mercoledì 22 giugno 2011

Gli idrocarburi si sono formati tutti nel periodo Carbonifero grazie a una particolare combinazione di fattori e condizioni irripetibili. Gli idrocarburi non si riformano, sono carbonio imprigionato nel sottosuolo nell'arco di milioni di anni che stiamo reimmettendo nell'atmosfera nel giro di un paio di secoli.

mercoledì 15 giugno 2011

Al di lei servizio (1 di K)

Bestiacce, orride bestiacce artificiali. E lei che coraggio a chiedermi la digitazione, lei che sa quanto odio gli animali meccanici, ne approfitta per mettermi alla prova, come se non bastasse il fatto che ogni giorno, puntuale, spalanco i tendaggi, dischiudo le veneziane, isso gli stendardi e con essi abbandono il terrore di brutte sorprese, l'incubo ricorrente di entrare nella stanza e non sentirla russare, perché lei non lo sa che russa, un russare lieve e costante, un tremolio mucoso che assomiglia a un garrito vittorioso, almeno a me fa quell'effetto perché mi significa che è un giorno come ieri, come il precedente ancora, un suono rassicurante che posticipa la rivoluzione che ho progettato nei dettagli, ho scritto l'elenco delle persone da informare, ho preparato l'ultimo abito che lei indosserà, ho illustrato la disposizione che dovrà assumere la mobilia per l'esposizione, in modo che i candelabri non rischino di appiccare il fuoco ai veli ricamati. Entro e trovo lei sveglia che accarezza una specie di ermellino, una faina, un'orrida bestiaccia artificiale e lei dice Caro saresti così gentile da praticare la digitazione, lei mi chiede Non lo trovi intrigante?, dice proprio intrigante, e io che sto valutando la profondità del viola attorno ai di lei occhi rispondo che sì, lo trovo interessante, e lei è indispettita perché non lo trovo intrigante, e lei assottiglia le labbra che noto essere più bluastre del solito, e lei mi dice Caro ti dispiace occuparti della ricarica, temo di essere una frana in certe cose, e sorride, tira la pelle del volto in un sorriso, la luce della finestra riesce a passare attraverso la pelle di lei sottile, quasi trasparente, che mi sembra di vedere le di lei ossa del cranio.

Dev'essere un regalo del principe, non so come faccia a mantenere l'ascendente su di lei, dopo tutto il male che le ha fatto, dopo che è stato formalmente bandito dalla casa, scommetto che questa bestiaccia l'ha fatta entrare lui, l'ha programmata lui. È anche di scarsa qualità, penso, mentre avvicino una sedia al letto di lei e mi siedo a digitare nella pelliccia artificiale, movimenti coordinati, semicerchi, diagonali, mi viene la nausea nel percepire i fremiti che il mustelide posticcio fa correre nei cavi nascosti, nelle ruote dentate, nelle fragili sospensioni idrauliche. Lei dice Sei molto bravo, dove hai imparato? Dico Talento naturale e lei ride, il più delle volte non so perché ride ma non mi interessa, mi piacciono i suoi occhi quando ride e il suono che fa. Ripeto a voce più alta che è un talento naturale e mi lascio andare anch'io, dimentico il principe e l'ingegnere, dimentico che dovrei già essere per strada, dimentico i dottori e gli amministratori, gli agenti monomandatari che mi stanno certo aspettando al piano di sotto per elencarmi i punti salienti e tranquillizzarmi sulla natura transitoria delle clausole capestro. Ogni volta che mi arrendo all'impulso del riso poi mi sento triste, quando il sangue ha bruciato la sostanza esilarante, quando mi ricade addosso il mondo perché non c'è più la risata di lei a tenerlo sospeso, e ridere in quel momento mi appare così simile alla copula, solo più igienico e meno osceno, mi pento sempre di aver riso, di aver espulso dal mio corpo quel poco seme di buonumore che è già un miracolo per uno della mia età. E adesso guardo dalla finestra e il panorama è impolverato, la luce più stanca, il tempo rallenta per farmi il dispetto di un giorno lunghissimo.

L'interno della bestiaccia ha tintinnato, le batterie sono al massimo, lo consegno all'abbraccio di lei con il manierismo di chi sta biasimando in silenzio, mi inchino e dico con il tono di voce più freddo possibile che adesso se per lei va bene io mi congederei. Lei accarezza l'orrida testa pelosa, le palline vetrose gialle e nere che mi fissano, e mi dice Grazie, non so cosa farei senza di te. Faresti quello che stai facendo comunque: spegnerti dentro a quel letto, chiuderti nella camera padronale con la bella vista sul roseto e i campi terrazzati che portano giù fin dentro a piazza vecchia, ecco cosa faresti senza di me, staresti comunque in attesa delle campane di mezzodì per metterti in ginocchio e pregare il dio dell'appetito. Pensi che non lo sappia? Credi che non ti conosca? Mi inchino di nuovo alla di lei presenza, facendo attenzione a tenere basso lo sguardo, dico che è un piacere, che è un onore, e quando mi tende la mano sto bene attento che le mia labbra non entrino in contatto, che sia solo il mio alito a sfiorarla. Quindi esco, mi chiudo i battenti alle spalle come se fossero il coperchio di una bara, come se stessi chiudendo lei dentro e non me stesso fuori, e mi sento finalmente libero di concentrarmi su qualcosa che non sai lei, torno in possesso di un naso che odora, non c'era che odore di morte da odorare lì dentro, torno in possesso di una bocca che sbava, c'era un veleno nell'aria che seccava le fauci lì dentro, torno in possesso di orecchie che odono, c'era il fischio assordante della di lei presenza lì dentro, torno in possesso delle mani e dei piedi ansiosi di maneggiare e camminare, di un cervello per difendermi dall'inferno della gente, un cuore per tentare di sopravvivere. Scendo le scale di corsa e spingo via un avvocato che appena mi vede si stacca dal muro, getta la sigaretta e sventola le carte, dico non ora, non adesso, le consiglio vivamente di prendere in considerazione l'eventualità in cui e non finisco la frase scappo fuori e mi fermo a faccia in alto, rivolta al sole, temendo di esplodere.

Ci sono dei paletti infilati nel terreno, si sente il rumore di una mazza e la voce dell'ingegnere che non può fare a meno di urlare consigli e rimarcare ormai ben note disposizioni. Fai attenzione alla cuspide, è quello che dice al primo colpo di mazza, sarebbe meglio inclinare di altri quindici gradi, siamo proprio sicuri sicuri che sia rinforzato a dovere? Sono giorni che mi tocca subire la presenza dell'ingegnere entro i confini della proprietà. Sta realizzando un binario, una sedia a vapore, un circuito che, nelle promesse, dovrebbe contribuire alla di lei guarigione, per chi voglia assecondare le teorie di quelli che scommettono sulle cause psicologiche. L'ingegnere ha investito del suo, vuole dimostrare l'effetto terapeutico dell'accelerazione, dice che a una precisa velocità da lui stesso calcolata verranno spezzati certi legami emotivi, certe pulsioni inconsce, e per questo va sprecando paletti, alcuni grossi come tronchi, che sarebbero più utili altrove. L'ingegnere che per verificare le pendenze e dare consistenza a calcoli parabolici ruzzola nei prati e quando si rialza grida Tutto bene non mi sono fatto niente! come a prevenire chiunque si sentisse in dovere di chiederlo. Ignoro i suoi gesti di richiamo, non ho intenzione di ascoltare i suoi vaneggiamenti matematici sulla truffa del calcolo infinitesimale, non voglio essere inglobato nelle presunte cospirazioni degli intellettuali e nelle ripicche paranoiche da cattedra universitaria, mi interessa solo raggiungere il mercato, incontrare per caso il principe e quindi ucciderlo, controllare di persona che la vita gli scivoli fuori, spezzargli il collo o pugnalarlo, non ho ancora deciso i dettagli.

