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martedì 31 gennaio 2012

Pilota automatico

Sono cose che non dovrebbero succedere. Nella mia testa non è successo, mi rifiuto di crederlo. Quasi ogni notte mi sveglio di colpo e salto giù dal letto, sicuro che stia cedendo il pavimento, che mi stia risucchiando un vortice dentro al buco di scarico. La probabilità che succeda è infima, è più facile cadere con l'aereo, schiantarsi con la macchina, cadere dalle scale. Adesso che non credo più nemmeno alle statistiche, non credo più ai miei occhi, non mi rimane più nulla in cui credere, vorrei che qualcuno mi dicesse che è stato uno scherzo, che la nave adagiata su un fianco è stato un effetto speciale, non è morto nessuno e io sono ancora quello di prima. Perché ero una persona felice, ero il vincitore, il capobranco, ero il re del mio regno galleggiante, un regno di sudditi ricchi e felici, un regno dotato di tutti i comfort, dove i poveri rimangono a terra e chi è in difficoltà viene sbarcato. Grazie e tanti saluti. Non capisco come sia potuto succedere, ci sono strumentazioni molto avanzate per impedire che accada l'irreparabile, ci sono meccanismo di risposta studiati da scienziati in grado di prevedere l'intero arco dell'eventuale. Indossavo abiti sgargianti, mi radevo due volte al giorno, i miei modi erano sempre all'altezza della situazione, gli ospiti al mio tavolo sempre accuratamente selezionati. Quando ho sentito il rumore gracchiante del metallo in sofferenza mi sono detto non c'è niente di cui preoccuparsi, di qualsiasi cosa si tratti non potrà mai essere niente di grave perché questo è il mio regno e il mio regno è sicuro, è garantito, è assicurato, è simbolico, è la Tour Eiffel all'ingresso dell'esposizione universale della navigazione marittima, è lo schiaffo dell'uomo scientifico sul brutto muso di Nettuno.

Non posso accettarlo, avrebbero dovuto esserci delle paratie, delle clausole nel mio contratto, delle procedure per tornare indietro nel tempo a prima dell'inclinazione oltre il punto di massima tolleranza strutturale. Dico che ci deve essere un responsabile occulto per il quale sto pagando io, il comandante, che ho recuperato la mia dimensione in rapporto alla nave ritrovandola nella scatola di pronto soccorso, dentro alla scialuppa, in mezzo a garze sterili e razzi di segnalazione, era lì, la mia forma umana, il corpo in scala uno a uno. Come si pretende che un uomo da solo, perché io sono solo, dentro di me ho sempre saputo di essere solo, in sala di comando come sul ponte di coperta, chiedete ai membri dell'equipaggio se non stavo tutto il tempo chiuso in cabina, concentrato sul mio ruolo, a sopportare il peso dell'incarico. Uno come me avrebbe potuto dedicarsi alle rotte commerciali, le petroliere, le portacontainer, e invece eccomi qui sulla rotte turistiche a pianificare gli sbarchi e organizzare i turni e sovrintendere agli approvvigionamenti. Un bell'uomo come me, riccioluto, avvenente, ben piazzato, che avvizzisce e ingrassa dentro a questo mostro di metallo, ebbene sì, è ora di confessare, tanto ormai la mia carriera è finita. La odiavo, le sue vibrazioni, la sua deriva a scartamento ridotto, filava più come un treno che come una nave, e la musica i giochi il menu tutto a ripetizione settimanale, come vivere dentro a una replica infinita. I miei anni migliori sono volati senza che mi venisse richiesto il minimo intervento, un parere, niente, solo battute spiritose, le solite, qualche diversivo imbarcato clandestinamente, per il resto ero il nonno che si siede a tavola e ascolta in silenzio cosa succede nella giornata di chi ha una vita.

I miei passeggeri erano solo questo, gente che pagava per dimostrarmi che esistono persone con una vita al di fuori di una dettagliata pianificazione fintomilitare, con tanto di esercitazioni programmate dove gli ospiti si filmano mentre ridono perché trovano buffo incontrarsi al piano bar o al casinò con indosso il giubbetto salvagente. I bambini soffiano nei fischietti, lo sanno tutti che è solo una consuetudine, una formalità obbligatoria per legge, che non succederà mai niente di grave, perché non è un film, questa è una nave vera, è solida, è sicura, è troppo grande per affondare, il mare gli fa il solletico. I passeggeri non mi amavano davvero, ero solo quello vestito strano per farci insieme una foto ricordo, la nave avrebbe navigato anche senza di me, leggevo nei loro occhi il disprezzo latente per un accessorio, una macchietta simpatica compresa nel pacchetto vacanze. Perché mai dovrei sentirmi in debito verso di loro, cosa hanno in comune con me i passeggeri? Sono solo ospiti paganti su una nave che non è nemmeno mia, io sono pagato solo per girare in tondo nei porti turistici dove faccio scendere portafogli con le gambe in cerca di souvenir. Non ho disegnato io le mappe, non ho costruito io la nave, non ero nemmeno al timone quando è successo. E avrei dovuto stare lì a farmi insultare da centinaia di persone che non obbediscono agli ordini, a gestire un naufragio e un ammutinamento, a dare spiegazioni al telefono di un evento impossibile che mi rifiuto di ammettere anche con me stesso? Non sono scappato, ho preso atto della mia inutilità, sono crollato, sono stato detronizzato per un evento da nulla, uno scoglio, un'imprudenza per futili motivi, sono stato contagiato e spinto a un comportamento immaturo su un palcoscenico dove si sale per poter fare gli immaturi a un prezzo accessibile a tutti.


