto e sento l'uccello chissà dove che fischietta motivetti allegri. Non è normale, secondo me non è normale. Gli uccelli di notte dovrebbero fare versi lugubri, da accapponare e rabbrividire, gli uccelli sani di mente se ne stanno zitti durante la notte. Non so se dormono gli uccelli, ma di sicuro al buio tacciono, tutti tranne questo fantomatico simpaticone. Ho detto a K. di parlare dell'uccello che canta di notte nei giardini condominiali ma K. non sapeva di cosa stessi parlando e quando mi sono reso conto di non averne mai parlato con nessuno ho deciso che sarebbe rimasto un segreto, così gli ho risposto che niente, mi ero confuso, che ero ancora assonnato, di lasciar perdere. Ho fatto la voce di chi ha la lingua impastata e gonfia di sete e di sonno, ho biascicato Fai finta che non ho detto niente.

Quando ho acceso la radio è partito il notiziario e la palpebra sinistra ha tremato. Non avrei dovuto accendere niente, l'idea era quella di rinchiudermi nel guscio casalingo e tappare fuori il Morbo, per qualche giorno, per consentire alla palpebra di smettere il tremito, al mignolo di stare immobile, alla prontezza di riflessi di lasciar perdere, alla violenza verbale di ritrovare l'opzione del silenzio. Colpa dell'abitudine, anni di esercizio pavloviano col telecomando in mano, che se non hai un giornale, una radio, una televisione, ti manca l'aria, ti senti in pericolo di vita, come se tutto ciò che ignori in questo momento stesse tramando contro di te. La storia infinita dove al posto del nulla cosa c'è che avanza, distruggendo tutto? C'è la mancanza di corrente forse, un gigantesco black out dell'informazione, una regressione del Morbo. Non voglio esserci, almeno per un po', aspettatemi se volete, se potete, se ne avete voglia, altrimenti non importa, mi arrangerò, salterò un capitolo del grande libro della quotidianità, e se scoppierà una bomba atomica me ne accorgerò solo vedendo il fungo nel cielo. È con tale pensiero che finisco il caffè, mi alzo e vado a tirare le tende, in modo da non poter vedere che fuori c'è il sole.

Gli uccelli. È vero che non ce ne sono più così tanti come qualche decennio fa. Posso testimoniarlo, mi ricordo la quantità di suoni che viaggiavano nell'aria e che adesso sono arrivati a destinazione per sempre. Mi ricordo che c'era sempre un guizzo scuro nella visuale che imparavi a cancellare dal percepito complessivo nel modo in cui non si prende nota delle mosche, delle comparsate, delle singole gocce d'acqua durante un temporale. C'erano, molto semplicemente c'erano, e adesso non più. Adesso ci sono solo i piccioni, con i loro pidocchiosi cadaveri evitati dai passanti, e le tortore, con il loro incessante e monotono richiamo da vecchia comare che non ha più la fede necessaria a recitare la parte della prefica con la pretesa di un dolore autentico. Un verso da rimprovero compiaciuto, lo detesto, è un verso che odio come odio gli uccelli e moltissime altre cose degne di essere odiate, e il mondo intero a volte è più che degno, specialmente di notte, con quel fischiettare solitario di chi, di cosa? Che razza di uccello sarà mai, forse saprebbe dirmelo il più grande scrittore vivente, il prediletto di K., che a volte me ne legge al telefono pagine intere, tratte da romanzi di culto, pagine e pagine che non ascolto con la dovuta attenzione e di cui non capisco nulla e alla fine non ricordo niente.

Tirando le tende vedo la donna, mi sembra che sia una donna a vederla da qui, da lontano, una donna vecchia, nel palazzo al di là della strada, la testa di questa vecchia donna con i capelli arancioni che guarda giù in strada, ogni giorno, per ore, non si capisce da qui l'espressione che ha sul volto, non si capisce se è sana di mente, se è triste o preoccupata o solo annoiata, magari soprappensiero, immersa in piacevoli fantasticherie. Aspetta qualcuno? La mia impressione è che sia pazza, o malata, o che abbia raggiunto un livello di comprensione e saggezza tali da sconfiggere il Morbo dell'Esserci una volta per tutte, diventando libera, serena, in qualche modo placata, benestante, sazia. Non so se compatirla o invidiarla, è un altro mistero dei tanti che il Morbo non mi racconta, il Morbo non mi spiega la donna, non mi spiega K. come fa certe volte a scrivere frasi che sono perle nell'ostrica e mi fanno pensare a lui come se emettesse della luce da dentro, non mi spiega T. e la sua brutta fine, poveretto, non mi spiega niente di quello che sarebbe veramente importante per me, e per tutti, sapere. Morbo spiegami l'uccello, per esempio, fammi comprendere perché sembra felice di cantare di notte, da solo, quando i poeti citano solo ùpupe, o upùpe, o upupè?, nei lugubri cimiteri piantumati a cipresso, mi vuoi forse dire che sono i poeti a sbagliare, eh, Morbo, eh? Rispondimi. Ho paura che la donna si volti verso di me e mi veda a sua volta.