Mi lancio verso la dispensa tenendo alzato il dito indice, un minuto mi serve solo un minuto devo prima sbrigare una faccenda improrogabile, e invece raggiungo il portoncino di servizio e mi lancio fra i muretti a secco cercando di evitare le pozzanghere. L'ingegnere mi ha seguito e sta lanciando richiami, aggrappato al portone, con quella sua voce eternamente piccata, incapace di vincere il tabù del metter piede nel selvaggio territorio abitato da servi e contadini. Sto pensando alla testa del principe, a quanto è brutta e malfatta la testa del principe. Come ha osato mandare a lei un animale meccanico, come ha osato farlo di nascosto, per il gusto di oltraggiare l'onore della famiglia un'altra volta ancora. Gli sarei piombato addosso come una folgore, l'avrai schiacciato con una mano sola. Al mio passaggio si zittiscono le rane nei fossi, le cicale sotto i rami degli alberi di confine. Al mio passaggio si tolgono il cappello i fornitori e i parenti alla lontana, aprono i ventagli le dame e rispettive damigelle, rallentano i carri, i bambini nascondono la faccia, so dove trovare il principe, so dove va a ubriacarsi e a cercare compagnia. Infatti eccolo con il bicchiere in mano, il bastone appeso al braccio e la gamba piegata del folle impiccato a testa in giù, eccolo che sorride tenendo le spalle indifese come solo un principe le può tenere, colui che per nascita e rango non ha nulla da temere, ottima costituzione, ottimo umore, un principe di nome e di fatto, con la mascella uguale a quella del trisavolo in armatura che partecipò alle terza crociata, il cui volto sarà presto dipinto a olio e aggiunto alla collezione che riempie le scalinate del palazzo.

lunedì 13 giugno 2011

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (41 di N)

Quando c'hai un figlio una delle cose che cambia è che la gente usa tuo come interfaccia per stabilire un contatto con te, un mouse, un joestick, come li chiamano adesso, remote controller?, movement reader?, brain eater?, insomma molte persone parlano con te ma si rivolgono a tuo figlio. Alcuni si spingono alla violenza, come il mio edicolante di fiducia che gioca con mio figlio a ricorrersi e farsi i dispetti per avere la scusa di riempire di botte me, così, per gioco, si scherza, si ride. Altri invece come ieri alla fiera un venditore ambulante, di cosa? Cosa vendeva? Tascabili da due soldi con illustrazioni di femmine seminude in copertina o erano manuali per approfondire cervellotiche discipline esoteriche? insomma il signore con la faccia tipica della batteria di pentole isole comprese domanda a mio figlio 'Ma il tuo papà legge?' Non so il vostro, ma il mio di figlio non dà confidenza agli estranei nemmeno dietro promessa di ricompense. Rispondo io per lui, è così che fanno moltissimi genitori, fateci caso, domandate una cosa al bambino e risponde il genitore (o la genitrice, ancora oggi che siamo entrati nel futuro si distinguono per il fatto che il genitore tiene la postura rigida di chi ha paura che il cane stia per fare la cacca davanti a testimoni, la genitrice invece usa tesoro o amore come intercalare, tesoro amore vieni qui amore vieni tesoro qui mi senti? Amoruccio? Tesorino?) Per la cronaca allo spacciatore di supporti cartacei per immondizia parolaia ho risposto che sì, il papà legge, ma non oggi e il prendi oggi paghi tra vent'anni s'è lamentato ha protestato ha detto ma guarda un po' legge sempre ma proprio oggi no.

La fiera del patrono anno dopo anno è stato un calando nell'obbrobrio. Anni fa c'erano i conigli nani con intorno bambini pronti a toccarli e gridare e ridere forte, adesso c'è la sfilata di moda per bambini organizzata da una marca modaiola, col supporto della banca e lo sponsor di una società di assicurazioni per la famiglia. Anni fa c'erano solo dei volontari a friggere salamelle e parte del ricavato sarà devoluto, adesso ci sono casupole prefabbricate che spacciano birra artigianale e panini con carne precotta la sera prima e conservata in scatole a chiusura ermetica. Se vuoi qualcosa adesso devi prima cambiare i soldi veri con dischetti plastificati che dietro c'è l'immaginetta del santo patrono e davanti c'è scritto vale un euro e capisci che c'è sotto un giro di percentuali che richiedono certezza di fatturato. Comunque quando c'hai un figlio ci vai alle fiere perché avere un figlio consiste che sei obbligato a uscire di casa per andare in posti che possono piacere a un bambino. Se esci per andare con un bambino in posti da adulti o il bambino lo scarichi sempre nelle braccia di qualcun altro cosa ci fai qui? Cosa te ne frega di sapere cosa cambia quando c'hai un figlio che tanto tu è come se non ce l'avessi non è un problema tuo prego signor pseudopadre mi permetta di indicarle l'uscita. Che in fondo, diciamolo, sono i bambini che ci portano in posti che piacciono anche a noi, quante volte ho visto padri cedere al divertimento con la faccia così felice da rendere perplessi e angustiati bambini abituati alla serietà e alla compostezza?

Stavolta no, la fiera non è stata divertente, ogni anno che passa lo è sempre di meno. Sono diventati così tanti a vendere bibite e panini che si lamentano del rischio di non portare a casa nemmeno le spese. Quando c'erano solo i volontari a fornire il servizio di ristorazione sui generis tiravano su un mucchio di soldi, volevo dire, non dovevano dividere la torta in mille, ma sono stato zitto. E i cavalli, la fiera la fanno nell'ex ippodromo e anni fa c'erano volontari che facevano salire i bambini, gratis, sui cavalli, senza motivo, solo perché è possibile, può darsi, che ai bambini piaccia salire sui cavalli, fa niente se sono cavallini, fa niente se vanno al passo, fa niente se dura solo cinque minuti, succede che i bambini sono così strani a volte che se gli dici vuoi salire sul cavallo loro gridano sìììì e fanno i salti di gioia. Eh, i bambini sono strani, cambiano un sacco di cose quando c'hai un figlio, poi non dire che non ti avevo avvisato. Fatto sta che quest'anno niente, c'è il cartello 'battesimo della sella' che gli altri anni non c'era nessun cartello stupido come questo, però niente cavalli né qualcuno che fisicamente permetta l'esperienza. I bambini sono anche così bizzarri che se gli dici vuoi andare sul cavallo e poi gli dici non si può ci rimangono male, pensano che tu ti sia preso gioco di loro per il puro gusto di infliggere emozioni negative.