mercoledì 16 marzo 2011

Kamikaze.

Sono di quelli che hanno alzato la mano, siamo in cinquanta. Siamo quelli che avranno i loro nomi incisi su un monumento commemorativo, ci sarà scritto Qui si ricorda il coraggio e il sacrificio, qualcosa del genere, e si porteranno i bambini in visita, le maestre diranno ecco i nomi dei kamikaze. Forse diranno eroi, ma io direi kamikaze, perché è così che mi sento, come quel vostro uomo-dio che non scappa di fronte alla morte e lo inchiodano a un albero, certo che siete grezzi, senza offesa, voi occidentali, siete brutali, indisciplinati e irrispettosi, siete dei barbari. Chi di voi avrebbe alzato la mano? Avete ancora uomini-dio fra di voi? Ne parlavo con Hiroshi, il mio collega di turno, e lui ha riso, come ride lui, cacciando fuori l'aria come se tossisse, ha detto che voi sareste scappati urlando, puntandovi il dito addosso a vicenda. Ho riso con lui, non avevo voglia di contraddirlo, ma quello che ho pensato è che voi non avreste scelto per alzata di mano, avreste avuto qualche uomo-dio pronto a immolarsi senza che nessuno debba chiedere. Il kamikaze lo fa per sé, l'uomo-dio lo fa per gli altri. Non so se vale per tutti, ma vale per me, Shiro Tagaki, che ha perso la casa, la macchina, la moglie, il figlio, tutto quel che mi rimane è l'orgoglio dell'aver alzato la mano, di aver risposto alla chiamata del dovere, alla richiesta dell'autorità. Ho pensato alla discarica di macerie che è il quartiere dove sono nato e cresciuto, alla scuola che ho frequentato, non ho un posto a cui tornare, mi sono detto, e la mia mano s'è alzata da sola.

Siamo in cinquanta, facciamo turni che durano pochi minuti, per via delle radiazioni. Percepisco la solitudine e l'abbandono come chi sa per certo di non avere accesso alla radio, alla tv, ai giornali, al flusso di informazioni che ti rende uno dei tanti, un membro di un gruppo che condivide lo stesso presente. Ho detto a Hiroshi, mentre controllavamo la pressione, pronti a ridurla aprendo le valvole, gli ho detto Lo sai che non c'è nessuno oltre a noi? Hiroshi ha annuito, ha dato un colpetto col dito a un manometro secondario, ha cambiato discorso prendendosela col tempo, maledicendo la pioggia. Ho detto Non c'è essere umano nel raggio di decine di chilometri. Hiroshi non ha detto niente e dopo un po' abbiamo sentito tremare il pavimento sotto i piedi, abbiamo aspettato che passasse, Hiroshi ha dato di nuovo un colpetto al manometro col dito e si è voltato a sorridermi, e io ho ricambiato la cortesia. Per lavorare qui ho dovuto dimostrare di essere il migliore, più di una volta, e adesso a cosa mi serve sapere tutto quello che c'è da sapere, posso solo essere più informato di chiunque altro, senza che io possa sfruttare il privilegio della conoscenza a vantaggio mio o di chiunque altro. Il potere dell'informazione, quante volte l'ho ripetuto nelle lezioni che ho tenuto a giovani motivati e preparati quanto e più lo sono stato io alla loro età. Adesso a cosa mi serve l'informazione? A alzare una mano quando cercano i kamikaze, gesto che un qualsiasi uomo-dio occidentale potrebbe fare anche senza saperne niente, senza avere altra informazione che il pericolo di morte e la necessità di sacrificio.