Anzi no, non voglio sapere niente. La palpebra sta tremando, diventerà un tic, finirò pieno di tic nervosi a guardare giù da una finestra, con una parrucca di capelli arancioni come quelli del pagliaccio che rende obesi i bambini cattivi, in modo che diventino più saporiti e appetibili per il Morbo quando verrà a ingoiarli vivi. No, invece no, mi devo solo estraniare, disintossicare, evitando di leggere i giornali, ascoltare la radio, guardare la tv, navigare su internet. Basta che lasci fare agli altri tutto il lavoro del tenersi informati, del sapere a chi dare il voto la prossima volta, che tempo farà domani, chi è stato indagato per cosa, chi condannato e chi assolto, quanti bambini coinvolti in quali incidenti, i morti e i feriti, il pericolo di attentati di malattie di alieni che ti sbarcano sul tetto e ti ipnotizzano il cane, gli errori commessi e le conseguenze che hanno provocato, le responsabilità e le dichiarazioni ufficiali e le smentite e la probabilità che un'epidemia diventi pandemia. E niente che mi spieghi dove sono finiti tutti gli uccelli, che mi rassicuri sul fatto che non me li sono inventati, che c'erano davvero molti più uccelli in giro quando ero piccolo, anche se io li odio gli uccelli fa niente, non mi sembra un buon motivo per

C'erano uccelli anche in città, non solo in campagna. C'erano uccelli anche lì, più da città ma c'erano. Si capiva l'origine della gente da quanti e quali uccelli teneva nella gabbiette sul davanzale o sul balcone. Era gente che arrivava dal sud, era gente che teneva i canarini e uccelli del genere: colorati, allegri, canterini. Uccelli del buonumore, non come quelli che tenevano in gabbia dalle mie parti, nelle valli, per usarli come richiami viventi. Caricava la moto di gabbiette quand'era stagione e se avessi a quel tempo sfogliato certi albi di fumetti d'autore, tipo acquarello francese, tecniche miste americane, avrei pensato che fosse uscito dall'immaginazione di un illustratore: la moto che spariva sotto una catasta di gabbiette dozzinali, costruite a mano con bastoni e rametti per motivi di assoluta mimetizzazione, e le borse da viaggio, le armi, le sacche, le attrezzature, le scarselle, il cacciatore spariva dentro un agglomerato di balocchi che, ripieni di uccelli spaventati, davano un alone di eccitazione festosa all'apertura della stagione di caccia, tutto ciò fino al colpo di pedalina, al primo scoppio nella camera di combustione, il petardare nella marmitta faceva tacere l'intera collezione dei volatili da richiamo e capivi che qualcosa di importante era finito prima del tempo, così, come finisce l'infanzia o un sogno febbrile.

Mi suona il cellulare, è K., mi dice “Sono io, K.” e io dico Lo so, lui dice “Ti chiamo solo per dirti che hai messo giù male” e io fingo stupore e ringrazio, dico Vado a vedere, K. dice che più tardi prova a richiamarmi “Per vedere se hai messo giù male o se è un problema di linea” e io dico Speriamo di no, sarebbe una bella seccatura, la linea, un bel problema. Lui fa una pausa per farmi intendere che è consapevole di tutto, che non dovremmo, che è assurdo esserci ridotti a questo, a far finta che, a fuggire da, poi dice “Vedrai che hai solo messo giù male, ci sentiamo più tardi” e chiude il contatto. Penso che potrei lasciare il telefono staccato e avere la scusa della linea rotta, sarebbe un modo per sottolineare la mia estraneità volontaria, il fuggire il più lontano possibile dal Morbo, anche a costo di perdere le divagazioni di K. che T. considerava poderose ancore di salvezza, è l'unica volta che l'ho sentito usare l'aggettivo 'poderose', poveretto, che brutta fine. Sono indeciso, me ne starò qualche secondo qui in piedi, con il cellulare in mano a decidere il da farsi, con calma, con la cercata precisione di chi vuol fare le cose per bene, come si dice, il puntiglioso.