Quando c'hai un figlio parlano con lui per vendere le cose a te. Infatti le signorine prima gli hanno fatto i complimenti, lo fanno anche con gli uomini adulti per schiavizzarli, è la tecnica delle moine, la trovate nei migliori manuali di tecniche di adescamento e controllo della mente. Dopo i complimenti arriva un gran sorriso, ciglia che sbattono e infine la richiesta, in questo caso 'Me lo fai un bel disegno?' e mio figlio dice 'No grazie' (Bravo figlio! Sono orgoglioso di te!) ma le signorine non demordono mai di fronte alle patetiche difese della vittima predestinata, sono certo sia implicata una questione genetica posizionata tra la perseveranza e la testardaggine, 'Se mi fai un disegno bello vinci la gara e lo mettiamo sul nostro sito di internet che tutti vedranno quanto sei bravo', e mio figlio dice 'Seeeee' come dire 'Bel tentativo non sai fare di meglio' (Figlio mio! Tuo padre è orgoglioso fino alla commozione!) e la signorina si piega sulle ginocchia, avvicina la faccia e implora 'Daiii, falo per me' e mio figlio cede (Ce l'hai messa tutta, bambino mio, va bene così, è la genetica non puoi vincere è la genetica il testosterone la natura darwin o così o l'estinzione). Fatto sta che il giorno dopo riporta il disegno e il gabbiotto delle signorine è chiuso, il bambino piange dice ho fatto il disegno eravamo d'accordo e io dico forse sono a pranzo, forse va spedito, prendo il disegno e faccio finta di leggere le istruzioni e dico sì, va spedito, ecco perché non ci sono le signorine, non gli dico che è sempre così, che si deve abituare alle delusioni provenienti dalle signorine (diciamo da certe signorine, non tutte, sennò si generalizza, erba un fascio, maschilista eccetera, diciamo solo certe signorine, una minuscola percentuale di signorine che non sono rappresentative dell'intera casistica), anche quando sembra che ti implorano in realtà ti stanno inc

Quando c'hai un figlio una delle cose divertenti sono i disegni che fa. Sono responsabile del disboscamento di chissà quante foreste finlandesi. Non lo sapevate? In nord europa c'è l'industria del legname, ripiantano le foreste che tagliano, è un business, la faccenda dell'amazzonia è leggermente sfruttata a scopi propagandistici, come gran parte delle fesserie di cui vi ingozzano giornali e tv. Però se vi fa piacere mi assumo la colpa dell'amazzonia perché uso fogli A4 per farci disegnare mio figlio, sono adulto posso assumermi le mie responsabilità morali oggettive e soggettive. Per esempio il disegno per le signorine, che poi dietro ti chiedono i dati personali e l'autorizzazione a trattarli e a violare la tua privacy, con la tua firma mi autorizzi a vendere i tuoi dati a una società di marketing che ti riempirà la buca delle lettere di pubblicità. Il disegno in questo caso si intitola il tuo futuro, genitore aiuta i tuoi bambini a disegnare il loro futuro. Ho detto a mio figlio il futuro e lui ha detto 'eh?', ho detto tra tanti anni devi disegnare le cose come saranno quando sarai grande come me. Lui ha detto lo scienziato. Ve bene, ho detto, lo scienziato va bene, disegna che io intanto mi rilasso, mi faccio un bel caffè e me lo bevo in pace mentre disegni. Ma non va così, quando hai un figlio la parola relax diventa dgftrk, anche se ti capita di sentirla pronunciare da chi non ha figli o, addirittura, in un atto di clemenza autosuggestivo la pronunci tu stesso, dici relax ma senti twrtirjl, una parola che, se mai l'ha avuto, non ha più significato. No sai mai se è il caso di mostrare i disegni quando c'hai un figlio che come disegno del futuro di mio figlio consiste in lui che è diventato uno scienziato pazzo, con i pastelli nel taschino, un robot aiutante non cattivo, dentro a un laboratorio pieno di pozioni e illuminato da una singola lampadina, circondato da cose meccaniche. Però quello del mio, di futuro, quello del futuro di suo padre è diverso, nel futuro suo padre è un pescatore su un'isola che ha preso per sbaglio un polipo al posto del pesciolino colorato e c'è lo squalo che ride e i gabbiani e la palma da cocco e un cappello verde in testa, ha tutta l'aria di essere un cappello a bombetta, e una mano a forma di antenna della tv.

martedì 7 giugno 2011

Assimilare.

sseggino non mi ricordo se dentro c'è un bambino vero ma adesso non posso controllare perché sono nel bel mezzo di un sopralluogo non mi posso fermare proprio adesso spingo il passeggino devo imporre alla mia mente di scommettere che dentro al passeggino c'è un bambino com'è fatto non lo so come si chiama nemmeno ma non si agita non piange il bambino sta dormendo spingo il passeggino la programmazione è novanta per cento improvvisazione e dieci per cento persuasione quindi spingo il passeggino entro nel bar che sembra una palestra ci entro per sfruttare il passaggio laterale o posteriore in pratica l'ingresso nascosto questo posto è zeppo di ingressi nascosti passaggi segreti botole false pareti spingo il passeggino ho trovato un corridoio viene via l'intonaco dai muri si vedono i mattoni succede fino al confine della proprietà in cui è diviso il palazzo da quel punto il corridoio è acciaio è cristallo spingo il passeggino dentro l'edificio dove si trova il libro non può essere altro che un libro il tesoro nascosto l'oggetto prezioso spingo il passeggino e vedo l'ascensore alla mia destra vedo il bancone con i monitor della sicurezza in fondo all'atrio vedo il mio riflesso sul pavimento il mio riflesso su pareti rivestite di marmo il mio riflesso su pezzi di metallo lucidato il mio riflesso sul cristallo della teca vedo che indosso occhiali scuri non è da me spingo il passeggino sapendo che è un errore gli occhiali sono una sfida alla naturalezza una prova di recitazione che potrebbe andare oltre le mie forze e infatti l'incantesimo si rompe mi fermo e smetto di spingere il passeggino mentre una guardia si avvicina senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhiali e raggi di luce rossa indagano la superficie della teca che contiene le parole segrete le ruote dentate i codici a incastro i pulsanti colorati i mazzi di chiavi la guardia parla e chiede devo picchiarlo poi rimane in ascolto io mi levo gli occhiali e guardo nelle telecamere di sorveglianza come uno che non sa cosa succede non sa dove si trova e anzi è un po' seccato una scocciatura imprevista e vorrebbe dire qualcuno tolga di mezzo il rappresentante dell'autorità costituita non riesco a passare mi sta bloccando il passeggino e non c'è niente di più pericoloso di un genitore che sta ipotizzando il figlio l'infante in pericolo te lo insegnano al corso la mia preparazione mi obbliga a continuare il sopralluogo devo approfittare di ogni secondo per immagazzinare particolari utili all'operazione così che quando tornerò per recuperare il libro avrò più speranze di riuscire e spingo il passeggino contro le gambe della guardia come se avessi ragione io come se stessi subendo un qualche torto e cercassi di reagire a uno scambio di persona a una valutazione imprecisa la voce del capo esce da altoparlanti invisibili e dice no per stavolta no e la guardia dice ti è andata bene poi guarda nel passeggino e ride così di gusto da farmi venire il dubbio che sia uno scherzo ai miei danni mi viene l'idea assurda che il furto sia organizzato da me sono io che voglio rubare a me stesso il libro sono io che ho detto alla guardia faccia finta che nel passeggino ci sia un bambino istruzioni preventive infatti la pianificazione è novanta per cento previsione e dieci per cento applicazione ma se così fosse dovrei sapere cosa contiene il libro non avrei bisogno di rubarlo di decifrare il contenuto si dice che il libro sia una leggenda che il libro non esista che il libro sia solo una scusa per giustificare l'apparato militare di sorveglianza e le pratiche di controspionaggio brevettate e rivendute al miglior offerente calma adesso sono confuso devo capire se almeno il bambino è vero allora mi piego sul passeggino per controllare e perdo l'equilibrio scivolo cado nel passeggino il bambino sono io anche il bambino sono io e anche la guardia sono io la guardia che ha messo gli occhiali scuri prima li avevo addosso io e ora si china e mi dice abbiamo fatto un buon lavoro mi dice non si vede niente lo dice indicando la mia pancia di bambino e mi accorgo con orrore di una vistosa cicatrice la guardia ora indossa il camice ha in mano un bisturi e dice che andrà via che non resterà il segno questo mi tranquillizza mi fa sentire fortunato l'idea che la cosa infilata dentro alla mia pancia non lo saprà nessuno perché non rimarranno cicatrici dico alla guardia mi ritengo soddisfatto perché la cosa nella mia pancia è il libro so che la guardia sono io travestito da chirurgo che sto rubando il libro gli dico sono contento perché so che il mio corpo sta metabolizzando il libro lo digerisce lo assorbe e forse un giorno mi verrà fuori dai pori sotto forma di sudore lo smaltirò il libro lo piangerò verrà digerito il libro lo piscerò mi appariranno dei simboli sulle unghie e li taglierò via per donarlo ai posteri mi si formeranno parole lunghissime nei capelli e a quel punto il contenuto del libro sarà accessibile sarà libero sarà compreso e decompresso sarà diluito e rivelato sarà mi

mercoledì 1 giugno 2011

Elogio funebre di una madre ancora in vita (001)