L'enorme sapere necessario a costruire la centrale ora si riduce a questo: apri la valvola quando la lancetta arriva sul rosso. Spara nel cielo il vapore radioattivo e torna a combattere il calore residuo nelle barre. Aiuto Hiroshi a indossare al tuta. Lui aiuta me. Camminiamo a testa né alta né bassa, senza la dignità del guerriero né la rassegnazione del condannato. Camminiamo come al solito, infiliamo le tessere magnetiche per abitudine, dimenticando che hanno tolto la corrente dove non è necessaria. Sopra certe temperature l'acqua non si accontenta di vaporizzare, si scinde in idrogeno e ossigeno e basta una scintilla all'idrogeno per esplodere. La tessera è la stessa che segnala eventuali contaminazioni. Stando al colore del materiale reagente inserito nella mia tessera d'identificazione io non dovrei essere qui, dovrei essere in qualche luogo di villeggiatura a godermi la pensione d'invalidità, il risarcimento per danni biologici, con in tasca una lettera di scuse vergata a mano dell'Imperatore. Anche quella di Hiroshi è diventata rossa, anche Hiroshi ha perso tutto, ma non a causa del terremoto e dello tsunami, aveva perso tutto già da prima, non ha più niente da perdere da quando lo conosco, e siamo colleghi da vent'anni. Hiroshi mi ha afferrato il braccio per impedirmi di alzare la mano e mi ha mollato solo dopo avermi guardato negli occhi, mi ha fatto un inchino e ha a sua volta alzato la mano. Vecchio Hiroshi, il solito carattere scontroso, guardando chi andava via senza salutare, pieno di vergogna, mi ha detto Quando avremo finito qualcuno di quelli che non hanno alzato la mano dirà che non era così pericoloso come sembrava.

Stamattina siamo usciti a controllare la struttura esterna e ho notato l'elicottero. Da bambino mi piaceva salutare gli elicotteri, ero convinto che il pilota rispondesse, che certi scarti improvvisi indicassero la replica al messaggio ricevuto. Ho controllato che Hiroshi fosse distratto e ho salutato l'elicottero. Mi è sembrato che si fermasse, puntato verso di me, e abbassasse il muso, per guardarmi meglio. Hiroshi ha detto qualcosa e mi sono avvicinato chiedendogli a voce alta di ripetere ma lui non ha ripetuto, ha solo indicato l'origine del fumo scuro, un buco nel muro largo poco più di un metro. Ho detto Non mi viene in mente una soluzione. Hiroshi ha scosso la testa dentro alla tuta e ha detto altre parole che non suono riuscito a cogliere. Quando siamo rientrati abbiamo fatto rapporto e abbiamo aspettato di sentirci dire se dobbiamo continuare e se verremo evacuati. A ogni fine turno aggiorniamo i dati e i capi decidono se dobbiamo insistere o se morirci sopra non porterà comunque a nulla. Però ce lo chiedono, per correttezza, ci chiedono Qualcuno di voi chiede di abbandonare la posizione? Nessuno fiata, nessuno vuole gettare disonore su di sé e sulla propria famiglia, nessuno ignora il rosso, per alcuni virante al purpureo, della tessera ben visibile, esposta come una medaglia nell'apposito scomparto della tuta. Non ci si tira indietro, non c'è più tempo di ripensarci, comunque vada noi ci saremo stati, avremo fatto la nostra parte, per qualcuno saremo quelli che tanto ormai non avevano più niente da perdere, per altri saremo quelli che salutavano gli elicotteri di nascosto e hanno cercato di proteggere il mondo facendo scudo con il proprio corpo.


martedì 18 gennaio 2011

Mi fate ridere.

La vittima sono io, l'unica vera vittima di tutta la faccenda. Sono vittima del sogno americano del capitalismo allegro arrivato qui grazie al cinema. Sono vittima dell'incubo ateo e materialista del socialismo reale arrivato qui grazie alle fabbriche. Sono vittima della morale deprimente e del senso di colpa di un antico cattolicesimo. Sono vittima del culto della trasgressione e della volgarità orgogliosa. Sono vittima dell'arricchimento del corpo e dell'impoverimento dello spirito. Sono vittima dei tempi, i 50 con il boom economico, i 60 con la droga e il sesso liberi, i 70 con la rivoluzione e l'ideologia armata, gli 80 con i junk bonds di wall street e la cocaina in piazza duomo, i 90 con il computer e la guerra, gli 0 con internet e la guerra, e adesso i 10 con quello che rimane e la guerra, ovvero niente, non rimane niente.

Ho avuto mogli, ho avuto figli. Ho avuto amici. Ho avuto tutto e tutto quello che ho avuto l'ho pagato. Non devo dire grazie a nessuno, non c'è niente nella mia vita che abbia ricevuto gratis. Per diventare ricco ho arricchito un sacco di persone. Ho pagato donne e uomini e ancora oggi pago e pago e pago, continuo a pagare e i soldi non bastano mai. Senza soldi non avrei niente, non sarei niente. Ci sono persone come me che nascono così, dipendenti dai soldi, sopravvivono grazie ai soldi, passano tutto il tempo dentro a un polmone d'acciaio fatto di soldi. Fingo di credere a chi dichiara di volermi bene, di essere dalla mia parte, ma so benissimo che in realtà sono tutti uniti a me da legami di soldi.