E pensare che ho anche tenuto degli uccelli. Pappagallini. Come molti animali in natura, se non stai attento i piccoli vengono ammazzati. Non hanno il minimo senso di colpa gli animali poco evoluti. Come discriminante per separare gli animali accettabili da quelli odiosi non userei criteri di intelligenza, come il riconoscersi allo specchio, schiacciare il bottone giusto per ricevere un premio, trovare la soluzione ai rompicapi, no, sceglierei il senso di colpa. Gli animali che sanno cosa significhi sentirsi in colpa da questa parte, gli altri invece tutti qui da me, dentro alla mia capiente scatola dell'odio. Tenevo le cocorite dentro una bella gabbia enorme, costruita con le mie mani, e dentro di me cercavo di soffocare l'odio, dimostrare a tutti che non odiavo quei teneri e simpatici esserini. Non è come pensavate, non sono come pensavate, guardatemi, sto nutrendo le cocorite, ho perfino dotato la gabbia di molti accessori per renderla confortevole. Dovete ammettere che non le odio davvero, che sono una brava persona, che nessuno mi odierà mai senza un vero motivo come faccio io con gli uccelli, facevo, non faccio, volevo dire facevo, prima di scoprire che non si devono odiare gli uccelli, che si devono amare come faceva quel Santo che addirittura ci parlava.

Invece quanto li odio, ma come potrei chiedere a K. di cambiare argomento, di scriverlo sui pesci, il racconto, sui gatti perfino, che li odio anche quelli, odio tutto e tutti, ci sono dei giorni come oggi che il sentimento più vicino alla pietà che riesco a provare è l'odio immotivato, e mi mi ci metto anch'io nella lista, odio anche me stesso, se può farti sentire meglio, odio i pappagallini che non volano via quando gli lascio aperta la gabbia, se ne stanno lì a fissarmi dubbiosi, increduli, apatici, in grado solo di zufolare, arrampicarsi sulle sbarre, mangiucchiare semini vari, scagazzare in giro, condurre una vita approssimativa nei confini artificiali che io ho deciso per loro, senza nemmeno concepire l'idea della libertà, della salvezza, la possibilità di fuga che gli viene offerta in un momento di oppressione dell'animo, quando il Morbo si distrae e per un momento intuisci la tua sorte e desideri che non sia la stessa di tutti gli altri, vorresti una sorte tua per intero e al contempo sei terrorizzato dall'ipotesi che venga soddisfatta la richiesta, così apri la gabbia, dici Tornate nel vostro elemento naturale, immagini che sia la gabbia in cui ti senti a spalancarsi, tu a volare via, e loro cosa fanno? Rimangono fermi, i pappagallini, ti fissano come se l'uccello fossi tu, e ti fanno sentire incompreso e deriso.

Non appena ripristino il collegamento il telefono suona, è K. che mi chiede se ho un momento, un momento solo, sarà rapidissimo. Guardo l'ora, è ancora presto, gli dico K. ho tutto il tempo del mondo, e sono convinto che sia la verità, dev'essere per via del silenzio, nemmeno il ronzio della ventola che raffredda l'alimentatore, il rumore che pervade le lunghe ore di lavoro davanti al computer che mi riempiono la giornata. Gli dico Sai cosa, K.? Lui dice “Cosa?” Gli dico Forse oggi non lavoro, quindi ho tutto il tempo del mondo. K. mi dice “Tu non ce l'hai un lavoro” e ridiamo. Gli dico Non ho un lavoro, questa è bella K., proprio bella, e lui non dice niente, è come se lo vedessi annuire, imbarazzato, ma io mi sento meglio, vorrei dirgli non è come T., poveretto, che brutta fine, è diverso, io non sono lui e tutto finirà bene, vorrei solo che il Morbo crepasse, venisse giù un dio qualunque a prenderselo, sono solo in overdose di informazione, vorrei dare a K. solide rassicurazioni ma se apro bocca so che gli direi divaga, glielo ordinerei con rabbia: divaga, K., divaga! E come se mi leggesse nel pensiero K. attacca a divagare.