Dobbiamo scegliere da che punto iniziare, parlare di una persona non è come descrivere un ponte o un fiore, non è come raccontare un evento realmente accaduto, non è come spiegare la tecnica migliore per un effetto garantito. Se poi quella persona è un conoscente, un amico, un parente, o come in questo caso la mamma, significa vagliare una quantità di ricordi in grado di riempire il più capace dei contenitori, così che noi si rimanga inondati, si finisca sommersi, annaspando per restare a galla, finendo per aggrapparci alla prima cosa che ci capita sotto mano, consapevoli che mostrandola sembrerà poca cosa, per niente in grado di fornire informazioni nella misura in cui invece noi ci affoghiamo dentro. Potremmo iniziare dalle parti belle o da quelle brutte, anche se quelle brutte ci sembra un dispetto ricordarle quando non c'è più nessuno a cui rinfacciarle, in grado di difendersi, di negare o almeno di risentirsi. Ricordare quelle belle è la scelta più semplice, ci fa sentire migliori, anche se non c'è più nessuno da mettere in imbarazzo, in grado di smentire, di schernirsi o anche solo di ritenersi lusingato.

Siamo qui per egoismo, in fondo, la parte oscura dell'altruismo di ogni specie e natura, la nobiltà del gesto commemorativo, la liturgia della condivisione sociale del dolore purché mentale, astratto, tutto ma non fisico, le con-doglianze, il dolersi in compagnia, un tempo c'erano professionisti pagati per dar sfogo materiale al patimento spirituale altrui. Diamo conforto senza fare fatica, senza spendere un bottone, una stretta di mano, un paio di occhiali scuri per nascondere lacrime improbabili, una frase di circostanza, ecco fatto, abbiamo pagato un debito verso la morte, abbiamo messo in banca qualche risparmio che ci verrà restituito, si spera, quando toccherà a noi starcene sdraiati a subire la processione dei curiosi e dei nostalgici, di coloro che vorranno constatare da vicino il grado di invecchiamento e paragonarlo al proprio, mentendo sull'espressione felice, sul pare stia dormendo, e tutta la sequela di frasi preconfezionate che si tenta di personalizzare, di rendere originali mettendoci del sentimento, esagerando le pausa, inserendo un singhiozzo o un calo di voce che non sembri studiato. Grazie comunque di essere intervenuti alla cerimonia, mia madre ci ha sempre tenuto alle cerimonie, non considererebbe accettabile un'uscita di scena alla chetichella.

Potremmo partire dalla sua generosità, dalla sua capacità sovrumana di sacrificio personale, dalla sua determinazione e costanza, dalla sua precisione e mania di controllo, dal suo gusto per il potere e il comando, dalla predilezione per lo charme e il savoir faire, dalla sua infanzia da incubo, dall'amore inesplicabile per un uomo come mio padre, e viceversa, oppure tagliarla corta e partire da qui, iniziare dall'ammirazione per le grandi donne della sua epoca, cantanti liriche come la Callas, la principessa Grace Kelly, per citarne solo un paio, ma ne aveva a decine in catalogo, aveva donne senza le quali i mariti sarebbero appassiti nel giro di uno sguardo gelido e una voltata di spalle, donne con voce straordinaria e irripetibile, donne di classe donne intelligenti donne esplosive donne di talento. E uomini, Kennedy, Onassis, Papa Giovanni il Buono, una sfilza di uomini da mischiare e pescare a caso come carte da un mazzo per fare paragoni. Una vita di modelli irraggiungibili, una vita di altalenanti convinzioni riguardo alla propria adeguatezza, scalando le vette dell'esaltazione e precipitando nelle trappole dell'afflizione. Il rifiuto della mediocrità, l'incubo terrificante della normalità, anche in questo momento, la guardo e non posso fare a meno di chiedermi se il paradiso l'ha trovato di suo gradimento o se va lamentandosi che non va bene niente, non è un posto adatto a una signora.

Amava i vestiti, amava i gioielli, amava le macchine, le ville, in una parola tutto ciò che è lusso, tutto ciò che è costoso, ma nemmeno, no, sto sbagliando, la verità è che desiderava far parte di una classe sociale diversa, molto diversa da quella in cui è nata. La verità è che ha capito una cosa che molti intellettuali si rifiutano di accettare: l'appartenenza a un ceto non è più determinata dalla sostanza ma esclusivamente dalla forma. Ce l'hanno insegnato i film, i documentari, le favole. La cameriera sposa il principe. Il gangster va a pranzo con il banchiere, lo scienziato, il politico, il generale. Il dopoguerra, il boom economico, guardo mia madre e vedo un libro, vedo la testimonianza vivente della tradizione legata ai luoghi dove sono nato e cresciuto che si mischia a culture così lontane da poter essere dietro l'orizzonte o su un altro pianeta, vedo la globalizzazione che si rivela nell'individuo, vedo lo spirito dei tempi, il panteismo dell'immaginario collettivo che si dispiega in corollari fatti di educazione, stile di vita, senso dell'umorismo, moda, adesione incondizionata a matrici di pensiero implicite, abitudini, obblighi sociali. Guardo mia madre e ci vedo rispecchiata un'epoca e riassunta un'epopea individuale, famigliare, nazionale, globale.

lunedì 30 maggio 2011

Un giorno con la nonna.

La mia nonna è una sola perché l'altra è già morta e ci vado a trovarla ogni tanto perché non c'è altra soluzione, ho sentito dire alla mia mamma nel telefono che mi porta dalla nonna perché non c'è altra soluzione, mi va bene lo stesso, la nonna mi lascia mangiare quello che voglio e prima di andare mi mette in tasca una mancia, sarebbero dei soldi, la mamma se lo scopre me la toglie e le dice che le mance si danno ai camerieri, è per quello che rimane un nostro segreto e ci strizziamo l'occhio quando la mamma non guarda. La mia nonna viva dice che la nonna morta era una brava persona e che non bisogna mai parlare male dei morti. Le ho chiesto, mettiamo che non ci sia questa regola, le ho detto facciamo per esempio che si può, invece, parlarne male, non apposta, solo per dire le cose come stanno, e lei ha abbassato la voce e ha detto meglio di no, non farmi parlare che è meglio se sto zitta, ma io ho capito lo stesso che la nonna già morta non sarebbe una soluzione e le ho detto meno male che è morta lei e non sei morta tu e la nonna viva mi ha sgridato, però ridendo, un miscuglio come fa le volte che mi mette paura, quando guarda la televisione, che penso che potrebbe diventare matta all'improvviso e io resterei qui da solo chiuso in casa con la nonna impazzita, senza avere un'altra soluzione.