Cerco di essere una brava persona. Cerco di essere altruista, gentile, simpatico. A volte arrivo a illudermi che i soldi non hanno importanza, che se domani perdessi tutto la gente mi dimostrerebbe affetto e cado nella solita trappola della speranza, della fiducia. Alla fine sono quello che se sgarri te la fa pagare, che è diventato ricco impedendo a qualcun altro di diventarlo, che ormai tanto vale darci dentro e goderseli questi soldi. Ho fatto agli altri quello che gli altri avrebbero fatto a me, è questo che dovete capire. Se tutti mi vogliono bastardo allora posso accontentarli, stringo accordi sottobanco, accetto compromessi con le feccia più feccia che c'è, non faccio fatica a pagare smorfiose zoccolette che fin da bambine aspirano a tv e calciatori. Davvero pensate che se fossi morto da piccolo ora non ci sarebbe un altro al mio posto contro il quale puntare il vostro dito ipocrita?

Ormai sono vecchio e stanco. Nonostante le operazioni e i trapianti, non hanno ancora inventato metodi per levarti di dosso gli anni che hai dentro. Parlo con i grandi del mondo. Conosco tutti quelli che finiranno nei libri di storia e anch'io ci finirò e su di me ci saranno due versioni, ci sarà l'accusa e la difesa. Perché sono bifronte, ho due facce come la moneta che tengo in mano, la faccia di chi ha accettato le mani tese senza controllare se fossero pulite o sporche, l'altra faccia che serve per dire alla mamma non ti devi vergognare di me. Sono un peccatore, sono come voi che inciampate e cadete, la differenza è che io inciampo in peccato grossi e cado facendo parecchio rumore, perché io sono ricco, sono potente. Sono un bersaglio enorme e c'è chi vuole diventare famoso come colui che ha buttato giù l'imperatore, ha ucciso il cantante famoso, ha sparato al Papa.

Mi fanno causa perché io sono io. Sono l'esempio e lo spauracchio. Sono quello che si sputa in pubblico e si invidia in privato. Io, io e io. Io che sono superiore a tutto questo, che potrei farne a meno perché ho ville, ho barche, ho elicotteri, ogni piccola cosa che faccio la faccio per voi perché io di mio non mi serve, non ne ho bisogno. Io sono quello che vi ha salvato da ignoranti e malvagi, da retrogradi e infingardi. Io ho impedito la morte della libertà, il dissanguamento dei contribuenti, la povertà e la guerra civile. Io potevo prendere i miei soldi e abbandonarvi e invece sono rimasto qui, mi sono sacrificato per voi. Ma vi sbagliate se pensate che sia una vittoria definitiva. Quelli si nascondono, stanno zitti per un po', si mettono in attesa, ma non cambiano, non spariscono, aspettano l'occasione per tornare all'attacco, la loro religione ha come limite temporale per la vittoria rivoluzionaria la fine dei tempi.

Ho fatto i soldi infrangendo la legge e sono un vecchio che vuole continuare fare sesso. Pensate che sia l'unico? Guardate gli altri ricchi, come pensate che lo siano diventati, senza l'aiuto dei politici? Vi siete mai chiesti cosa ci fanno tutte quelle prostitute in giro? I vecchi, con o senza viagra. I vecchi vogliono fare sesso e vogliono farlo con donne belle e giovani, mica con prugne secche e senza denti che puzzano di soffritto. Sapete quanto fattura il mercato della pornografia? E adesso salta fuori che son tutti santi, sembra che io sono l'unico depravato in circolazione. Addirittura lo sdegno arriva da chi ha sempre predicato sesso libero, droga, omosessualità, prostituzione libera, pornografia, nudismo, perversione, oscenità, accusando di bigottismo i falsi moralisti e i perbenisti della detestabile borghesia capitalista. Io sono il prodotto della vostra propaganda. E voi siete come me, però senza soldi.

mercoledì 13 ottobre 2010

Supposta.

Tra due ore tocca a me uscire, prendere la supposta, è stato Jorge a chiamarla così, la capsula che ci porterà sopra, lassù, fuori da questa tomba, all'aria aperta. Due mesi in una gabbia di roccia, qualche minuto in una gabbia di ferro, la supposta infilata su per il culo di questa miniera assassina. Sono tutti di buon umore, perfino Mario, che è nato senza il dono del sorriso, ha una luce negli occhi che non ha mai avuto, quando guarda in alto, il soffitto della grotta, e chissà cosa immagina di vedere. Alfredo ripete da giorni che non gli interessa niente di finire in televisione, che se stringerà la mano del presidente sarà solo perché gliel'ha chiesto sua moglie. Alfredo ripete da giorni che a nessuno interessa davvero qualcosa di me, in particolare, o di Mario, in particolare, o di Roberto, in particolare, dice che siamo solo i minatori che verranno salvati, siamo attori di un film che l'anno prossimo sarà già sprofondato in quel posto dove finiscono tutte le cose che succedono agli sconosciuti e alle persone qualunque. Alfredo ripete da giorni che tutto quello che vuole è vedere il mare, sedersi in riva al mare sapendo di poter andare dove gli pare. Anch'io sogno sempre più spesso di trovarmi in posti senza muri.