Mi racconta del paese dei nonni, ce lo portavano in vacanza, ovvero ci finiva tutte le estati, a casa dei nonni, dal primo all'ultimo giorno di chiusura delle scuole. Non che gli dispiacesse, i suoi genitori passavano ogni tanto a trovarlo, “Non dico che venivo abbandonato”, precisa K., “Non sto dicendo quello”; K. non sta mai dicendo quello che sta dicendo, K. è immune, K. va preservato, gli dico Non divagare, glielo dico solo perché anch'io non voglio dire quello che sto dicendo. Posiziono il telefono fra testa e spalla, ascolto, ogni tanto interrompo, cerco di non perdere il filo quando si avventura in sviluppi laterali, e con la biro cerco l'uscita dall'editoriale del giornale di ieri, pensando che è la pelle morta del Morbo, che la cambia tutte le notti, al canto dell'uccello il Morbo si spoglia contorcendosi nel sonno, provocando vibrazioni nel terreno, scosse che popolano di ansia i nostri sogni. Trovare l'uscita da un articolo di giornale consiste nel partire dall'alto e scendere negli spazi tra le parole, lentamente, come una perdita da una tubazione che si insinua nelle crepe di un muro, l'avverarsi di un meticoloso allagamento che avviene di soppiatto, tra le righe, nel sottotesto.

Nel paesino di K. non ci sono uccelli. È lo spunto per il racconto sugli uccelli che vuole mandare al concorso. Aprono una fabbrica e tutti gli uccelli scappano via. Dovrebbe essere un segnale chiaro ma la gente non se ne accorge, non se ne cura, preferisce sacrificare gli uccelli che restare senza lavoro. K. si blocca e spiega “Senza lavoro nel senso, ecco, la fabbrica è l'unica fonte di reddito per gli abitanti” K. si impappina ma quando realizza che non ho niente da contestare riprende con gli uccelli e parla di gufi, di gheppi, di rondini e storni, parla di corvi, dice che in paese sono rimasti solo i corvi, che la puzza della fabbrica a volte è così forte da intontire, che sulla lingua sa di agrumi andati a male. K. dice che le persone una per una si ammalano e a quel punto non lo ascolto più, mi concentro sul trovare l'uscita e calco tanto con la biro da strappare la carta del giornale. Sto per dire a K. che il suo racconto oggi non lo voglio più sentire, oggi sto bene senza, ma non lo farò, non gli dirò niente, lo ascolterò parola per parola senza lamentarmi, senza lasciarmi sopraffare dall'impressione di essere chiuso in gabbia.

K. divaga. I soldati. Cosa c'entrano i soldati? Niente, ma servono, eccome se servono. I soldati sono la divagazione di K. che arriva a tirarmi fuori dal comodo bozzolo di seta tessuto dal Morbo. Inizia con un filo di bava, poi ti avvolge e ormai è troppo tardi, hai smesso di pensare, hai permesso al Morbo di impossessarti delle tue facoltà critiche, le tue opinioni d'ora in poi le andrai a succhiare già pronte dalla bocca del Morbo. Il motivo per cui i soldati sono importanti è che non c'entrano niente, non so K. da dove li abbia fatti sbucare, so solo che a un certo punto è normale che ci siano, nel paese del suo racconto non ci trovi nulla da ridire sul fatto che vi siano in giro pattuglie di soldati, è un normale susseguirsi di concatenazioni logiche di K. a portarli qui, li ha convinti a uscire dalle caserme per occuparsi delle esigenze narrative, in modo che tutto vada a posto, l'uccello notturno avrà un nome e un motivo per cantare, la donna vecchia avrà una storia di nostalgia per le sere d'inverno e il carattere deciso che serve per affrontare ossa doloranti e bruschi risvegli, arrivano i soldati e va tutto a posto, chiunque non fa che ripetere in giro che andrà tutto bene.