La nonna dopo un po' si stanca di parlare, di giocare, dice che le fa male la schiena, il collo, la testa, che adesso è stanca di parlare, di giocare, mi fa una carezza, un sorriso, mi dice tu vai avanti a giocare che io mi riposo un po', e va sul divano e accende la televisione. È quei momenti lì che mi viene la paura che impazzisce di botto, perché guarda delle cose vecchie nella televisione, non gira canale quando esce la pubblicità, che già il volume è alto normale, figurati con la pubblicità non sento più la mia voce quando le dico nonna abbassa, nonna, e grido abbassaaaaa, ma lei niente, tiene gli occhi chiusi, la bocca aperta, e allora capisco che dorme, vado a premere il tasto del volume sul telecomando che la nonna tiene stretto nella mano anche se sta dormendo, non glielo tolgo perché sono convinto che se si sveglia adesso impazzisce di colpo e siccome non ci sono altre soluzioni dove mi porterebbe la mamma, da chi mi lascerebbe quando non ha tempo, quando deve fare le sue cose, il lavoro, i grandi sembra che devono sempre lavorare, anche quando fanno qualcosa che gli piace finisce che dopo un po' lo fanno diventare un lavoro per lamentarsi e dire ai bambini che non ci sono altre soluzioni.

La nonna quando la televisione sta zitta si sente un rumore di ringhio che le esce dalla gola, e ogni tanto una pernacchia molle che non capisco se è una puzzetta o se viene dall'ombelico, perché la nonna viva è molto vecchia e ai vecchi succedono cose assurde, cose orrende che non si possono nemmeno immaginare, come le macchie sulle mani e le vene sulle gambe, quando sarò grande la scienza sarà così avanti, dice la mia mamma, che non ci sarà più bisogno di creme e di bisturi e di pillole azzurre, dice che saremo tutti come quel film in cui si attaccano con i capelli alle piante e l'energia li connette con le menti degli avi, e io le ho detto mamma io con la nonna morta non lo so, forse non ci voglio parlare e lei è diventata triste, non mi ha nemmeno risposto, e quando le ho chiesto scusa ha detto no, non hai fatto niente, non è colpa tua, allora ho pensato che stavolta non è l'unica soluzione, ce ne sono almeno due, o ci vuole parlare tanto oppure non ci vuole parlare nemmeno lei con la nonna morta. Ho chiesto alla nonna viva quale secondo lei delle due soluzioni è quella vera e lei ha detto tutte e due, e poi si è corretta, ha detto anzi no, nessuna delle due, e io le ho detto nonna non vale, così non vale, le regole sono regole, non puoi fare come ti pare, e la nonna viva ha riso, mi fa arrabbiare quando ride per niente ma non glielo dico, non perché ho paura che mi impazzisce, perché magari si offende e niente mancia.

La televisione della nonna fa vedere gente che era giovane tanti anni fa e che adesso chissà, la televisione non è come il computer che vai sui siti e trovi le risposte, no, la televisione ti dice quello che ha da dirti e tu te ne stai buono seduto a guardare senza lamentarti, come la maestra di inglese, mi dice sempre che non la devo interrompere, che la buona educazione vuol dire alzare la mano. La televisione è peggio della maestra perché se alzi la mano fa finta di niente, beh, lo fa anche la maestra d'inglese ma potrebbe non farlo, ecco, la televisione no, al massimo puoi girare canale e sperare che ci sia quello che cerchi. La nonna per esempio trova sempre quello che cerca, sa sempre cosa trasmette la televisione, a che ora e su quale canale. Secondo me la mia nonna viva è un genio, non ha bisogno del computer perché sa tutto. Però quello che non capisco, e che mi fa venire paura che d'un tratto impazzisce di brutto, è che guarda sempre persone in bianco e nero, solo le persone che erano giovani tanti, tanti, tanti anni fa hanno quell'unica soluzione per i colori. La nonna viva, quando è ancora sveglia, racconta delle cose sulle persone nella televisione, dice com'era bella, guarda, oppure dice com'erano giovani, tutti e due, oppure se al posto di andarsene a trent'anni fosse ancora viva, e chiede conferma a me, come se dovessi sapere chi sono, e io rispondo sì, nonna, hai ragione, perché ho paura, per quanto ne so potrebbe dar fuori di matto da un momento all'altro.

Ho fatto delle regole per la nonna. La prima regola dice che non si può fare come si vuole. La seconda cambia tutte le volte e serve a far eseguire dei compiti precisi alla nonna, come il programma per i robot, per esempio la regola numero due dice che la nonna adesso giochiamo a spago ramo bottone. La terza non me la ricordo più ma so che c'era anche la terza regola, era una regola molto bella solo che adesso non me la ricordo più tanto bene. L'altro giorno è andato tutto come al solito, a un certo punto si è stancata e si è lasciata cadere sul divano con la televisione al massimo volume per vedere i suoi programmi di una volta, pieni di gente che oggi chissà, forse p vecchia come nonna, forse di più, molto di più, forse è come dice mamma la faccenda del legarsi per i capelli alla pianta, solo che mia nonna usa la tecnologia vecchia per collegarsi con le menti degli avi, che si può solo scegliere il canale degli avi tra le soluzioni disponibili e ascoltare le cose che hanno registrato quando erano vivi. Prima di dormire la nonna ha detto mi sembra di visitare una casa infestata dagli spiriti, l'ha detto come se ci fosse da ridere ma io per poco non me la sono fatta addosso, mi sono così spaventato all'idea che ci fossero i fantasmi dentro alla televisione della nonna che ho alzato la mano prima di fare la domanda, sono rimasto con la mano alzata a fissare lo schermo per un bel po', poi ho sentito uscire l'aria dall'ombelico di nonna e mi sono alzato per mandare a zero il volume.


mercoledì 25 maggio 2011

Il crocevia dei sognatori (002)

Non poteva sopportare di starsene lì buono in attesa. Neanche un minuto di più, la fronte appoggiata al vetro, le mani aggrappate ai tendaggi, sforzandosi di tenere fuori dalla testa la voce di lei, il flusso incessante di parole che la bocca di lei macinava senza pause, al solo scopo di stordirlo, di abbatterne le difese in modo da afferrarlo con tentacoli fatti di suono e trascinarlo per i piedi, tirarselo dentro alla bocca e masticarlo vivo, obbligare il suo corpo a sprizzare fuori dai pori i sentimenti, i sogni, l'energia vitale, succhi densi e luminosi che lei avrebbe raccolto nello spazio fra guance e gengive, come uno scoiattolo preoccupato per l'inverno, la pelliccia che freme e trasporta sottopelle i brividi fino alla punta della coda, è così che le parole escono dalla bocca di lei, seduta sul letto da qualche parte, alle sue spalle, seduta composta a modulare la velocità del suono affinché riesca a trapanare l'attenzione, a provocare turbamento, ansia, senso di profonda disperazione. E adesso cosa faremo, Tom? Fa questo tipo di domande, la voce di lei. Non abbiamo un posto dove andare. Dice cose di questo genere, la voce di lei. È qualcosa da tener fuori allo stesso modo del vento settembrino, l'unico vento che porta la nebbia fra le mille cime pinose e spinge il Cacciatore a far ritorno al crocevia dei sognatori, arrampicarsi fino al tetto, entrare nella sua stanza pericolante, in bilico sul tetto d'ardesia della locanda, e gettarsi bocconi sulla branda, le mani premute sulle orecchie.