Possiamo raggiungere con la voce chi sta quasi un chilometro sopra di noi. Parlare con i parenti, con i medici, con gli psicologi. Lo psicologo mi ha raccomandato di dormire quando le luci si abbassano per farci sapere che nel mondo dei liberi è notte. Mi fa moltissime domande, tutti i giorni, e io rispondo sincero. Mi ha chiesto se mi sento bene, ho detto non lo so. Mi ha chiesto se ho dei problemi, ho detto non lo so. Mi accorgo da come gli trema la voce che le mie risposte non lo soddisfano. Mi dice pensiamoci bene, sono qui per aiutarti a sopportare l'attesa nel miglior modo possibile. Ascolto, non sono il tipo che parla molto e il silenzio angustia il mio psicologo, dice non dobbiamo preoccuparci, ti posso assicurare che andrà tutto bene, presto ne verremo fuori. Dice verremo, come se fosse anche lui quaggiù con me, e a volte mi viene il dubbio che vorrebbe davvero esserci. Mi chiede se c'è qualcuno con cui mi piacerebbe parlare, che può mettermi in contatto con chiunque, e ci rimane così male quando gli faccio sapere che in questo momento non sento il bisogno di parlare con nessuno, rimane così deluso da spingermi a dire Sylvester Stallone, fammi parlare con Stallone. Ride, ridiamo. Dico chiamiamo il Papa, vogliamo parlare con Ratzinger, ci piacerebbe molto far due parole con Tom Waits. È molto contento quando anch'io uso la prima persona plurale.

Mia moglie anche oggi si è messa a piangere, dicendomi quanto le manco. Prima di restare bloccato sottoterra mia moglie era già tanto se mi salutava ogni tanto. Dice che là sopra la situazione è molto tesa, gente che era molto amica adesso si odia, scoppiano litigi per i contratti delle future interviste, per i diritti d'autore. Dice che quando tornerò fra i vivi diventerò ricco e famoso, di prepararmi a una nuova vita. Tornare fra i vivi, è una frase che da quando l'ha detta non smette di girarmi nel cervello. Leo si è riempito le tasche di sassi e altri piccoli oggetti, ogni tanto li tira fuori e li pulisce come se avessero un grandissimo valore. Non è il solo, anche Francis vuole portare con sé il più possibile, mi ha rimproverato di non fare lo stesso, dice che una volta fuori metterà all'asta anche la camicia che ha addosso. Una delle cose che mi ha colpito è stata la confusione e i battibecchi quando si è trattato di scegliere l'ordine di evacuazione. Alcuni volevano a tutti i costi uscire per primi, altri invece per ultimi, quasi nessuno ci teneva a uscire nel mezzo. Ho detto al mio psicologo che ci sono dei momenti i cui preferirei restare qua, rifiutarmi di entrare nella supposta, restarmene qui dove sono, da solo. Lui mi ha parlato in quel modo lento e preciso che utilizza solo passando dallo scrupolo alla paura e quando non aveva più voce mi ha invitato a cena, ha detto andiamo a mangiare insieme quando esci, d'accordo?, ero stanco di starlo a sentire e ho detto va bene. Ha detto perfetto, così mi piaci, per sicurezza ti mando giù delle pillole che ti aiuteranno a dormire meglio.