I soldati vengono schierati davanti al teatro parrocchiale, in attesa dell'arrivo del Generale e dei suoi prestigiosi ospiti. Percorrono le mille curve delle strade secondarie per arrivare in un paese ai confini del mondo civilizzato, l'ultima fabbrica sul bordo delle regioni selvagge che si oppongono all'avanzata del progresso, della tecnologia, dell'avida e implacabile fame degli uomini sfuturizzati. Li chiama così, K., uomini sfuturizzati, privati del futuro chirurgicamente mediante un complicato intervento sul cervello del feto allo scadere della ventesima settimana di gestazione. Gli uomini sfuturizzati sono sempre contenti, hanno sempre qualcosa da fare, vivono in un infinito presente e accumulano come fanno i topi ogni sorta di oggetto, materiale e immateriale, senza mai averne abbastanza, senza la scusa di fare scorta per un domani che per loro non esiste, è stato asportato col bisturi, uomini modificati nel profondo a tal punto da non riconoscersi più nello specchio. Di punto in bianco erompe il concetto di vecchiaia nella consapevolezza degli sfuturizzati e il cervello implode, finiscono a girovagare con la testa china dei perduti e disperati. I soldati li catturano, o meglio li raccolgono, e li conducono alla più vicina frontiera. K. si esalta e grida nel microfono “Vengono liberati! Capisci?” e io mento, gli dico Sì, grazie, ho capito benissimo.

Nel teatro si esibisce una ragazza senza nome, nel senso che K. non ha ancora deciso come chiamarla. Mi chiede “Come vogliamo chiamarla?”, io rispondo Maria, un nome a caso. La ragazza di nome Maria non ha mai accettato di esibirsi per il Generale, ha fatto una scommessa col Generale mettendo in palio se stessa, ha scommesso che mai il Generale avrebbe vinto. “E invece” dice K., come se mi stesse rivelando che devo farmene una ragione, e mi sembra di sentire T., era lui che si compiaceva di sottolineare l'ovvio, era T. che ridacchiava riportando le principali notizie del giorno, elencando le diverse opinioni con pennarelli di diversi colori sulla lavagna della sala riunioni, tutto questo prima che, prima di, poveretto, che brutta fine. Dico a K. che sta parlando come T. e lui ci rimane male, si interrompe, dice “Ho cambiato idea, non lo scrivo più” ma non riaggancia. Stiamo in silenzio, entrambi con la voglia di aggiungere un'ultima parola, lui facendo chissà cosa dalla sua parte, io cercando di stabilire se è il caso di chiedere a K. informazioni sugli uccelli in generale e sull'uccello notturno in particolare, sapendo che l'identificazione può basarsi sul canto, l'unico aspetto che conosco è il canto, però non lo so riprodurre e non l'ho registrato. Mi propongo di registrarlo al più presto, magari stanotte, e spero che non se ne sia volato proprio adesso, lasciandomi senza prove per dimostrarne l'esistenza.

Per essere un racconto che parla di uccelli nel tuo racconto ci sono pochi uccelli, dico. K. ride. Secondo me, dico, dovresti metterci un uccello notturno, di quelli angoscianti però, non di quelli felici. K. dice “Esistono uccelli notturni felici?” rendendo inutile il giro lungo che stavo facendo per parlarne senza fare la figura di chi sta confondendo sogno e realtà. Esiste? Hai delle prove? L'hai registrato? Eludo la domanda e gli dico che i corvi non vanno bene, ci vogliono uccelli notturni angoscianti, di quelli che inducono riflessioni e aprono parentesi di compassione nelle menti dell'ascoltatore, una sorta di preghiera laica per sistemare la coscienza degli sfuturizzati. Quando gli parlo di sentimenti o di concetti astratti in generale K. non interloquisce, si chiude come se avesse di fronte un sospettoso analista, uno specialista in discipline arcane, con la diffidenza tipica di chi non vuole lasciarsi esaminare, rivelare troppo di sé. Gli dico Secondo te è possibile che gli uccelli notturni siano in qualche modo terapeutici? K. dice “Sì, è possibile, ma nel mio racconto ci sono i corvi, solo i corvi.”

Il Generale ha vinto. Ha vinto la guerra, ha vinto la scommessa, ha vinto l'esibizione di Maria. Il Generale è venuto a riscuotere. K. tratteggia la scena con le mani, lo so anche se non lo vedo, fa sempre così, come se la dipingesse. Mi dice su quel filo c'è un corvo, e ce lo vedo a puntare il dito, lì ci sono i soldati schierati, le luci del teatro sono deboli lampadine a basso consumo, molte di esse sono bruciate o tenute spente per risparmiare preziosa corrente. Da qualche parte c'è Maria che si prepara a ballare e a cantare per il Generale. Maria che ha sempre saputo di andare incontro a una sconfitta. Maria comunque decisa a dare il meglio di sé, come se non fosse questione di ambizione e sopraffazione, e mi vedo K. fare quadrato davanti a sé con pollici e indici per inquadrare la faccia del Generale, gli occhi del Generale in primo piano, il Generale che aspira alla grandezza e si eccita come chi possa tramandare i propri geni inseminando il mondo intero, stuprando e ingravidando la Storia di se stesso, provocando cicatrici sempiterne sulla corteccia dell'albero della vita e della morte, incidendo a fuoco nella carne del tempo le seguenti parole: chi viene dopo di me subisca il peso del mio nome.