Tom? Dice la voce di lei. Mi stai ascoltando? E poi dice Cosa stai facendo? Dove credi di andare? E rimane sulla porta a guardarlo correre sotto la pioggia, sapendo che è tutto quel che le riesce di fare, sapendo di avercela messa tutta per farlo rimanere. Sulla destra vede lampeggiare le luci rosse e blu dei mezzi di soccorso, alcuni fanno rifornimento di carburante o di acqua, altri sostano in attesa di chiamate d'urgenza, altri permettono ai più stanchi di entrare al punto di ristoro per un boccone o di utilizzare una delle stanze per farsi una doccia, magari chiudere gli occhi qualche ora. La pioggia finalmente è arrivata, quando ormai non rimane più niente da proteggere, nessuno da salvare, le fiamme hanno avuto tutto il tempo di fare i loro comodi, hanno banchettato, hanno festeggiato, lasciando i pavimenti sporchi di cenere, la mobilia carbonizzata, le vittime dei loro scherzi crudeli sono pupazzi ritrovati con la mano tesa verso l'ultima speranza o in posizione fetale. Tom? Dice la voce di lei anche se lui è ormai troppo lontano, diretto verso la fila dei superstiti seduti in terra, sul marciapiede, dove una donna che fa la spola con tazze di caffè caldo indossa un grembiule troppo macchiato per qualunque sapone. Tom prende un telo cerato identico a quello indossato dai superstiti, un grezzo poncho decorato a fasce catarifrangenti, e si sente subito meglio, si sente a proprio agio, parte di qualcosa finalmente in grado di consolarlo.

Un superstite è a torso nudo, ha seguito la scena e ora osserva Tom come si guarda un corvo intento a beccare i resti di un suo simile. La difficoltà di leggere l'espressione del superstite è dovuta in parte alla benda che porta sull'occhio destro, che gli dà un aspetto da spilorcio e canaglia, accentuata dai rotoli di grasso a coprire la cintura e dalla generale tensione del corpo di chi è abituato a stare sulla difensiva. Il Guercio picchietta la lunga unghia del mignolo sul bordo del bicchiere di polistirolo che tiene fra le mani e sorride, ha l'aria soddisfatta di chi sta alla finestra e si gode non visto la scena dall'alto, sporgendosi per sbirciare oltre i limiti della cornice. La mente di Tom si rifiuta di credere che sia un sorriso, decide per lui che si tratta di una smorfia di disgusto, di rabbia, per via del dolore, della perdita, per colpa dell'incendio. Tom si sente chiamare, la voce non è come quella di lei, che ti penetra il cervello e lo fa a brandelli, no, è una voce di donna che lo chiama Ragazzo, gli dice Ehi ragazzo, che gli sembra di essere ancora a letto quando è la terza volta che mamma chiama. Però la donna non assomiglia alla mamma, indossa una retina fucsia su capelli grigi e grossi e rigidi come fil di ferro, ha gli avambracci muscolosi dei camionisti, la peluria scura sotto il naso della menopausa, gli dice Sveglia ragazzo, prendi questo, e gli consegna il caffè con la violenza trattenuta del ringraziami se non te lo tiro addosso.

Il Guercio strizza la palpebra e Tom non capisce se avrebbe strizzato anche quella dell'occhio mancante o se è un segnale di complicità. Il Guercio ammicca per la seconda volta, stacca una mano dal bicchiere e schiaffeggia il marciapiede, invitando Tom a sedersi lì accanto, lo tira per il gomito, gli circonda la schiena col braccio nudo e gli dice Lasciala perdere, la Capa è una vecchia acida, e attacca a parlargli come se lo conoscesse da sempre. Tom sente l'odore dell'alcol nel sudore e nell'alito del Guercio. Tom distoglie la faccia, si discosta fisicamente per avere il tempo di abituarsi, perché di stare in mezzo ai superstiti è ciò di cui ha bisogno e se per farlo deve sopportare un po' di puzza, ebbene, che sarà mai? Il Guercio estrae dalla tasca posteriore una fiaschetta e dice Vuoi dare sapore a quella roba che la Capa ci ha rifilato? E ammicca di nuovo, stavolta Tom non ha dubbi a riguardo, toglie il coperchio di plastica e allunga il bicchiere. Il Guercio è contrariato, non si aspettava che Tom accettasse l'offerta, infatti versa un quantitativo irrisorio di liquore e quando riavvita il tappo ammicca per la terza? la quarta? volta e batte l'unghia del mignolo sul cuoio decorato che avvolge e protegge il contenitore metallico. Dice Ottima qualità. Dice Un pezzo raro e prezioso sia dentro che fuori. Dice ti interessi di tesori e pezzi antichi? Tom scuote la testa. Il Guercio riprende a parlare, non è una voce che mastica, non è una voce che picchia, è una voce che culla, una voce che inganna.

lunedì 23 maggio 2011

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (40 di N)

Quando c'hai un figlio ci sono dei giorni che ti rendi conto con estrema lucidità che l'ombra si fa vicina, il momento in cui il sole si nasconderà non può certo farsi distante. Una mattina mi sveglierò con la netta sensazione che mio figlio si sia svegliato, si sia alzato in punta di piedi, abbia acceso la tv sul suo canale di cartoni preferito. Una mattina mi alzerò anticipando il solito buonumore che mi procura la semplice consapevolezza che ci sia mio figlio sul divano, con in mano uno dei suoi robot herolego, che inventa dialoghi assurdi fingendo di essere così impegnato nel gioco da non essersi accorto di me. Una mattina scoprirò che sono passati anni, decenni, che mio figlio è grande, abita altrove, che il mio vecchio corpo mi ha giocato un brutto scherzo, perché tutto questo è troppo complesso e vero per essere gestito dalla sola mente, nell'inganno viene coinvolto tutto il corpo, sentirò perfino l'odore specifico che hanno i tempi felici, quando ringrazi e non ne hai mai abbastanza, anche se amari, anche se duri, sono tempi che valgono la pena, sono tempi che non hanno bisogno di cercare un motivo. Sospettare che si sentirà la mancanza del bambino che fu, la nostalgia di giorni che rischiamo di lasciarci passare sotto il naso senza degnarli della necessaria attenzione, che siamo tentati di trascorrere concentrati su noi stessi, sui nostri problemi, senza fare niente non dico per gli altri in generale ma almeno per gli altri a cui vogliamo bene, almeno per i figli, è un buon inizio per capire le cose che cambiano quando c'hai un figlio.

Sacrificarsi a favore di persone singole, persone concrete, non come quelli che si sentono miss mondo sul palco, sotto i riflettori, e dichiarano di volere la pace nel mondo per vincere il concorso di persona più buona del mondo. Sacrificare tempo, fatica, oltre che soldi. C'è gente che si sacrifica per comprare un paio di scarpe, che chiede un prestito per un intervento di chirurgia estetica, che sacrifica tempo per coltivare relazioni sociali con persone alle quali metterebbe volentieri del veleno nel caffè. La stessa gente che poi ti viene a spiegare come si mangia per vivere a lungo, ti dice per chi si deve votare, come si deve affrontare il problema energetico, gente che pensa di sapere tutto perché l'ha detto la sua amica che l'ha letto nel tal posto che l'ha scritto il gran visir dell'opinione e tutti nel giro della cumpa quando ci si ritrova per l'aperitivo sono d'accordo per cui non è che sbagliano tutti. Per esempio adesso vanno di moda le scarpe con la suola arcuata, che ci dondoli sopra. Mia zia ha il mal di schiena e posso capire, ma tutti gli altri? Comprano tutti scarpe da 250 euro al paio perché d'un tratto hanno tutti il mal di schiena? Lo stesso vale per la politica, in democrazia è tutta pubblicità, moda, e quando c'hai un figlio capita che ti dedichi a lui perché lo fanno anche gli altri genitori, lasciando che la tua vita venga messa via, dentro un cassetto, così che non si rovini, che non si sciupi, che ti rimanga una bella faccia da esporre agli ospiti in visita quando ti ficcheranno in una bara.