La supposta è un cilindro in rete metallica con un cavo d'acciaio per trascinarla nel cunicolo. C'è una mascherina per l'ossigeno, c'è un telefono d'emergenza. Ho avuto un sacco di tempo per pensare a cosa proverò entrando nella supposta. Non c'è molto da fare qui, a parte giocare a carte, fare ginnastica, intavolare lunghe chiacchierate, c'è fin troppo tempo per pensare. Sentirò i rumori del metallo che sfrega contro la pietra, mi coprirò gli occhi con le mani per evitare la polvere, conterò mentalmente i secondi visualizzando la mia ascesa come un puntino luminoso su uno schermo e di quando in quando mi sforzerò di vedere l'uscita, il cerchio luminoso del mondo dei vivi, il secondo parto, la nuova vita in attesa di possedere il mio corpo, l'esorcismo che mi libererà della vita vecchia, la metamorfosi. Ho sognato che arrivavo in cima e quando aprivano la supposta mi guardavo attorno e scoprivo di essere in ancora una grotta, solo un po' più grande, un po' più arieggiata e luminosa. Ho sognato che la supposta si bloccava a metà strada e mi dicevano che non c'era niente da fare, se ne andavano tutti e io stavo calmo, non mi disperavo, perché sapevo che in realtà ero rimasto l'unica persona viva al mondo e che sarei rimasto vivo per sempre, a percepire il trascorrere delle ere nel bozzolo protettivo della supposta. Ho sognato che la supposta usciva dal tempo e dallo spazio e quando ne venivo fuori mi trovavo nella vecchia casa in cui sono nato, in cui ho passato la mia infanzia. Ho sognato che era una capsula del tempo in grado di farmi tornare bambino e che premendo un bottone avrebbe fatto in modo di tagliare tutti i pezzi della mia vita che non avrei voluto rivivere.

(Disclaimer: i nomi ovviamente sono inventati, non c'è riferimeto a persone realmente esistenti)

giovedì 24 giugno 2010

Questo è 4553737.

Il primo numero non può essere 2, siamo uniti, mio fratello non esiste, è questo che non riusciamo a farti capire. Non siamo gemelli, non siamo nemmeno fratelli, siamo lo stesso numero con segno opposto, e il segno non ha alcuna importanza se consideri il modulo, ciò che rimane è il numero e quel numero è 1. Potrei usare i suoi occhi, potrei essere lui, e in effetti ci scambiamo di posto, siamo intercambiabili, niente ci distingue, non siamo speculari, non siamo fatti a immagine, siamo copie, siamo duplicati, due esemplari dello stesso numero.

Ci hanno fatto esibire, ci hanno mandato in televisione. Sappiamo quando cade il giorno di Pasqua nell'arco di 80 mila anni ma non cosa sia una pasqua. Sappiamo il giorno della settimana di qualsiasi data tu possa proporci ma non possiamo fare somme o sottrazioni. Sappiamo fornirti un numero primo di 12 cifre ma non la definizione di numero primo. La gente rideva, la gente applaudiva, per noi non aveva senso, anche la gente è un numero. Il numero di quella gente è 4733.

Siamo nati così. Se fossi solo direbbero che sono malato ma mio fratello gemello è come me e questo ci rende invisibili, si smette di vedere quello che non si riesce a spiegare. Ma noi non siamo un due, siamo due uno, siamo l'unità, perché ci percepite come distinti? Il dottore è 821. Cerca di dirci qualcosa ma non lo capiamo, usa cose diverse dai numeri, suoni che per noi sono come cinguettii d'uccello, uccello è 1697, come tonalità del vento che fischia, vento è aria è 677, vento è movimento è 1013, vento è 685801, suono è 1511, suono del vento è 687312. È molto semplice, è naturale, come si può anche solo immaginare che esista un modo di comunicare differente? Tutto è numero, eppure nessuno a parte noi sembra accorgersene. Cosa vedono i vostri occhi, noi vediamo i numeri, voi cosa?

Ci fanno molte domande, ci fanno dei test. La nostra intelligenza è risultata molto scarsa. I concetti, ci dicono, avete il concetto di questo e di quello? Diciamo 47051 o 99809 e il dottore scuote la testa, deluso. Ci chiedono cosa provate? Non abbiamo idea di cosa stiano parlando. Noi ci sforziamo di capire il loro linguaggio ma loro si rifiutano di imparare il nostro. Sappiamo dire cos'è successo in qualsiasi giorno a vostra scelta dal compimento del nostro quarto compleanno. Il 5 10 1976 abbiamo mangiato 3 fette di pane tostato, siamo usciti di casa alle 7 e 53, il bambino che si girava quando sentiva la parola Mike ci ha spintonato e ci ha dato un calcio alla sedia, il giornale con la parola Post sporgeva dall'espositore dell'edicola e in prima pagina c'era il numero 15 e la parola morti. Non calcoliamo, non ricordiamo, tutto è sotto i nostri occhi quando guardiamo dentro di noi.

Abbiamo capito che si può vivere in un mondo senza numeri, un mondo dove i numeri rappresentano solo la qualità di qualcos'altro. Assurdo, tutto è una qualità dei numeri, questo è palese, è lampante, lo sentiamo sulla pelle, nelle ossa, non è qualcosa che possiamo scegliere. Voi venite da un altro universo, 112241, da un'altra realtà. Che ci facciamo qui, tra di voi, perché non siete come noi, che fine hanno fatto tutti i nostri simili? Il nostro 1 dovrebbe essere molto più numeroso di 2. A volte penso come sarebbe senza mio fratello e mi spavento, sarei completamente solo su un pianeta alieno. Questo sentimento è 4637684, un numero dal sapore disgustoso. 7794509 invece è morbido e ha un buon profumo, potrei accarezzarlo per ore.

Il dottore vuole il numero delle cose, vuole entrare in sintonia, scambiare dei numeri con noi. Non ci riesce, non è neppure capace di vedere il numero dei piselli che ha nel piatto. Noi vediamo 253, 11 e 23, acqua e calore, e diciamo 253 ma non è il numero dei piselli. Piselli è 53051. I piselli nel piatto ci stanno dicendo 253, acqua tiepida, è un numero piacevole. Il dottore ne toglie una manciata, toglie 16, un numero pericoloso, e adesso i piselli dicono 237, e noi diciamo al dottore 237, e lui è contento, noi non lo saremmo se qualcuno ci dicesse 237.

(Ispirato al caso dei gemelli John e Michael, pazienti del neurologo Oliver Sacks)


mercoledì 9 giugno 2010

Kong è il nome che mi avete dato.

Da qui posso vedere lontano. È una delle tante cose che ci divide, il bisogno di salire in alto per guardare lontano. È il fattore più importante, la causa di tutta l'incomprensione, la fonte di quello che mi piace chiamare destino, una serie di scelte obbligate. Impossibile per me ignorare, schivare l'impulso, sarebbe come rinunciare a bere fingendo che la sete sia solo frutto di immaginazione. Non riesco a ingannare me stesso, non posso, non sono come voi, non mi è data la capacità di rifiutare per calcolo, anche se questo significa agire contro il mio interesse, andare incontro alla fine.

Voi avete paura di me, io di voi neanche un po'. I vostri proiettili, le vostre punte, i vostri aggeggi meccanici che si tengono a distanza, nell'attesa che sgorghi il panico nel mio sguardo per trovare il coraggio di attaccare. O la ferocia di un ringhio di sfida per pensare che me lo merito, che sono troppo feroce, pericoloso, incontrollabile. Volete che mi batta i pugni sul petto e io vi accontento. Sono solo stanco, di una stanchezza che affonda le radici in luoghi dell'anima che non potete raggiungere. Non provate il bisogno di guardare lontano, di stare semplicemente seduti a guardare, senza fare niente.

È così che stavo col branco il giorno in cui notammo dei puntini nel mare e quei puntini eravate voi. Nessuno poteva supporre in quel momento che esseri così piccoli stavano arrivando a distruggere, uccidere. Senza motivo se non la paura, la necessità di eliminare tutto ciò che potrebbe rappresentare potenzialmente un problema. Eventuali problemi futuri, ecco come ragionate, è l'unico modo che avete di guardare lontano. Ecco perché sono salito quassù, non perché sono spaventato, non perché cerco di fuggire. Sono qui perché so quando giunge il momento giusto per chiudere, quando continuare sarebbe solo sopravvivere, vendere se stessi in cambio di un'esistenza vuota e miserabile.

Non vi limitate a vendere la vostra vita, vendete anche tutto il resto, il mondo intero. Volete angoli dove trovate curve, spianate ogni sporgenza, riempite tutte le buche. Vi spaventano le spirali, le ramificazioni. Ogni cosa dev'essere pulita, liscia, resa misurabile dai grezzi strumenti che adoperate per far entrare l'universo nell'angusto spazio del vostro raziocinio. Dite che sono io quello a cui manca qualcosa, l'umanità, quando siete voi i mutilati, che avete strappato dalla vostra mente, dal nucleo delle vostre essenze, stelle e pianeti di consapevolezza fondamentali. La chiamate umanità e la vedete come un traguardo, per me è strapparsi un occhio e vantarsi di aver perso la percezione visiva della profondità.

Siete arrivati e subito avete iniziato a tagliare, modellare, accumulare. Il puzzo dei vostri fuochi sempre accesi era qualcosa a cui non eravamo abituati e mai ci saremmo abituati. Anche qui, adesso, la puzza di fumo è insopportabile. Ho raggiunto il punto più alto della vostra città e ancora non basta. Volerei via, se potessi. Vorrei impadronirmi delle vostre conoscenze solo per un istante, il tempo che mi serve per usare uno dei vostri aerei e fuggire lontano. Non è paura la mia, è totale rifiuto, è orrore. Forza, azionate le vostre armi e facciamola finita, vi sto aspettando, non posso suicidarmi buttandomi di sotto, è un'altra conseguenza del non essere come voi, del non voler accettare i compromessi dell'umanità. Non diventerò mai umano, quello che vi sembra di vedere in me, nell'espressione, nell'umidità dei miei occhi, non è un briciolo di umanità immatura. Siete voi che avete una frazione di ciò che sono io in totale e lo chiamate umanità scambiandolo per un intero.