Guardo l'orologio, è tardi. Lo dico a K., gli dico Tra poco devo andare, e sento il verso dell'uccello notturno. Senza accorgermi di parlare chiedo Hai sentito anche tu? e K. dice “Sì” poi dice “Cosa?” ma sono sicuro di averlo sentito e mi dirigo alla finestra, la apro, mi sporgo, guardo verso gli alberi più vicini, K. parla e gli dico Zitto, aspetta, lasciami ascoltare, Eccolo, dico, Adesso lo vedo. È un uccello piccolo, scuro, non ha niente di particolare che lo renda piacevole alla vista o in qualche modo attraente. Dico nel telefono È un uccello insignificante e K. dice “Eh? Cosa?”, gli dico L'uccello notturno felice non è niente di che, è grigio, K. dice “Non esistono uccelli notturni felici”, non insisto, me ne sto a guardare per sincerarmi che non sia un'illusione, un insieme di foglie che hanno la parvenza di, e l'uccello notturno felice apre le ali e vola, mi passa davanti in una parabola che rende visibili le piume brillanti sotto le ali, blu elettrico. Mentre lo incito a volare e gli ricordo di essere libero, so che lo odio, sento che odiarlo può solo farmi bene, farmi sentire meglio. Dico Lo odio, K., lo odio, e K. dice “Eh? Chi?”

K. riprende a raccontare la storia che mai scriverà, il concorso è solo una scusa come un'altra per divagare, per tenere a bada il Morbo. K. chiede “Mi stai ascoltando? Che ti succede?”, non succede più niente, chiudo la finestra e gli dico Sì, è volato, adesso non c'è più. “Posso finire? Faccio in tempo?”, mi chiede e io dico Certo, ma certo. K. parla di Maria, dell'esibizione di Maria, dell'effetto della voce di Maria sulla mente degli sfuturizzati. Non lo seguo più, ho perso il segnale, sono scivolato, il Morbo mi abbraccia come una madre egoista e mi ritrovo a pensare al traffico, all'inquinamento, al costo della vita. Sto pensando che devo lavorare, devo guadagnare, devo consumare. Sto pensando ai nuovi manifesti pubblicitari grossi come intere facciate dei palazzi, ai dirigibili, sto pensando ai film in prima visione, agli attori, alle modelle. Penso alla vacanza, alla potenza, alla violenza, alla prestanza. Sto pensando a T., poveretto, che brutta fine, Sto pensando ai volti sorridenti dentro la televisione, alle folle urlanti, ai gioielli e agli aerei privati, ai vincenti che piangono davanti alle telecamere e ai perdenti che sorridono e battono le mani per non apparire invidiosi e scontenti.

Il racconto di K. finisce così: gli sfuturizzati che ascoltano la voce di Maria non vogliono più venire liberati, non si lasciano deportare alla frontiera, vogliono invecchiare qui, insieme a tutti gli altri, vogliono perdere i denti, diventare sordi, rompersi il femore, insistere per festeggiare il Natale coi parenti, annoiare con futili elenchi di malanni, l'intero pacchetto vecchiaia completo di accessori. Non serve a nulla insistere perché si adeguino alle necessità della nazione, alle esigenze delle nuove generazioni, perché tornino a essere gli inconsapevoli ingranaggi del complesso meccanismo sociale che permette ricchezza e abbondanza, tutto quanto in cambio di qualche semplice e inutile anno di avvenire. Gli sfuturizzati non sono più suscettibili alle accuse di egoismo e non rispondono ai trattamenti farmacologici. Il Generale muore, la fabbrica chiude i battenti e ritornano a vedersi gli uccelli nel cielo. Il Morbo quello invece no, non viene sconfitto, il Morbo rimane, diventa se possibile ancora più forte. “E un bel giorno di te non si è saputo più niente”, mi dice K., e il telefono produce per l'ultima volta il segnale di batterie quasi esaurite, quindi si spegne da solo.

Nessun commento: