giovedì 13 maggio 2010
Icone moderne 001
Frannie Guller ha infranto ogni record con il suo ultimo capolavoro schizzato in vetta a tutte le classifiche. Un'epica rivisitazione dell'anoressia, tema cult per eccellenza nell'ambientazione raffinata del neolirico. Forgiata in ruoli a margine di serie televisive come La tossina FK2 (1993) e Grazie ma forse domani (1995), esplode come interprete del sentire comune nella splendida performance nei panni di Dana in La frutta è di plastica (1998). Siamo riusciti a contattare il mitico Franz Scarpenghi nella sua tenuta in Afganistan e l'abbiamo strappato dalla cura maniacale per la lucidità del pelo dei suoi purosangue riuscendo a ottenere una sua dichiarazione in esclusiva che pubblicheremo per intero nello speciale di settimana prossima. Un'anticipazione che possiamo darvi è che ha avuto davvero una relazione con Frannie quando era meglio nota come la contorsionista più famosa del cinema di contrabbando e, nonostante le evidenze, potrebbe essere lui il padre del nascituro che tutti stiamo aspettando con ansia di fotografare. Suonino le trombe, i critici che ancora non si piegano alle ragioni del successo dovranno chinare il capo di fronte alla prova eccelsa di come la matrice subliminale della fama non ha intaccato la genuina femminilità di Frannie, nemmeno quando ha rifiutato di indossare l'abito di scena cucito per lei personalmente dall'immenso Greg Stobostein. Definire artista Frannie è riduttivo, il suo infinito glamour unito all'eleganza naturale le permettono di sperimentare acconciature coraggiose davanti alle quali non possiamo fare altro che prostrarci ai suoi bellissimi piedi in adorazione, con la speranza che un frammento della sua nobiltà ci tocchi nell'intimo. Soprannominata pelle di cera, zigomo d'oro, gluteo magnetico, la nostra Frannie è in realtà una donna sensibile, abituata alla cura del dettagli, che si dedica a numerose opere di beneficenza senza sbandierare ai quattro venti la grandezza d'animo di un sentire magnifico, superiore in ogni senso alla mediocrità del quotidiano. Sono leggendarie le sue cene a casa del magico Rudy Fullerman, dove presenta le essenze profumate che il giorno dopo vanno all'asta per milioni di dollari. Perché non sprecare l'aggettivo assoluto quando tutto in Frannie ha il sapore del sogno che si avvera? Poliedrica, divinamente grandangolare, un paradigma dell'ascesa sul monte del trionfo come attrice e come poetessa, ma anche come icona pop che reinventa l'adozione prendendosi carico di una coppia di anziani al posto dei soliti orfani bambini. Un portamento tragico ma eccelso nel penoso claudicare posticcio così tipico dei suoi imitatori. L'immaginario Koskoziano in un trucido ma elaborato schizzo post-romantico, quando la nevrastenia conclamata sgorga nella conclusione inattesa, non possiamo fare a meno di riconoscerci in Frannie e affrontare la tematica della rinascita collettiva. Lo scandalo del video hard che la vede coinvolta assieme al noto atleta Thomas Rifling non ha provocato che un battito d'ali in confronto alle rivelazioni sui presunti abusi subiti dal cognato quando lavorava come modella per l'ormai celeberrima pubblicità dei pannolini. Frannie è oggi un esempio da seguire per le nuove generazioni, una coincidenza gradita nel mondo dello spettacolo che non mancherà di stupirci ancora e ancora nei prossimi tempi.
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mercoledì 12 maggio 2010
Gekko.
Adesso ti spiego come funzionano i soldi, dice Quentin. Stiamo attraversando un quartiere dopo l'altro e lui ha in mano questo rettangolo di plastica con dei bottoni sopra, quando li schiaccia i semafori diventano verdi, la sbarre si sollevano, i cancelli si aprono. Quentin sta parlando da quando ci siamo incontrati, stava già parlando ed ero ancora troppo lontano per sentire cosa stesse dicendo. Era così anche da bambino, non riuscivo mai a inserire una parola, parlava anche per me, mi vedeva aprire bocca e mi afferrava il braccio, diceva anche le mie battute, solo che non erano mie, la sua mente schizzava parole ovunque e lui doveva solo prenderle e tenerne qualcuna per sé. Mi faceva dire cose stupide, di solito, ma ogni tanto mi faceva dire cose troppo intelligenti per me e mi sentivo ricompensato. Anche adesso non riesce a farmi dire quello che direi veramente se fossi io a parlare. No, mi dice, afferrandomi il braccio, non è come pensi, i soldi non esprimono un valore. Questo nel suo mondo l'ho detto io, è così che funziona Quentin. E invece ti dico che lo esprimono, prosegue, solo che non è il valore che intendi tu.
A me non interessa quello che dice Quentin, non mi è mai interessato. Mi piace solo cercare di seguire il filo dei suoi discorsi, schivando le parentesi, le divagazioni, distinguendo quando parla per sé da quando parla per uno o più interlocutori immaginari. Mi piace perché mentre parla guida e mi porta in posti strani, esclusivi, e credo lo sappia che non subirei il suo bisogno di parlarmi se non mi scarrozzasse in giro. Posso fare a meno di guardarlo e concentrarmi sul panorama, ho imparato a seguire i suoi ragionamenti come si ascolta la melodia concentrandosi sulle percussioni, senza farci caso. Perché a un certo punto Quentin decide che ti viene concesso il diritto di parlare e ti conviene avere qualcosa di arguto e sensato da aggiungere o sarebbe capace di spararti come si spara a un cavallo zoppo.
Non ricordo il nome di chi ha inventato la zona dei quartieri modello e non ho nessuno a cui chiederlo, c'è solo Quentin e lui non accetta domande, specialmente fuori tema. Stiamo viaggiando entro i limiti su un viale alberato molto pulito, così decorato da farti venire voglia di toccare le foglie per scoprire che sono di plastica o che la tua mano passa oltre, attraversa i laser dell'ologramma. C'è luce gialla che proviene da tutte le direzioni, mille soli invisibili nel cielo carta da zucchero, niente nuvole. Una ragazza in calzoncini sta correndo sul marciapiede, le spalle che si muovono come quelle di un boxeur. C'è una donna che pota un cespuglio fiorito, bambini che si lanciano una palla. Come si chiama questo quartiere, che modello rappresenta, non ho nessuno a cui chiederlo, Quentin non è una guida turistica.
Sta parlando ancora di soldi, di come ci siano più soldi che oggetti. Quando ci sono troppi soldi allora tutti hanno soldi ma cosa ci compri? Niente. Esatto, proprio così, hai detto bene. Non ho parlato, vorrei dirgli, ma non lo faccio. Emetto un singolo breve sbuffo che riassume il mio divertimento che implode. Suona come il punto alla fine della frase che nel mondo di Quentin ho appena pronunciato. A quel punto ci vogliono dei soldi che hanno un valore per comprare i soldi che non valgono più niente, dice Quentin. Poi sta zitto. Si sente solo il fruscio delle gomme sull'asfalto, sembra provenire delle ombre degli alberi, l'ombra delle foglie che scorrono sul parabrezza come uccelli in picchiata contro di me, mi viene da chinarmi per evitare che vadano a sbattere sulla mia faccia e invece si alzano all'ultimo momento e mi passano sopra.
Mi giro a guardarlo, sta fissando dritto davanti a sé, concentrato. Provo a parlare, so già che il suono della mia voce mi sembrerà strano, dopo un po' che sto con lui mi convinco che la mia voce autentica sia uguale a quella di Quentin. Dico mi sembra una bella storia, poi che succede? Non sto mentendo, mi piacciono sempre le sue storie. Questa è più cervellotica, i richiami e le postille, una storia che devia parecchio rispetto allo standard di Quentin a cui sono abituato. Preme un tasto e superiamo il confine col quartiere successivo. Qui è tutto grigio, molto cemento, vetrate a specchio. Un uomo con occhiali scuri ci osserva e parla col polsino della sua camicia. Non so, dice Quentin, soldi commestibili, mi sembra eccessivo. Si è ripreso, parlerà per la prossima ora, il prossimo mese, fino a quando la macchina che ci trasporta non finirà in pezzi con noi dentro ridotti a scheletri, quello di Quentin con la mandibola che va su e giù.
A un certo punto nella storia che mi sta raccontando, la storia che diventerà un file audio tra le migliaia catalogati nel computer di Quentin, il protagonista scopre che esistono solo i soldi. La gente ha smesso di lavorare e tutta la roba che compra viene dall'estero. Lo stato vende pezzi di carta a banche in giro per il mondo e i soldi che ci ricava li distribuisce ai cittadini che li usano per comprare cose prodotte all'estero. In pratica è una critica ai quartieri modello, per questo siamo qui, è il motivo per cui mi ci ha portato. Il resto del mondo paga per venire a vedere questa gente che vive producendo soldi senza valore, li vende in cambio di soldi veri. Come nei villaggi turistici, mi dice, come in crociera, ti danno dei pezzi di carta colorata o delle monete di plastica e ti dicono quella gialla vale dieci e quella blu vale cinquanta. Faccio finta di aver qualcosa da dire così Quentin mi afferra il braccio e va avanti a raccontare.
Mi vedo nell'atto di aprire la portiera e gettarmi fuori dall'abitacolo. Forse non se ne accorgerebbe nessuno. Magari non in questo quartiere, qui sarei riconoscibile come corpo estraneo, non ho i vestiti adeguati e magari usano un loro linguaggio particolare che si è sviluppato in anni di isolamento. La storia si apre proprio nel momento in cui crolla tutto, dice Quentin, la parte in cui le cose andavano bene e nessuno sospettava niente la faccio come dei flashback. Mi immagino questi tizi in completo scuro che invadono il quartiere delle villette, affamati, e in terra ci sono soldi di mille tipi, rifiuti che vengono presi a calci. Devi stare con me, dice Quentin, lo sai, darmi una mano con i dialoghi. Vedo la mia mano che afferra la maniglia e tira, l'asfalto venirmi incontro. Sono in un quartiere modello, ho sempre desiderato scoprire cosa si prova. La macchina si ferma, anche Quentin scende. Si guarda intorno, sta urlando ma è troppo lontano per sentire cosa sta dicendo. Mi arriva solo qualche pezzo di frase perché da qualche parte si è attivato un allarme che va da un ruggito appena percepibile a un fischio altissimo: ...zzeranno...ma sei...to?...bito in macc...are!
A me non interessa quello che dice Quentin, non mi è mai interessato. Mi piace solo cercare di seguire il filo dei suoi discorsi, schivando le parentesi, le divagazioni, distinguendo quando parla per sé da quando parla per uno o più interlocutori immaginari. Mi piace perché mentre parla guida e mi porta in posti strani, esclusivi, e credo lo sappia che non subirei il suo bisogno di parlarmi se non mi scarrozzasse in giro. Posso fare a meno di guardarlo e concentrarmi sul panorama, ho imparato a seguire i suoi ragionamenti come si ascolta la melodia concentrandosi sulle percussioni, senza farci caso. Perché a un certo punto Quentin decide che ti viene concesso il diritto di parlare e ti conviene avere qualcosa di arguto e sensato da aggiungere o sarebbe capace di spararti come si spara a un cavallo zoppo.
Non ricordo il nome di chi ha inventato la zona dei quartieri modello e non ho nessuno a cui chiederlo, c'è solo Quentin e lui non accetta domande, specialmente fuori tema. Stiamo viaggiando entro i limiti su un viale alberato molto pulito, così decorato da farti venire voglia di toccare le foglie per scoprire che sono di plastica o che la tua mano passa oltre, attraversa i laser dell'ologramma. C'è luce gialla che proviene da tutte le direzioni, mille soli invisibili nel cielo carta da zucchero, niente nuvole. Una ragazza in calzoncini sta correndo sul marciapiede, le spalle che si muovono come quelle di un boxeur. C'è una donna che pota un cespuglio fiorito, bambini che si lanciano una palla. Come si chiama questo quartiere, che modello rappresenta, non ho nessuno a cui chiederlo, Quentin non è una guida turistica.
Sta parlando ancora di soldi, di come ci siano più soldi che oggetti. Quando ci sono troppi soldi allora tutti hanno soldi ma cosa ci compri? Niente. Esatto, proprio così, hai detto bene. Non ho parlato, vorrei dirgli, ma non lo faccio. Emetto un singolo breve sbuffo che riassume il mio divertimento che implode. Suona come il punto alla fine della frase che nel mondo di Quentin ho appena pronunciato. A quel punto ci vogliono dei soldi che hanno un valore per comprare i soldi che non valgono più niente, dice Quentin. Poi sta zitto. Si sente solo il fruscio delle gomme sull'asfalto, sembra provenire delle ombre degli alberi, l'ombra delle foglie che scorrono sul parabrezza come uccelli in picchiata contro di me, mi viene da chinarmi per evitare che vadano a sbattere sulla mia faccia e invece si alzano all'ultimo momento e mi passano sopra.
Mi giro a guardarlo, sta fissando dritto davanti a sé, concentrato. Provo a parlare, so già che il suono della mia voce mi sembrerà strano, dopo un po' che sto con lui mi convinco che la mia voce autentica sia uguale a quella di Quentin. Dico mi sembra una bella storia, poi che succede? Non sto mentendo, mi piacciono sempre le sue storie. Questa è più cervellotica, i richiami e le postille, una storia che devia parecchio rispetto allo standard di Quentin a cui sono abituato. Preme un tasto e superiamo il confine col quartiere successivo. Qui è tutto grigio, molto cemento, vetrate a specchio. Un uomo con occhiali scuri ci osserva e parla col polsino della sua camicia. Non so, dice Quentin, soldi commestibili, mi sembra eccessivo. Si è ripreso, parlerà per la prossima ora, il prossimo mese, fino a quando la macchina che ci trasporta non finirà in pezzi con noi dentro ridotti a scheletri, quello di Quentin con la mandibola che va su e giù.
A un certo punto nella storia che mi sta raccontando, la storia che diventerà un file audio tra le migliaia catalogati nel computer di Quentin, il protagonista scopre che esistono solo i soldi. La gente ha smesso di lavorare e tutta la roba che compra viene dall'estero. Lo stato vende pezzi di carta a banche in giro per il mondo e i soldi che ci ricava li distribuisce ai cittadini che li usano per comprare cose prodotte all'estero. In pratica è una critica ai quartieri modello, per questo siamo qui, è il motivo per cui mi ci ha portato. Il resto del mondo paga per venire a vedere questa gente che vive producendo soldi senza valore, li vende in cambio di soldi veri. Come nei villaggi turistici, mi dice, come in crociera, ti danno dei pezzi di carta colorata o delle monete di plastica e ti dicono quella gialla vale dieci e quella blu vale cinquanta. Faccio finta di aver qualcosa da dire così Quentin mi afferra il braccio e va avanti a raccontare.
Mi vedo nell'atto di aprire la portiera e gettarmi fuori dall'abitacolo. Forse non se ne accorgerebbe nessuno. Magari non in questo quartiere, qui sarei riconoscibile come corpo estraneo, non ho i vestiti adeguati e magari usano un loro linguaggio particolare che si è sviluppato in anni di isolamento. La storia si apre proprio nel momento in cui crolla tutto, dice Quentin, la parte in cui le cose andavano bene e nessuno sospettava niente la faccio come dei flashback. Mi immagino questi tizi in completo scuro che invadono il quartiere delle villette, affamati, e in terra ci sono soldi di mille tipi, rifiuti che vengono presi a calci. Devi stare con me, dice Quentin, lo sai, darmi una mano con i dialoghi. Vedo la mia mano che afferra la maniglia e tira, l'asfalto venirmi incontro. Sono in un quartiere modello, ho sempre desiderato scoprire cosa si prova. La macchina si ferma, anche Quentin scende. Si guarda intorno, sta urlando ma è troppo lontano per sentire cosa sta dicendo. Mi arriva solo qualche pezzo di frase perché da qualche parte si è attivato un allarme che va da un ruggito appena percepibile a un fischio altissimo: ...zzeranno...ma sei...to?...bito in macc...are!
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martedì 11 maggio 2010
Carrelli.
rivo col carrello c'è un altro carrello sembra abbandonato a volte ci sono carrelli rotti che non ci devi mettere la moneta e allora viene lasciato lì dov'è in mezzo alla strada non lo mettono a posto perché non ci hanno messo la moneta e parlo ad alta voce dico non ricordo qualcosa non ricordo cosa perché sto spingendo il mio carrello e controllo che mio figlio non finisca sotto una macchina mentre ficco la spesa nel baule dico qualcosa perché vedo un carrello abbandonato e sento una voce sento qualcuno che dice è mio dice ci ho messo una moneta da cinquanta centesimi dice lo vuole? le serve? dico no grazie e vedo che c'è una signora mentre sistemo la spesa ho questa fotografia di quel che ho visto ho visto una macchina vecchia una panda blu di un blu che non può essere il suo vero colore dev'essere stata riverniciata e ho visto una signora molto vecchia seduta al posto di guida con le gambe di fuori come quelle amazzoni ottocentesche a cavallo con entrambe le gambe dalla stessa parte ho visto la panda con la portiera aperta con dentro questa vecchia che mangia grissini e indossa un berretto di lana azzurro sbiadito e penso che nemmeno il colore del berretto è originale e ho visto gli occhi di questa vecchia un po' preoccupati direi spaventati due occhi piccoli e azzurri chiaro che non può essere il loro colore originale così mentre sistemo la spesa con mio figlio che mi consiglia come sistemare cartoni e sacchetti penso a questa vecchia e capisco qualcosa non so bene cosa quel che capisco è che devo sistemare quel carrello in mezzo alla strada così torno a guardare e l'immagine è proprio come quella che avevo in testa c'è davvero la panda e la vecchia e i grissini e penso che è così vecchia che forse sotto il berretto ha pochi capelli bianchi il loro colore originale e penso che mangia grissini per andare avanti che se non si fosse seduta lì a mangiare un grissino sarebbe morta nel parcheggio e nessuno l'avrebbe messa a posto perché non contiene monete allora dico le metto a posto il carrello e lei ha di nuovo quello sguardo impaurito di chi sa che non potrà reagire di chi sa di essere in completa balia del prossimo e dice c'è dentro la mia moneta lo dice come implorando come dicesse per favore non rubare la mia moneta e io dico non si preoccupi gliela porto la sua moneta sto per dire la sua cazzo di fottuta moneta mi vedo che mi arrabbio con quella fragile vecchia terrorizzata per il fatto che si preoccupi tanto per una moneta da cinquanta centesimi sono tentato di darle subito tutta la moneta che ho in tasca e di dirle tenga queste facciamo così io mi tengo la sua da cinquanta se lei prende questa manciata di euri ma non lo faccio non voglio offenderla in nessun modo non voglio farla agitare voglio che stia lì seduta tranquilla a finire i suoi grissini sarei disposto anche a fare la guardia a mandare via tutti in modo che possa finire con tranquillità di mangiare i suoi cazzo di fottuti grissini e quando ho messo via il carrello e le riporto la moneta lei sorride questo non va bene lei sorride e dice allora non sono tutti cattivi c'è ancora qualche buono non ha più lo sguardo triste preoccupato spaventato la vecchia mi sorride e io dico ma certo dico solo ma certo perché sono sconvolto all'idea che davvero viva in un mondo dove sono tutti cattivi dove è cosa straordinaria essere buoni con una vecchia sola e turbata dentro di me penso che forse era una prova una specie di test come nella bibbia che se trovi anche un solo buono allora risparmierò il villaggio e noto che ci sono ancora due grissini nel sacchetto e scappo in realtà mi muovo a velocità normale addirittura sorrido e le ripeto certo che ci sono ma l'impulso è quello di mettermi a correre prima che finiscano i grissini e il supermercato venga distrutto da una pioggia di f
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lunedì 10 maggio 2010
Alla scuola dei preti (intermezzo 3*N)
Era il periodo dei paninari. Bisogna capire il contesto, c'era Drive In alla televisione. La televisione. Gran parte della mia vita non c'è stata. Ho più ricordi di televisione che di esperienze. Le esperienze erano qualcosa tra ore di televisione. Non solo io, tutti i miei coetanei. Abbiamo in comune gli stessi cartoni animati, Bim Bum Bam, Super Super Gulp. Abbiamo in comune i telefilm, i video musicali. Ciò che ci faceva e che ci fa sentire uguali era ed è la televisione, nient'altro. Ci accusano di ignorare volutamente la storia, i valori, le opinioni. Non so quant'è voluto, noi quando non stavamo davanti alla tv allora parlavamo di tv, ripetevamo parole sentite in tv, cantavamo canzoni passate in tv, litigavamo sulla tv.
Quelli delle generazioni precedenti non capiscono cosa significhi, pensano che siamo come loro e che la tv si aggiunga al resto senza sostituire niente. Invece no. Come adesso con i computer, con internet e i videogiochi. Son vecchio ma li capisco molto di più di quanto i nostri vecchi capissero noi. E sono contento per loro, la mia generazione è la più sfigata di tutte, avevamo solo la televisione. La guerra fredda e tangentopoli, l'inverno nucleare e le brigate rosse, le crisi petrolifere e la mafia. La televisione mostrava un mondo in cui fuggire per sentirsi bene. E ci vestivamo da paninari. Chi non aveva abbastanza soldi per vestirsi da paninaro ti puntava un coltello e ti rubava le scarpe.
Adesso è uguale, ma avete il computer, beati voi. Avete ancora gli stessi giornalisti che avevamo noi, la stessa gente in tv, la stessa gente in politica. Avete gli stessi cantanti, gli stessi scrittori, gli stessi attori. La generazione che viene prima della mia è ancora in sala di controllo, ride della mia generazione ma non riderà della vostra perché si vede quanto gli fate paura coi vostri computer che noi non avevamo. Noi avevamo la tv a bassa, bassissima definizione e il walkman, con le cassette a nastro, una striscia di plastica che si rompeva, si inceppava, suono di pessima qualità, che usciva a metri e dovevi metterci un pezzo di scotch e con la matita cercare di farlo rientrare con delicatezza e circospezione dentro all'involucro.
Se non tenete presente questo, che c'era solo la tv, massima espressione di comunicazione a senso unico, non potete capire perché si finiva a bigiare in paninoteca o a fumare nei bagni. Cos'altro potevi fare? Scrivere lettere ai giornali come quei tizi paranoici che nei libri e nei film non si rassegnano all'idea che cambiare il mondo sia possibile utilizzando le regole di un sistema chiuso e blindato dall'interno? Internet fa paura, se vi sembra strano pensate un momento a noi, con le nostre belle Timberland ai piedi che andiamo a guardare Rambo al cinema. Parlo di cinema con sedie di legno, schermi che oggi sono quelli di una grande televisione ultrapiatta, senza impianto stereo a ottanta canali multisurround, senza nemmeno impianto antincendio se è per quello.
Il discorso finale di Rambo. La roba buona veniva tutta dagli Usa. I nostri film facevano cagare, erano roba tipo carletto spia la maestra che fa la doccia e scoreggia in sala mensa. Ecco, cominciate a farvi un'idea di cosa significasse essere teenager negli anni '80? Flashdance, Dallas e Dinasty, Saranno Famosi. Terminator, Rocky. Michael Jackson e Madonna. Stephen King. Raffaella Carrà, Mike Bongiorno, Pippo Baudo. Don Lurio, potrei andare avanti all'infinito. Abbiamo la testa piena di star, di pubblicità, di vip, di sceneggiature mediocri. La scienza era l'unica cosa che non era andata a male, tutto il resto, specialmente se limitato all'Italia, serviva solo a prendere la sufficienza a scuola. Roba per vecchi, roba morta e sepolta che non aveva più niente da dire.
Poi c'erano quelli che si davano al calcio o alla politica. Andavano allo stadio, andavano alle manifestazioni. Allo stesso modo, con lo stesso spirito con cui si va in discoteca o a un concerto. La stessa differenza che passa tra il crederci davvero e il pensare di crederci. È l'effetto tv. E intanto si cresceva, si diventava adulti. Ma non si era mai abbastanza adulti per i nostri vecchi. Ancora adesso, a 40 anni, sono considerato un ragazzo. La mia generazione non ha mai avuto il diritto di essere adulta. Aspetti i 20 anni per essere trattato da uomo e ti accorgi che nel frattempo per essere uomo devi averne 40. Arrivi a 40 e devi averne 60. E intanto alcune persone muoiono, sui giornali ogni tanto appaiono titoloni, la vita tua e del mondo intero ti scorre davanti, proprio come alla tv. La mia generazione è su un divano che guarda la tv da quando è nata e morirà davanti alla tv.
Per cui non ridete troppo forte quando vi racconterò altre cose della scuola dei preti. Abbiate pietà. Quanta ne ho io di quelli con 10 o 20 anni meno di me che sono conciati anche peggio, generazione parlando. Io dovevo andare alle edizioni paoline e subire gli sguardi contrariati delle suore e insistere per avere tra le mani l'ultimo saggio di Hans Kung, voi potete trovarlo on line e scaricarlo sull'ebook reader. Io non potevo dirlo a nessuno che non ero d'accordo con certe teorie storiche o che la logica del marketing secondo me avrebbe prodotto disastri o che non aveva senso perdere mesi di scuola a spiegare cose che possono essere imparate in due settimane, ammesso che valga la pena di impararle. Primo non c'era nessuno che avesse voglia di sentire certi discorsi, secondo non sarebbe servito a niente se non a perdere quei pochi amici che con grande fatica e odio per me stesso ero riuscito a procurarmi al fine di superare l'adolescenza senza finire in manicomio.
Se vivi nella tv ti comporti di conseguenza. Ci sono le risate finte in sottofondo, ci sono le battute e devi recitarle anche se non ti piacciono, ci sono momenti tragici e momenti demenziali. Tra qualche decennio o secolo gli storici daranno un nome a questo periodo storico. Noi crediamo di vivere la stessa epoca che ci ha preceduto, è tipico dei contemporanei il non rendersi conto che gli hanno strappato il tappeto da sotto i piedi, che è tutto diverso in una maniera che non riescono a comprendere perché ci sono dentro, non possono guardarla da fuori. Non possiamo scegliere il programma, siamo come attori che accettano qualsiasi ruolo pur di esserci. A volte ci dimentichiamo che si tratta di recitazione: siamo così bravi, così autentici, così calati nella parte da non riuscire più a smettere. Arrivano e passano i titoli di coda e noi siamo ancora lì in costume a inventarci il sequel.
Quelli delle generazioni precedenti non capiscono cosa significhi, pensano che siamo come loro e che la tv si aggiunga al resto senza sostituire niente. Invece no. Come adesso con i computer, con internet e i videogiochi. Son vecchio ma li capisco molto di più di quanto i nostri vecchi capissero noi. E sono contento per loro, la mia generazione è la più sfigata di tutte, avevamo solo la televisione. La guerra fredda e tangentopoli, l'inverno nucleare e le brigate rosse, le crisi petrolifere e la mafia. La televisione mostrava un mondo in cui fuggire per sentirsi bene. E ci vestivamo da paninari. Chi non aveva abbastanza soldi per vestirsi da paninaro ti puntava un coltello e ti rubava le scarpe.
Adesso è uguale, ma avete il computer, beati voi. Avete ancora gli stessi giornalisti che avevamo noi, la stessa gente in tv, la stessa gente in politica. Avete gli stessi cantanti, gli stessi scrittori, gli stessi attori. La generazione che viene prima della mia è ancora in sala di controllo, ride della mia generazione ma non riderà della vostra perché si vede quanto gli fate paura coi vostri computer che noi non avevamo. Noi avevamo la tv a bassa, bassissima definizione e il walkman, con le cassette a nastro, una striscia di plastica che si rompeva, si inceppava, suono di pessima qualità, che usciva a metri e dovevi metterci un pezzo di scotch e con la matita cercare di farlo rientrare con delicatezza e circospezione dentro all'involucro.
Se non tenete presente questo, che c'era solo la tv, massima espressione di comunicazione a senso unico, non potete capire perché si finiva a bigiare in paninoteca o a fumare nei bagni. Cos'altro potevi fare? Scrivere lettere ai giornali come quei tizi paranoici che nei libri e nei film non si rassegnano all'idea che cambiare il mondo sia possibile utilizzando le regole di un sistema chiuso e blindato dall'interno? Internet fa paura, se vi sembra strano pensate un momento a noi, con le nostre belle Timberland ai piedi che andiamo a guardare Rambo al cinema. Parlo di cinema con sedie di legno, schermi che oggi sono quelli di una grande televisione ultrapiatta, senza impianto stereo a ottanta canali multisurround, senza nemmeno impianto antincendio se è per quello.
Il discorso finale di Rambo. La roba buona veniva tutta dagli Usa. I nostri film facevano cagare, erano roba tipo carletto spia la maestra che fa la doccia e scoreggia in sala mensa. Ecco, cominciate a farvi un'idea di cosa significasse essere teenager negli anni '80? Flashdance, Dallas e Dinasty, Saranno Famosi. Terminator, Rocky. Michael Jackson e Madonna. Stephen King. Raffaella Carrà, Mike Bongiorno, Pippo Baudo. Don Lurio, potrei andare avanti all'infinito. Abbiamo la testa piena di star, di pubblicità, di vip, di sceneggiature mediocri. La scienza era l'unica cosa che non era andata a male, tutto il resto, specialmente se limitato all'Italia, serviva solo a prendere la sufficienza a scuola. Roba per vecchi, roba morta e sepolta che non aveva più niente da dire.
Poi c'erano quelli che si davano al calcio o alla politica. Andavano allo stadio, andavano alle manifestazioni. Allo stesso modo, con lo stesso spirito con cui si va in discoteca o a un concerto. La stessa differenza che passa tra il crederci davvero e il pensare di crederci. È l'effetto tv. E intanto si cresceva, si diventava adulti. Ma non si era mai abbastanza adulti per i nostri vecchi. Ancora adesso, a 40 anni, sono considerato un ragazzo. La mia generazione non ha mai avuto il diritto di essere adulta. Aspetti i 20 anni per essere trattato da uomo e ti accorgi che nel frattempo per essere uomo devi averne 40. Arrivi a 40 e devi averne 60. E intanto alcune persone muoiono, sui giornali ogni tanto appaiono titoloni, la vita tua e del mondo intero ti scorre davanti, proprio come alla tv. La mia generazione è su un divano che guarda la tv da quando è nata e morirà davanti alla tv.
Per cui non ridete troppo forte quando vi racconterò altre cose della scuola dei preti. Abbiate pietà. Quanta ne ho io di quelli con 10 o 20 anni meno di me che sono conciati anche peggio, generazione parlando. Io dovevo andare alle edizioni paoline e subire gli sguardi contrariati delle suore e insistere per avere tra le mani l'ultimo saggio di Hans Kung, voi potete trovarlo on line e scaricarlo sull'ebook reader. Io non potevo dirlo a nessuno che non ero d'accordo con certe teorie storiche o che la logica del marketing secondo me avrebbe prodotto disastri o che non aveva senso perdere mesi di scuola a spiegare cose che possono essere imparate in due settimane, ammesso che valga la pena di impararle. Primo non c'era nessuno che avesse voglia di sentire certi discorsi, secondo non sarebbe servito a niente se non a perdere quei pochi amici che con grande fatica e odio per me stesso ero riuscito a procurarmi al fine di superare l'adolescenza senza finire in manicomio.
Se vivi nella tv ti comporti di conseguenza. Ci sono le risate finte in sottofondo, ci sono le battute e devi recitarle anche se non ti piacciono, ci sono momenti tragici e momenti demenziali. Tra qualche decennio o secolo gli storici daranno un nome a questo periodo storico. Noi crediamo di vivere la stessa epoca che ci ha preceduto, è tipico dei contemporanei il non rendersi conto che gli hanno strappato il tappeto da sotto i piedi, che è tutto diverso in una maniera che non riescono a comprendere perché ci sono dentro, non possono guardarla da fuori. Non possiamo scegliere il programma, siamo come attori che accettano qualsiasi ruolo pur di esserci. A volte ci dimentichiamo che si tratta di recitazione: siamo così bravi, così autentici, così calati nella parte da non riuscire più a smettere. Arrivano e passano i titoli di coda e noi siamo ancora lì in costume a inventarci il sequel.
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giovedì 6 maggio 2010
UTM.
Il grande giorno. Il trapiantato J sembra smagrito sotto le forti luci che illuminano il palco, ha dei solchi sulla faccia che producono ombre. Ha occhiaie profonde, ha rughe marcate, ha le pupille velate e gli occhi lucidi, smerigliati a pasta fine. Il trapiantato J era il prodigioso J tanto tempo fa, quando presentò il progetto Una Tantum Machine che aveva solo trent'anni, si parla di sette organi fa ormai, di cui uno trapiantato due volte per rigetto. L'ex prodigioso, il trapiantato J, fonte di ispirazione per intere generazioni, innovatore del marketing, il cultore di aspettative infondate. Eccolo pienamente illuminato, la pelle tirata sugli zigomi, chiazze grigiastre dove una volta c'erano capelli. Sorride perché è arrivato il grande giorno.
Se ne parla da anni. Perfino la candida M, con la sua impermeabilità alle mode così ostentata, nasconde, nella borsetta ricavata da materiale di scarto dell'industria del pollame, una riproduzione in scala dell'ennesima UTM, dalle forme perennemente ipotetiche, con numero di versione sbalzato a caldo in un'apposita nicchia. Gli analisti prevedono dieci milioni di esemplari venduti entro una settimana da oggi: il grande giorno è arrivato. Il mondo osserva, le telecamere indugiano sulla bocca del trapiantato J, che non parla, si gode il brusio che inonda il palco, che gli solletica i piedi. La bocca del trapiantato J, le gengive che si ritirano sui fragili denti rimasti. Le gente lo adora, perfino lo scorbutico K, nonostante i suoi articoli ostili e le infiammate detrazioni, si vede da come si tormenta le mani.
Lo scorbutico K e tutti quelli come lui, soldati della dissimulazione, coi loro titoli sprezzanti - Dov'è la UTM? - e le loro teorie complottiste - Esiste solo nei sogni! - e il remare contro per continuare a incassare gli assegni di società concorrenti. Oggi stanno zitti, si tormentano le mani. Il trapiantato J schiocca le dita e si apre il sipario. Eccola lì, l'UTM, luccica da miliardi di angolazioni, come una pietra preziosa, come una galassia. L'origine e la fine di un'epoca. Il sentimento dominante è la paura. La gracile F, con l'incantevole tonalità di voce che l'ha condotta alla fama, emette un verso impossibile da interpretare usando criteri umani. Il placido V per la prima volta sperimenta nuove emozioni, si sente atterrito e sconvolto, aggrotta le sopracciglia e il dettaglio sarà oggetto di discussione per mesi sul sito dei suoi fan giapponesi.
La domanda inespressa è: cosa faremo adesso? Di cosa parleremo? Giornali, documentari, libri, adesivi per paraurti - UTM atterrerà nel mio giardino - magliette - UTM, io so cos'è, chiedimelo - prototipi in miniatura non autorizzati, tazze da caffè, giocattoli per bambini con centinaia di pezzi da assemblare in modo casuale, programmi di simulazione sui possibili effetti di possibili malfunzionamenti, esperti chiamati a esporre congetture sui principi teorici, opinionisti, economisti, modelle per campagne pubblicitarie mirate a incrementare il numero delle prenotazioni a scatola chiusa. Adesso che l'UTM uscirà dall'immaginario collettivo e diventerà un utensile di uso comune, come riusciremo a sopravvivere?
Il trapiantato J aveva previsto anche questo, raggomitolato nella capsula di ionizzazione cataplasmica, convinto di morire di lì a poco, si era confidato con la fedele W, seduta composta nell'immancabile grembiule a circuiti stampati, convinta di fare presenza dovuta al capezzale del suo unico amore. La fedele W aveva sentito i brividi in porzioni di epidermide che non ricordava di avere dai tempi del liceo, quando il non ancora trapiantato ma prodigioso J le aveva fatto scoprire l'effetto dell'energia elettrostatica senza palesare i retroscena dell'abuso. Non c'era pelo che non volesse strapparsi via, proiettarsi lontano dal suo corpo quando W udì quella che in seguito classificò come profezia.
Si scatenò il putiferio. Come funziona, cosa può fare, usa davvero una forma di energia rimasta finora sconosciuta. Domande. Una sopra l'altra, una dentro l'altra. Il trapiantato J che invita alla calma. Uno per volta, risponderò a tutte le domande, ma prima lasciatemi dire una cosa. Questa che vedete non è l'UTM, ma lo strumento che ci consentirà finalmente di entrare nella fase successiva del progetto, portandoci più vicini che mai alla realizzazione del prodotto che tutti stiamo aspettando. Lo scorbutico K assume la postura feroce di chi sta scrivendo con inchiostro velenoso. La gracile F muove le labbra, parla da sola, frugando nella borsa. Il placido V si congratula con la pancia invadente che si ritrova, pacche cadenzate al rallentatore. La fedele W stringe le labbra e batte le mani, fa partire la reazione a catena che si chiama applauso. Ora sono tutti entusiasti, oggi è il grande giorno. UTM è sempre più vicina, la si può quasi toccare.
Se ne parla da anni. Perfino la candida M, con la sua impermeabilità alle mode così ostentata, nasconde, nella borsetta ricavata da materiale di scarto dell'industria del pollame, una riproduzione in scala dell'ennesima UTM, dalle forme perennemente ipotetiche, con numero di versione sbalzato a caldo in un'apposita nicchia. Gli analisti prevedono dieci milioni di esemplari venduti entro una settimana da oggi: il grande giorno è arrivato. Il mondo osserva, le telecamere indugiano sulla bocca del trapiantato J, che non parla, si gode il brusio che inonda il palco, che gli solletica i piedi. La bocca del trapiantato J, le gengive che si ritirano sui fragili denti rimasti. Le gente lo adora, perfino lo scorbutico K, nonostante i suoi articoli ostili e le infiammate detrazioni, si vede da come si tormenta le mani.
Lo scorbutico K e tutti quelli come lui, soldati della dissimulazione, coi loro titoli sprezzanti - Dov'è la UTM? - e le loro teorie complottiste - Esiste solo nei sogni! - e il remare contro per continuare a incassare gli assegni di società concorrenti. Oggi stanno zitti, si tormentano le mani. Il trapiantato J schiocca le dita e si apre il sipario. Eccola lì, l'UTM, luccica da miliardi di angolazioni, come una pietra preziosa, come una galassia. L'origine e la fine di un'epoca. Il sentimento dominante è la paura. La gracile F, con l'incantevole tonalità di voce che l'ha condotta alla fama, emette un verso impossibile da interpretare usando criteri umani. Il placido V per la prima volta sperimenta nuove emozioni, si sente atterrito e sconvolto, aggrotta le sopracciglia e il dettaglio sarà oggetto di discussione per mesi sul sito dei suoi fan giapponesi.
La domanda inespressa è: cosa faremo adesso? Di cosa parleremo? Giornali, documentari, libri, adesivi per paraurti - UTM atterrerà nel mio giardino - magliette - UTM, io so cos'è, chiedimelo - prototipi in miniatura non autorizzati, tazze da caffè, giocattoli per bambini con centinaia di pezzi da assemblare in modo casuale, programmi di simulazione sui possibili effetti di possibili malfunzionamenti, esperti chiamati a esporre congetture sui principi teorici, opinionisti, economisti, modelle per campagne pubblicitarie mirate a incrementare il numero delle prenotazioni a scatola chiusa. Adesso che l'UTM uscirà dall'immaginario collettivo e diventerà un utensile di uso comune, come riusciremo a sopravvivere?
Il trapiantato J aveva previsto anche questo, raggomitolato nella capsula di ionizzazione cataplasmica, convinto di morire di lì a poco, si era confidato con la fedele W, seduta composta nell'immancabile grembiule a circuiti stampati, convinta di fare presenza dovuta al capezzale del suo unico amore. La fedele W aveva sentito i brividi in porzioni di epidermide che non ricordava di avere dai tempi del liceo, quando il non ancora trapiantato ma prodigioso J le aveva fatto scoprire l'effetto dell'energia elettrostatica senza palesare i retroscena dell'abuso. Non c'era pelo che non volesse strapparsi via, proiettarsi lontano dal suo corpo quando W udì quella che in seguito classificò come profezia.
Si scatenò il putiferio. Come funziona, cosa può fare, usa davvero una forma di energia rimasta finora sconosciuta. Domande. Una sopra l'altra, una dentro l'altra. Il trapiantato J che invita alla calma. Uno per volta, risponderò a tutte le domande, ma prima lasciatemi dire una cosa. Questa che vedete non è l'UTM, ma lo strumento che ci consentirà finalmente di entrare nella fase successiva del progetto, portandoci più vicini che mai alla realizzazione del prodotto che tutti stiamo aspettando. Lo scorbutico K assume la postura feroce di chi sta scrivendo con inchiostro velenoso. La gracile F muove le labbra, parla da sola, frugando nella borsa. Il placido V si congratula con la pancia invadente che si ritrova, pacche cadenzate al rallentatore. La fedele W stringe le labbra e batte le mani, fa partire la reazione a catena che si chiama applauso. Ora sono tutti entusiasti, oggi è il grande giorno. UTM è sempre più vicina, la si può quasi toccare.
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Una Tantum Machine.
lla prenota da oggi incandescente l'offerta è per impressionare la tua fidanzata puoi prenotare UTM per averla in sogno come incandescente per prima cosa fallo ora fallo subito e avrai un supplementare sconto lascia cadere tutte le tue domande e forse credi che sia un desiderio incandescente troppo costoso? UTM le immagini sono disponibili da un futuro che può essere tuo rendi felice la tua nuova mamma consegna garantita e incandescente vedrai che è possibile è diventato accessibile ora è diventato completo UTM non è misurazione del tempo tutti i tuoi problemi sono superati fai il tuo ordine e incandescente potrai comperare UTM è ottimo il funzionamento perfetto per la tua nuova moglie non devi pagare milioni UTM è l'acquisto primordiale e formidabile e incandescente prendi il ristorante di lusso con il marchio è un'opzione che non è più difficile? Aspettati il meglio le molteplici funzioni nascoste di UTM consolida la tua nuova amante del lusso incandescente senza costare oltre quanto ti puoi permettere di pagare? Vai dentro il sito di web della tua nuova UTM e non effettua procedimenti noti ottieni il rispetto tutto completo di garanzia incandescente per la tua nuov
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mercoledì 5 maggio 2010
Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (25 di N)
Quando c'hai un figlio non vedi l'ora che sia diventato grande così se ti capitasse di morire non lasceresti orfano un bambino. D'altra parte vorresti che restasse piccolo perché è troppo divertente avere a che fare con tuo figlio che è ancora piccolo. Giocare ha un significato molto profondo quando non devi usare l'adultità per ridere. Non c'è niente di complesso, non serve toccare corde nascoste, seppellite sotto anni e anni di esperienza accumulata o subita, per far scaturire la gioia.
Per esempio un gioco che ti posso suggerire l'ho chiamato incontro casuale. Serve un tavolo, un padre e un figlio. Ci si mette uno di fronte all'altro e si dice “Oh, ma ciao, eccoti qua!” e il bambino risponde qualcosa, il mio dice per esempio “Ehi, cosa fai da queste parti?” Si parla un po' a caso e a un certo punto dici “Si è fatto tardi, devo andare”, “Hai ragione, anch'io ho un appuntamento”, “Allora io vado di qua”, “Io vado di là”, “Ciao allora, stammi bene”, “Ciao, alla prossima.” Si gira intorno al tavolo, ci si incontra di nuovo e parte una nuova scenetta.
Per rendere più complesso il gioco si possono inserire citazioni da libri o da film. Per esempio di punti in bianco io grido “Sono dappertutto!” e lui replica “Escono dalle fottute pareti!”, poi si torna al tono di voce normale “Adesso devo proprio andare”, “ È stato bello vederti, un giorno di questi dobbiamo organizzare qualcosa.” A volte il bambino passa sotto le gambe del padre e al posto di fare dietro front ci si allontana di spalle.
Una delle cose più belle è anche far finta di non capire qualcosa e farsela spiegare dal bambino. Il mio ha imparato ad approfittarne e si inventa le cose e io faccio finta di crederci sollevando obiezioni solo quando riscontro evidenti contraddizioni o illogicità troppo appariscente.
Sono tutte cose semplici quelle che ti danno maggiore soddisfazione. Uno magari pensa che si debba essere orgogliosi perché il figlio vince qualcosa, perché è più forte degli altri, perché può vantare un padre migliore degli altri padri. A me le cose che piacciono di più sono piccole, come stamattina che all'asilo sono arrivati i suoi amichetti e l'hanno portato via per giocare con lui. Di solito non si stacca da me se non arriva la maestra a prenderlo per mano, oggi no. Oggi sono arrivati dei bambini e l'hanno afferrato e l'hanno trascinato quasi di peso verso la zona giocattoli. Non mi ha neanche salutato, non si è nemmeno voltato a guardarmi andare via.
A me piacciono queste cose, tipo il padre uscì di scena come in quei film in cui tutta l'azione è da una parte e c'è questa figura umana che, da sola, si allontana, indecisa se sorridere, fischiettare, rimuginare, chiudersi nelle spalle, saltellare. Non c'è il regista a dirti cosa devi fare, non c'è scritto sulla sceneggiatura qualcosa di più preciso, c'è solo 'exit', e tu prendila come ti pare, ma devi uscire. Puoi pensare a cosa ricorderai tu di tutto questo e cosa ricorderà lui, che differenza di sentimenti ci può essere fra le persone quando, da posizioni molto distanti, si pongono di fronte a ricordi in comune. Oppure no, puoi anche non pensare a niente.
Per esempio un gioco che ti posso suggerire l'ho chiamato incontro casuale. Serve un tavolo, un padre e un figlio. Ci si mette uno di fronte all'altro e si dice “Oh, ma ciao, eccoti qua!” e il bambino risponde qualcosa, il mio dice per esempio “Ehi, cosa fai da queste parti?” Si parla un po' a caso e a un certo punto dici “Si è fatto tardi, devo andare”, “Hai ragione, anch'io ho un appuntamento”, “Allora io vado di qua”, “Io vado di là”, “Ciao allora, stammi bene”, “Ciao, alla prossima.” Si gira intorno al tavolo, ci si incontra di nuovo e parte una nuova scenetta.
Per rendere più complesso il gioco si possono inserire citazioni da libri o da film. Per esempio di punti in bianco io grido “Sono dappertutto!” e lui replica “Escono dalle fottute pareti!”, poi si torna al tono di voce normale “Adesso devo proprio andare”, “ È stato bello vederti, un giorno di questi dobbiamo organizzare qualcosa.” A volte il bambino passa sotto le gambe del padre e al posto di fare dietro front ci si allontana di spalle.
Una delle cose più belle è anche far finta di non capire qualcosa e farsela spiegare dal bambino. Il mio ha imparato ad approfittarne e si inventa le cose e io faccio finta di crederci sollevando obiezioni solo quando riscontro evidenti contraddizioni o illogicità troppo appariscente.
Sono tutte cose semplici quelle che ti danno maggiore soddisfazione. Uno magari pensa che si debba essere orgogliosi perché il figlio vince qualcosa, perché è più forte degli altri, perché può vantare un padre migliore degli altri padri. A me le cose che piacciono di più sono piccole, come stamattina che all'asilo sono arrivati i suoi amichetti e l'hanno portato via per giocare con lui. Di solito non si stacca da me se non arriva la maestra a prenderlo per mano, oggi no. Oggi sono arrivati dei bambini e l'hanno afferrato e l'hanno trascinato quasi di peso verso la zona giocattoli. Non mi ha neanche salutato, non si è nemmeno voltato a guardarmi andare via.
A me piacciono queste cose, tipo il padre uscì di scena come in quei film in cui tutta l'azione è da una parte e c'è questa figura umana che, da sola, si allontana, indecisa se sorridere, fischiettare, rimuginare, chiudersi nelle spalle, saltellare. Non c'è il regista a dirti cosa devi fare, non c'è scritto sulla sceneggiatura qualcosa di più preciso, c'è solo 'exit', e tu prendila come ti pare, ma devi uscire. Puoi pensare a cosa ricorderai tu di tutto questo e cosa ricorderà lui, che differenza di sentimenti ci può essere fra le persone quando, da posizioni molto distanti, si pongono di fronte a ricordi in comune. Oppure no, puoi anche non pensare a niente.
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lunedì 3 maggio 2010
Body Art. [1 di n]

Interno, ascensore - Musica di arpa in sottofondo. Tracy, voltata di schiena, si guarda nella parete a specchi, sistemandosi il trucco. Accanto a lei alcune persone immobili guardano verso l'alto. Tracy si immobilizza osservando nello specchio che gli altri presenti si stanno sciogliendo come pupazzi di cera. Un PING segnala l'arrivo al piano.
V.F.C. (melliflua, asessuata, senza accenti): Sesto piano, Body Art, Friedkson and Marvin, Hoky Logistic.
Interno, giorno, corridoio - Voci che si sovrappongono, telefoni che suonano. Si apre la porta dell'ascensore.
Interno, giorno, ufficio - Darla, una tazza di caffè in mano, si volta per guardare l'ascensore attraverso la vetrata a giorno dell'ufficio senza smettere di parlare in cuffia.
DARLA: Certo, è tutto compreso, anche l'assicurazione.
Interno, giorno, corridoio - Tracy esce per ultima dall'ascensore. Si muove con andatura ondeggiante, seduttiva, lanciando sguardi provocanti. Si blocca.
Interno, giorno, ufficio - Darla sorride ma c'è un'altra faccia che tenta di emergere come un'ombra. Una faccia dall'espressione malvagia.