Quanto ci avete messo a distruggere il branco? Un mese, forse due. Uscivate in fila dalla vostra fortezza e la caccia aveva inizio, giorno dopo giorno. Molti di noi sono stati uccisi nel sonno. Avvelenati, catturati e massacrati lentamente. Voi ci mangiavate. Usavate parti del nostro corpo come ornamento. Sono nauseato dall'odore del sangue e mi avete costretto a immergerci le mani, a sentirne il sapore. Lo ammetto, vi odio. Devo ringraziare questo sentimento se sono ancora vivo. Tutti gli altri non hanno mai imparato a odiarvi, pensavano che a guidarvi fosse una legge naturale, che non foste malvagi. Ecco cosa siete riusciti a insegnarmi: l'odio. Ecco dove mi ha portato imparare qualcosa da voi, in cima a un grattacielo per abbracciare con sollievo la sconfitta. Perché alla fine dovete sempre vincere voi, ci ho messo tutta la vita a capirlo. Avrei dovuto lasciarmi uccidere insieme al resto del branco, almeno le mie ossa riposerebbero con le loro. Mi mangerete come avete fatto con gli altri? Dove butterete le mie ossa dopo avermi mangiato?

Anch'io volevo insegnarvi qualcosa. I vostri sacrifici per placare la mia rabbia mi avevano indotto a credere che avevate capito, che avreste smesso, che sareste cambiati. Trovare uno di voi legato fuori dal villaggio ogni plenilunio era un conforto per me. Fino a quando avessi trovato la vittima designata sarei stato al sicuro, non dovevo più temervi. Pensavo avessimo patteggiato una tregua perenne, un armistizio senza fine. Non riesco a spiegarmi cosa mi abbia sempre trattenuto dall'irrompere nel villaggio per eliminarvi tutti, fino all'ultimo. Anzi, lo so. Sarei rimasto solo, circondato dalle ossa di quello che era il mio branco. Non avrei più avuto modo di scaricare il dolore nel tentativo di restituirvelo. Non avrei mai più avuto voglia di salire in alto e guardare lontano.

La ragazza ha di nuovo perso i sensi. Non fa che gridare quando è sveglia. È terrorizzata più da me, che non le ho fatto alcun male, che dai vostri proiettili. Avete di nuovo iniziato a sparare, vorrei che fosse più veloce, voglio che finisca prima di sentirmi spinto a scendere da qui e farvi a pezzi, voi e le vostre cose. Fate presto, almeno questo favore concedetemelo. La ragazza non ha idea di quello che provo per lei. L'ho riempita di significato, la guardo e mi convinco che lei è il branco che mi faceva sentire parte di qualcosa, che lei è ciò che provo guardando lontano in compagnia di qualcuno identico a me. So che è illusione, ma voglio morire accanto a qualcosa che mi fa sentire bene, faccio finta che non sia solo umana ma qualcosa di più. Preferisco quando è svenuta, sentirla gridare mi impedisce la concentrazione, mi innervosisce.

Sono pronto. Avanti, metteteci più impegno. Cosa devo fare per convincervi? Prendere al volo uno dei vostri giocattoli e scagliarlo lontano? Così va meglio? Vi sentite più motivati adesso? La ragazza l'ho messa giù, non rischiate di colpirla. Non sento più dolore, non sento più niente. Ho solo voglia di ritrovarmi seduto col mio branco, al tramonto, con la certezza che non mi accadrà mai la disgrazia di incontrarvi. La mia colpa non è quella di non essere diventato umano, ma di esserlo diventato troppo. Contagiato dal vostro esempio ho portato all'estremo la vostra natura per mostrarvi un paesaggio lontano. La mia colpa è di non essere riuscito a contagiarvi a mia volta, di aver continuato a credere in qualcosa che avete perduto in modo totale e definitivo. La mia colpa è la speranza di aiutarvi a ritrovare voi stessi quando in realtà cerco solo di non perdere me stesso.

Ora l'ho capito, non ho più voglia di combattere, non ho più scopo. Mi aggrappo per morire qui dove sono, in alto, dove posso guardare lontano. Non sopporto l'idea di cadere ancora vivo, di morire in terra, laggiù, dove voi siete a vostro agio tra spigoli e fumo. La mia paura è che la caduta mi dia l'opportunità di darvi ragione, di scoprire d'aver lasciato in cima al grattacielo tutto ciò che non mi rende umano. Sento di essere arrivato a un passo dal dimenticare il significato delle cose. Mi avete tolto le forze poco a poco, facendomi restare solo, strappandomi dalla mia terra, tenendomi soggiogato mediante il per me sempre traumatico e incomprensibile sacrificio dei vostri simili. Mi avete cambiato e questa è l'ultima opportunità che mi rimane per abbracciare la verità della mia vita. Continuate a sparare, per favore, non fermatevi adesso.