Pensavo queste cose ieri, al parco pubblico, mentre da una parte c'era una festa di compleanno, dall'altra attivisti politici, in mezzo gente che cercava di rilassarsi, di giocare a palla, di godersi le chiacchiere seduti nell'erba. Con mio figlio eravamo lì a far volare l'aquilone. A volte il vento calava e l'aquilone veniva giù schizzando prima tutto a destra, poi a sinistra, che bisognava correre per tenerlo su il tempo necessario alla ripresa del vento. Mio figlio che correva, rideva, gridava Vola! Vola! Sta volando! Vola aquilone, vola! Gente attorno col sorriso di chi si è fermato a bere dopo aver sudato a rincorrere la palla. Ragazzini con gli abiti, le movenze, le pettinature, lo sguardo pronto a fissarsi o distogliersi tipico di chi non ha nessuna intenzione di perdersi nel mucchio, di venire scambiato per un coetaneo qualsiasi, alcuni dimentichi della compostezza da duri richiesta dalla parte che recuperano l'alta tonalità di voce dell'era prepuberale, altri che anticipano la celebrazione delle vacanze estive facendo i conti, cercando di capire quanto si rimarrà soli, a chi si potrà telefonare per una passeggiata con gelato, problemi seri, problemi che la madre impegnata coi festoni e i palloncini non ricorda più se non certe sere, quando certi odori o sapori le danno un senso di deja vu e una felicità di cui non ricorda il nome, come trovarsi di fronte a se stessi e stare bene attenti a come si costruiscono le frasi, la circospezione sul volto di chi non era preparato, lo sforzo per impedire che l'interlocutore percepisca il vuoto dove una volta c'era il nome sul quale giurammo eterno ricordo.

L'attivista era come non riuscisse in alcun modo a trattenersi dal dire a tutti che il gelato al pistacchio, tutti dovete assaggiarlo, il pistacchio ci deve essere ovunque, chi non gli piace il pistacchio è malvagio e bisogna abbatterlo rinchiuderlo, il gelato migliore è al pistacchio, chi dice il contrario sta pagando i sostenitori, sta raccontando balle, vi prende in giro con promesse ridicole, perché il gelato al pistacchio è la risposta, tutti lo vogliono tranne i matti, gli scemi, i ricchi, chi non vuole il pistacchio non capisce niente, sbaglia tutto, non possiamo permettere che il pistacchio non vinca, se non vince il pistacchio sarà un casino sarà uno schifo, finiremo male, il mondo ci riderà in faccia, non avremo di che sfamare i nostri figli, ci lasceranno morire in mezzo a una strada, il pistacchio bisogna che ci rendiamo tutti conto che la soluzione è il gusto pistacchio, chi non vota pistacchio andrebbe menato, non suggerisco né giustifico la violenza, dico solo che se uno che non gli piace il pistacchio viene pestato a sangue io lo capisco che sia potuto accadere perché siamo tutti stanchi di gente che vuole impedire l'ascesa del gusto pistacchio. L'attivista usava un megafono. Non era nemmeno un politico di professione, era gente che non aveva altro da fare nella vita che scassare i coglioni al prossimo, uno di quelli che su internet sono sempre di più, hanno trovato in internet un megafono enorme. Ci vorrebbe un filtro, oltre ai filtri per sesso, violenza, linguaggio esplicito, ci vorrebbe un filtro politica, visto che stupidità non è materialmente fattibile, mi accontenterei di filtrare chiunque non abbia di meglio da fare nella vita che rompere i coglioni al maggior numero possibile di persone esponendo le sue idee politiche e facendo il tifo per la sua parte politica.

Quando c'hai un figlio far volare l'aquilone ha tutto il fascino e la goduria che senza un figlio si trasformano in noia e tristezza. È l'emblema perfetto sulle cose che cambiano quando c'hai un figlio: a differenza del far volare un aquilone da soli, con un figlio invece a far volare un aquilone si ride, ci si diverte. Poi ti viene la gola secca, ti viene sete, e vai a comprare un ghiacciolo, a sentire fra le dita il delizioso freddume di una bottiglia gelata. La donna che sta organizzando la festa al bar per la figlia è elegante, pulita, sicura di sé, una signora che ci tiene, non so se effettivamente ricca o se di classe media, non ho mai avuto occhio per i dettagli, la marca dell'orologio, la qualità dei materiali e delle cuciture delle scarpe, le essenze del profumo. L'atteggiamento comunque c'era, il modo di guardare, il modo di tenere le braccia, il modo di stare in piedi, il modo di parlare anche. E quella perenne insoddisfazione che non si esprime nel mugugno ma in un sottile disprezzo privo di bersaglio, che viene lasciato espandere attorno come un veleno per far sentire in colpa chiunque nel raggio di venti metri. E la figlia, una bambina, che saltella via quando viene rimproverata, fingendo di non aver sentito. La bambina che era pronta a frignare e lamentarsi per via di contrattempi, di palloncini esplosi o festoni rotti o ritardi o musica non di suo gradimento o cheneso, e la madre che la sgrida con quel modo di sgridare identico in ogni parte del globo, laddove un bambino viziato ripaga con squisite lamentele ogni vittoria strappata agli stanchi genitori, colpevoli di tutto e di niente, chissà dove si nasconde il seme per attecchire e succhiare l'energia necessaria a far crescere rigogliosa la pianta dell'incomprensione.

Quando c'hai un figlio lui non sa niente di tutto questo, è giusto così, deve solo godersi la vita, è tutto quello che vuoi per lui, che rimanga al riparo dai rompicoglioni che vogliono cambiare il mondo, dalle crepe che diventano abissi tra persone che vorrebbero amarsi, degli scherzi della memoria quando ti svegli e ti sembra che ci sia un bambino in salotto, che una volta sapevi bene il nome della persona che eri e adesso proprio non ti viene in mente. Quando c'hai un figlio vorresti che la magia gli durasse per sempre, che non finisca a buttare la gamba in avanti e ridere con i singhiozzi di chi si accorge di aver perso il controllo sull'allegria, di aver ceduto alle pressioni dell'irresponsabilità fanciullesca, di chi ormai è troppo grande per certe cose. Quando c'hai un figlio vorresti dirgli una bugia, dirgli che non si è mai troppo grandi per certe cose, anche se tu, da solo, al parco, a far volare l'aquilone, da solo, no, senza di lui, non ci andresti. Quando c'hai un figlio vorresti proteggerlo dalle febbri ideologiche, dall'impulso romantico che sfruttano i pubblicitari della democrazia per mandare al potere i loro amichetti, vorresti fargli capire che fra tutti i modi per sprecare la vita, l'attivismo politico è quello più stupido. Non fa niente se non fai carriera, se non hai successo, se il prezzo è schierarsi dalla parte di un partito politico affinché ti favorisca vuol dire che vivi in un sistema che non premia il merito ma la mafiosità clientelare, che mette al centro delle relazioni sociali l'appartenenza a un partito politico, vivi in una democrazia formale che è una dittatura di fatto e non si merita niente, si merita solo di vederti andare via saltellando, come chi non si degna nemmeno di ascoltare.

Poi siamo andati a comprare il gelato e, senza motivo, siamo finiti a gridarci addosso verbi della prima coniugazione. E parole di origine francese, come tunnel. Col gelato in bocca da mandare giù per fare spazio a verbi sempre più spassosi, così, per il solo fatto di richiedere un labiale, di contenere molte erre, di essere pronunciati con intenti evocativi o consolatori. Lui li ripeteva soltanto, a parte qualche illuminazione salutata con scrosci di risate dal tipico tintinnio con quale vengono descritte le risate infantili da generazioni di scrittori. La risata che rincorre se stessa, che sgorga come una sorgente, ci vedi dentro le bolle, ti frizzano nelle orecchie e ti riecheggiano nel cuore. Poi abbiamo scherzato, poi abbiamo giocato, poi siamo rimasti in silenzio come chi sta mandando a memoria una poesia, almeno nel mio caso sì, una poesia fatta di ricordi, di emozioni che non c'è modo di conservare e per questo le si assapora il più a lungo possibile, una poesia che non ha parole, perché io le poesie, quelle scritte, quelle che vanno lette, io le poesie non le capisco, non le ho mai capite. È come sedersi a tavola e mangiare la fotografia di una bistecca fiorentina, e dire che buona, dire è cotta giusta, dire io lo capisco a vista d'occhio, se una bistecca è buona.

giovedì 19 maggio 2011

Grigiume.