Interno, giorno, corridoio, sede della BODY ART - Tracy sorride e fa un cenno con la mano. ZOOM sul suo occhio destro.
Interno, notte, buio scantinato - Darla (primo piano) impugna due elettrodi, uno per mano. Sul suo volto c'è l'espressione ombra e sta ridendo come una pazza.
Interno, notte, buio scantinato – Tracy (primo piano) sorride e fa un cenno con la mano.
Interno, giorno, corridoio, sede della BODY ART – Tracy deve addossarsi al muro per permettere il passaggio di una barella coperta da un lenzuolo da cui sporgono i piedi di un cadavere. Un uomo incravattato agita dei fogli e grida rivolto agli inservienti che stanno spingendo la barella.
UOMO: Non mi interessa se è la prima volta, non sapete leggere? Entrata secondaria! C'è scritto in grandi lettere sottolineate!
(spezzone in bianco e nero rovinato dal tempo in cui si vede una mano tremante che sottolinea le parole in questione)
La barella urta uno spigolo della T di BODY ART, scritta in lettere giganti attaccate sotto il bancone della reception, e il biglietto appeso all'alluce del cadavere cade a terra, fra i piedi di Tracy, che lo raccoglie e rimane col biglietto in mano mentre barella uomo e inservienti si allontanano.
Interno, giorno, ufficio – Darla si toglie le cuffie e tiene la tazza con due mani osservando la scena. Tracy apre la porta, entra in ufficio.
DARLA: Allora?
Sul volto di Darla riappare per un istante l'ombra malvagia. Tracy evita di guardarla, appende l'impermeabile all'attaccapanni, appoggia la borsa su una sedia e va a sedersi alla sua scrivania, di fronte a quella di Darla.
DARLA: Allora?
TRACY: Allora cosa?
DARLA: Come si chiama?
TRACY: Chi?
DARLA: Ti ho vista raccogliere il cartellino.
TRACY: Che buffo, vero? Un cartellino molto simile a quello che usano per le nuove confezioni di profumo di Glenny Worcher, a proposito, l'hai già provato? Quando si dice serendipity, ieri passavo dal Ritemayer, sai quello vicino alla sesta, e le hostess vicino alla scala mobile del terzo piano stavano promuovendo proprio quel profumo, riesci a crederci?
Tracy si infila la cuffia microfonata, appoggia il cartellino sulla scrivania, accende il monitor, accavalla le gambe.
DARLA: Come si chiama?
TRACY (rovesciando indietro la testa, a occhi chiusi): Quanto vorrei una sigaretta.
Darla si alza e afferra il cartellino (ombra malvagia).
DARLA: Randall L. Flickering.
TRACY (SUONO dal computer, Tracy schiaccia un bottone): Body Art, come posso soddisfarla?
Darla torna al suo posto, annusa il cartellino.
(spezzone in bianco e nero rovinato dal tempo in cui si vede un cucciolo di cane che annusa il dorso di una mano, ha un brivido e si accuccia)
Darla attacca il cartellino alla sua lampada da tavolo, si rimette le cuffie, fissa Tracy aspettando che termini la conversazione.
TRACY: No, mi dispiace. La nuova legge ci impedisce di lavorare con soggetti minorenni, a meno che la causa di morte sia un evento accidentale.
Darla fa dondolare col dito il cartellino.
TRACY: Le passo l'ufficio legale, ma non credo che il suicidio sia considerabile accidentale. Può impugnare il referto autoptico ma ci vorrà del tempo e, si sa, il tempo corrompe, come dire, ha capito? Attenda in linea prego, le passo l'interno.
DARLA (sorseggiando caffè): Dove finirà questo Randall? Ti chiedi mai cose come questa? Decorerà una fontana? Verrà usato per esporre cartelloni in metropolitana?
TRACY: spero comunque qualcosa di legale. Non come quei due, non farmici pensare, non rimetterò mai più piede in quel club, non hai idea, guarda.
DARLA: Di cosa? Quale club? Hai sporto denuncia o sono ancora là?
TRACY: Vorrei che tu non fossi così morbosa, davvero, è stato orripilante.
La telecamera ZOOM su cartellino che ondeggia, quando torna indietro il cartellino è appeso all'ombrellino di pizzo di Darla.
Esterno, giorno, giardino – Darla e Tracy, vestite come dame dell'ottocento, passeggiano in un roseto.
DARLA: … e trovo così assurde certe pretese.
TRACY: Certo cara, direi oltraggiose, al di là dell'offensivo.
DARLA: io ho il mio giardino di cui occuparmi, non posso certo sprecare in mio tempo in faccende comuni.
TRACY: No di certo, tesoro, se non ha abbastanza soldi da incrementare la servitù, che faccia da sé quello che vuole sia fatto da altri.
DARLA: Guarda questa rosa, sai quanti incroci ho dovuto fare per ottenere questa tonalità di amaranto?
TRACY: Semplicemente meravigliosa.
DARLA: Non ho mai nascosto una passione che nutro fin dall'infanzia, non mi si può certo rimproverare qualcosa.
TRACY: Certo che no, come ti viene in mente?
DARLA: Un giorno sarò famosa, il mio nome sarà ricordato come quello di chi...
SUONO dal computer.
Interno, giorno, ufficio – La mano di Darla schiaccia un bottone.
DARLA: Body Art, come posso soddisfarla?
Tracy prende la borsa e ci rovista dentro.
TRACY (voce fuori campo): Fermenti lattici, costume per la seduta di yoga del giovedì, copriborse per gli occhi all'estratto di teina con nanogranuli di collagene tonalità carne numero dodici e applicatore a sfera, spilla umorale Gracel Romson lavorata a mano, oggi meglio di no, potrebbe diventare verde e segnalare a tutti che ho dormito poco, ma dove sarà finito il lucidalabbra?
DARLA: Resistono nell'acqua ma non può dotarli di alcun tipo di meccanismo elettrico
(spezzone in bianco e nero rovinato dal tempo in cui si vede un bambino di pochi mesi che nuota fra pesci tropicali, in un acquario)
TRACY (si ritocca lo smalto): Dici che dovrei denunciarle?
DARLA: Le invio subito una brochure via email, per qualsiasi domanda non esiti a richiamarci. (preme un bottone) Erano più di una?
TRACY: Essì, un uomo e una donna, e so anche chi sono.
DARLA (ombra malvagia): Te lo stai inventando.
TRACY: No davvero, al Cotton Brest, giù al village, hai presente? Nei bagni.
DARLA: Hai scattato qualche foto? Dimmi di sì.
Interno, club notturno – un uomo di schiena asconde dalla vista dello spettatore i genitali di un corpo maschile appeso alla parete con mani e piedi a contatto con le piastrelle, come incollato. L'uomo sta facendo qualcosa al copro appeso, si sente un rumore liquido. L'uomo ride e continua a fare quella cosa ignota che produce rumore liquido.
UOMO: Sapone! Sapone! Voglio più sapone!
L'uomo si gira verso il lavandino. Primo piano delle mani piene di sapone, che diventa schiuma quando lo bagna e inizia a lavarsi le mani. Le sciacqua e vediamo l'uomo di schiena che stavolta copre i genitali di un corpo femminile, anch'esso appeso come il precedente. L'uomo fa qualcosa e si sente il rumore di aria calda di un asciugamani elettrico. L'uomo alza la mano destra e fa qualcosa sul petto del corpo femminile.
UOMO: Più calda! La voglio più calda! Ecco, così va bene.
Esterno, giorno, giardino – Darla e Tracy, sedute a un tavolino di ferro battuto, hanno di fronte un servizio da tè. Tracy assaggia un biscottino.
DARLA: Non ha usato queste parole ma il senso era quello.
TRACY: Te lo sento dire ma non riesco a farmelo entrare in testa, è una richiesta così assurda.
DARLA: Sono miei, giusto? Devo usarli per comprare fertilizzanti, nuovi semi, non posso certo andare incontro alle sue esigenze finanziarie solo perché ho fatto l'errore di sposarlo.
TRACY: Se fossi in te non mi porrei nemmeno il problema. Chiunque gli darebbe torto, anche chi non abbia la minima idea di come funzionino le cose in un matrimonio.
DARLA: Hai assaggiato quelli allo zenzero? Li trovo squisiti.
Interno, giorno, ufficio – Darla ha trascinato la sedia per stare più vicina alla collega. Stanno bisbigliando per commentare le immagini che scorrono sul telefonino di Tracy.