C'era una volta un posto dove nessuno sta mai fermo, mai zitto. Un posto che gli abitanti si vantano di chiamare 'il posto che non dorme mai', e in effetti dentro ai confini del Posto c'è sempre luce, movimento, suono. Un giorno accade che dal cielo arriva un virus, nascosto dentro un piccolo asteroide che piomba nel giardino di zia Norma. È lei, mia zia, la prima a prendesi il Grigiume, così verrà chiamato il virus giunto dallo spazio. Zia Norma dice 'Che bel sassolino', prende in mano l'asteroide e si ammala di Grigiume. Quando confesserò che a me zia Norma piace di più malata che sana cominceranno a guardarmi con sospetto e a trattarmi come se fossi contagioso. Ma questo succederà dopo, quando ormai zia Norma si sarà rassegnata a fare le valigie e andare via perché da quando avrà preso il Grigiume nel Posto non le vorrà bene più nessuno. Si arriverà al punto che i ragazzini le grideranno 'Normal!', aggiungendo una L in fondo al nome, e scapperanno via ridendo di lei. A niente servirà dimostrare che il virus non è contagioso, la gente non si fida, avrà paura lo stesso di prendere il Grigiume e venire cacciata dal 'posto che non dorme mai'.

Il bello del vivere nel Posto è che ogni giorno c'è qualche novità. Ci sono altoparlanti e monitor ovunque che ti forniscono motivi per fare qualcosa o per non farla, per arrabbiarti o farti una risata. Non ti devi preoccupare di niente se abiti nel posto che non dorme mai. Non hai nemmeno tempo di farti delle domande, non devi rovinarti la vita sprecando enormi quantità di inutile fatica per capire le cose, c'è gente pagata per farlo al posto tuo, tutto quello che ti viene chiesto è di informarti, adeguarti, seguire i consigli come fanno tutti i bravi e onesti cittadini del Posto. Siamo organizzati per fronteggiare qualsiasi evenienza, ti dicono. Rilassati, ti dicono. E proprio quando tu sei lì, bello che rilassato, consapevole che là fuori sono organizzati per fronteggiare l'eccetera, ecco che cambia tutto! Che sferzata di energia, che botta di ansia. Adesso ti dicono che siamo tutti in gravissimo pericolo, che andrà tutto male, che non c'è niente da fare. E proprio quando tu sei lì, agitatissimo, che mandi giù pillole e droghe e ti ubriachi per resistere alla pressione, ecco che cambia tutto di nuovo! A volte addirittura uno ti racconta del caso di un pazzo assassino di bambini entrando nei dettagli e mostrando fotografie mentre su un altro canale ti mostrano l'espediente di un'attrice famosa per restare bella e sexy.

Per esempio l'altro giorno hanno detto che ci sarà il terremoto e chi può è scappato via. Solo zia Norma è rimasta indifferente e si comporta come se niente fosse. È per via del Grigiume, i guru della comunicazione sono venuti a intervistarla e hanno chiuso i collegamenti in diretta invitando la gente a pregare perché zia Norma ritrovi la fede nei media. Quando zia ha detto che è impossibile prevedere i terremoti e si è messa a ridere una giornalista inesperta non ha retto la tensione, ha urlato, ha puntato il dito contro la zia balbettando parole incomprensibili e ha perso conoscenza. Quando si è ripresa la prima cosa che ha fatto è stato chiamare l'avvocato per fare causa a Norma, è andata su tutti i canali a testimoniare l'accaduto e non si è ancora capito se la sua carriera è rovinata o è decollata. Comunque io sono rimasto con la zia e, incrociamo le dita, non ne stanno arrivando di terremoti. Vanno a ruba le magliette con la scritta grigia NORMAL e la faccia di una donna che somiglia a zia Norma - ma non si può affermare al di là di ogni ragionevole dubbio che sia proprio lei -, la moda lanciata dalla regina del canale 18 consiste nell'abbinarla al braccialetto che protegge dal contagio - lo slogan è: se non ci credi che funziona allora dimostramelo! - e truccarsi la faccia con tonalità di grigio, fatto questo non rimane che ostentare la camminata altezzosa di chi non gliene importa niente di niente.

Ho cercato di convincere zia Norma ma non vuole accettare gli inviti dei talk show, dei reality, le ho provate tutte, non c'è niente da fare, il Grigiume l'ha resa immune al richiamo del dinamismo che contraddistingue il 'posto che non dorme mai'. Le ho detto 'Zia, se ci vai lo capiranno che da un certo punto di vista sei guarita da qualcosa quando ti sei ammalata' ma neanche questo è servito, ha capito subito che non ci credo davvero che sia guarita. In effetti non capisco come faccia a non dare retta agli scienziati, agli esperti, voglio dire, Reginald Finston, le ho chiesto “Zia, come fai a non fidarti di Reginald?' e lei ha fatto spallucce con un tale disinteresse da farmi venire i brividi. Stiamo parlando di Reginald Finston, nessuno è così fuori di testa da non amare il buon vecchio Reginald, la sua rubrica di approfondimento va in onda da venti, forse trent'anni. Reginald ha detto pensateci un attimo, pensate a cosa succederebbe se da domani quando accendete la tv lo schermo restasse nero, la radio restasse muta. Sarebbe il panico, ha detto Reginald, pensateci su durante la pausa pubblicitaria e poi ne riparliamo.

Quando ho chiesto il parere a zia Norma lei mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto 'Lo vuoi davvero sapere?' e io sono rimasto spiazzato, una parte di me mi gridava che no, che non lo volevo sapere, che la curiosità il gatto, che era meglio tapparsi le orecchie e scappare. La bocca però ha detto sì prima che riuscissi a fermarla e la zia mi ha sussurrato 'Non esiste nessun virus', si è goduta la mia espressione stupita e ha detto 'Non è un asteroide, è solo un sasso', mi ha sorriso, mi ha carezzato la testa come non faceva da anni e mi ha chiesto 'Riesci a credermi?' Ci ho messo un po' a rispondere, volevo dare una risposta sincera, e sì, ho deciso che ci credo, è solo un sasso, non esiste il Grigiume, la zia Norma non ho idea del perché l'abbia fatto ma le credo, le dico 'Ti credo' e lei al posto di essere contenta si lascia scappare una lacrima, come in quei film romantici privi di senso che la mamma dice che li capirò quando sarò abbastanza grande e io le rispondo che non vorrò mai essere abbastanza grande per capirli solo perché so che questa battuta la fa sempre ridere. Zia Norma allora dice 'E quanta gente pensi ci sia là fuori che ci crederebbe?', al che mi rendo conto di essermi sbagliato, è malata davvero di Grigiume, perché se fosse sana lo saprebbe che dobbiamo chiamare Reginald, lui saprà esattamente qual è la cosa giusta da fare, Reginald ci aiuterebbe e tutto finirebbe nel migliore dei modi.

lunedì 16 maggio 2011

Finora hanno trovato più di 300 asteroidi che incrociano l'orbita terrestre e hanno dimensioni tali da provocare, andandoci a sbattere contro, l'estinzione della vita sulla Terra. Questa è la buona notizia, la cattiva è che ci sono da 100 mila a un milione di asteroidi come quei 300 che finora non sono stati nemmeno individuati.