TRACY: Vedi, si vede il segno dietro il tallone, dove il codice a barre è stato come...
DARLA: Strappato via?
TRACY: No, no, hanno usato degli attrezzi per modificarlo. Sei cieca? Se l'avessero strapapto via si vedrebbe l'osso, sai quanto è profondo il tatuaggio?
DARLA: Beh, comunque è illegale.
TRACY: Altroché, quell'uomo è pazzo.
DARLA: Ma come fai a sapere che la donna stava con lui e lo tradiva con quell'altro?
(spezzone in bianco e nero rovinato dal tempo in cui si vede la barella coperta da un lenzuolo, in primo piano il cartellino sull'alluce con scritto Randall L. Flickering, in sottofondo gemiti e sospiri tipici di un accoppiamento, il cadavere si mette seduto, cade il lenzuolo che gli ricopriva la faccia e si vede Randall che guarda di fronte a sé, quindi abbassa lo sguardo sulle proprie mani e, schifato, cerca di pulirle sul lezuolo).
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giovedì 29 aprile 2010
L'araldo di Postacqua (2+3 di n)
2
Il corpo, o quel che ne rimaneva dopo lo scempio causato dalla combustione, risultò appartenere a Erminio Cattelli, il giovane trasferitosi da poco con la moglie che aveva comprato l’ultima in fondo delle villette a schiera in Via dei Ciliegi, la casa meglio nota come ‘villa dell’aquila’ a causa dell’uccello artificiale, posizionato vicino al cancello d’ingresso, che cambiava colore a seconda del tempo: celeste in caso di pioggia, vermiglio se bel tempo.
La moglie di Erminio, Giacinta, era una donna minuta che, in vanto del suo nome, amava i fiori e tutta la loro fenomenologia. Indossava una veste di un viola scuro con piccole rose carminio a decorazione delle maniche quando vennero a prenderla per il riconoscimento del cadavere. Non che ce ne fosse bisogno; la grossa catena d’oro massiccio che l’uomo sfoggiava dall’apertura della camicia, su un petto a dir poco villoso, era più che sufficiente a togliere ogni dubbio sull’identità della vittima.
Romea, la vicina di casa e aspirante migliore amica di Giacinta si offrì di accompagnarla e insieme presero posto sulla vettura del vigile Enrichetto, una Fiat panda bianca col simbolo del Comune ben visibile sulle portiere. ‘Dal 1405 il miglior posto dove vivere’, recitava una scritta sotto il simbolo e, in piccolo, ‘Gemellato con Dampcross, Maine (USA)’.
Giacinta scuoteva il capo, incredula, e si era dimenticata di togliere i guanti da giardinaggio.
“Non può essere lui”, ripeteva a tutti quelli che incontrava.
“Non ti agitare, ci sono io qui con te”, le disse Romea tenendola sottobraccio. Le carezzava l’avambraccio intrappolato e le dava pacche leggere sulla mano calzata nel guanto sporco di terra. Cercava di tenerle occupata la mente parlandole in modo incessante. “Vedrai che passa tutto. Non sei sola. Qualsiasi cosa accada, non voglio vederti cadere in una crisi isterica. Prendi una di queste,” tornando ad allungarle una pasticca che Giacinta continuava a rifiutare, “è tutta roba naturale, ti farà altro che bene.”
“Chi guiderà il suo camion ora che se n’è andato?”
“Non è detto che sia lui, cara, non ti agitare.”
“Hanno parlato di una catena d’oro, chi altri può essere?”
“Calmati, non sei sola, prendi una di queste.”
Il camion di Erminio era rimasto posteggiato al cimitero, l’unico luogo di Postacqua con un parcheggio abbastanza capiente se si esclude il ristorante ‘Il porto vecchio’, giù verso la sponda destra del fiume, poco prima del ponte dei genieri. Erminio avrebbe preferito posteggiarlo al ristorante, più vicino alla villa dell’aquila, ma Filippo non gli aveva dato il permesso, anzi, lo aveva trattato in malo modo quando gli aveva esposto l’idea. Sarebbe stato disponibile anche a pagare qualcosa per il disturbo ma Filippo era stato irremovibile: “Il mio è un posto di lusso”, aveva dichiarato, “Niente camion nel mio parcheggio, grazie lo stesso.”
Così Erminio aveva dovuto accontentarsi del cimitero e, quando l’auto del vigile Enrico passò nei pressi, Giacinta emise un verso strozzato vedendo il camion fermo nel piazzale, col sole di sbieco a renderlo più grosso di quanto non fosse, effetto accresciuto dal fatto che i cipressi decorativi erano stati piantati solo l’anno prima e, alti non più di un paio di metri, contribuivano a ingigantire il mezzo.
“Aveva sempre desiderato comprarne uno più grosso”, disse Giacinta scuotendo la testa. Poi si accorse di aver parlato del marito al passato, come se una parte di sé fosse già convinta di averlo perso del sempre. Scoppiò in lacrime e finalmente accettò la pillola che Romea non smetteva di spingerle sotto il naso.
Erminio aveva dovuto accontentarsi di un autocarro adattato per la vendita della frutta. Stava accantonando una parte dei profitti, a dire il vero piuttosto scarsi, per comprare un camion degno di quel nome, una motrice imponente con la quale trasportare merci in giro per l’Europa.
“Aveva un sogno, il mio Erminio”, singhiozzò Giacinta, “Voleva aprire una ditta di trasporti transeuropea.”
“Non ti preoccupare, vedrai che si sistema tutto”, disse Romea.
“Ma come fai a dire una cosa del genere?”, sbottò a quel punto Giacinta, strappando via il braccio dalla stretta dell’amica, “Ti rendi conto? Cosa vuoi che si sistemi? Piantala di dire stupidaggini!”
Colpita dalla veemenza del tono, Romea si mostrò piccata e si voltò verso il finestrino, decisa a non replicare ma solo per rispetto della tragedia in atto che non per attitudine alla conciliazione. Ecco cosa si ottiene ad essere altruisti, avrebbe voluto rispondere. Invece aprì la borsa e prese una pillola anche per sé.
3
Nel frattempo la gente si era spostata dal sagrato e si era radunata sotto la veranda del bar in Piazza del Comune. Non c’era più nulla da vedere sul luogo dell’accaduto, a parte i segni del gesso tracciati dai periti e macchie di bruciato sui cubetti di porfido; un agente aveva scattato alcune fotografie, un altro agente aveva preso i nomi dei presenti chiedendo a ognuno se avesse visto qualcosa di utile per le indagini. Avevano coperto il cadavere con un lenzuolo e l’avevano in seguito caricato su un furgoncino scuro.
Il vociare della folla però era tutt’altro che scemato, limitandosi a passare da opinioni espresse ad alta voce a opinioni bisbigliate davanti a un campari o a un bicchiere di vino bianco, da sorseggiare ai tavolini sotto la pergola del bar. Era quasi mezzogiorno e molte persone erano rincasate per adempiere al rito del pranzo ma quasi tutti cercavano di restare il più possibile, fino all’ultimo istante disponibile, a discutere l’evento del giorno. Quelli che si vedevano costretti a ritirarsi promettevano di tornare di lì a poco, nel primo pomeriggio, e fissavano appuntamenti per continuare la conversazione lasciata in sospeso per cause di forza maggiore.
Essendo le scuole chiuse per vacanze estive c’erano ragazzini, in canottiera e calzoncini, armati di ghiaccioli, che si aggiravano fra i tavolini raccattando frasi che riportavano altrove per alimentare discussioni parallele altrimenti destinate ad affievolirsi. Uno di questi ragazzini prendeva il proprio compito con grande serietà e si sforzava di memorizzare ciò che udiva parola per parola al fine di essere in grado di riportare fedelmente a chicchessia quanto aveva udito dal compaesano di turno.
Piercarlo si aggirava sotto la pergola tenendo per mano Ezechiele e non facendo alcunché per dissimulare il suo profondo interesse. I suoi per così dire clienti sapevano benissimo che Piercarlo sarebbe andato a dire in giro quanto avrebbe sentito ma non se ne preoccupavano e non si sentivano traditi per almeno due motivi: Postacqua era un paese libero dove ognuno aveva diritto a pensarla a modo suo e, in seconda battuta, Piercarlo era il mezzo perfetto per diramare notizie senza che gli interessati dovessero gridarsele da un tavolino all’altro.
“Pare che il Cattelli fosse un poco di buono”, disse Roberto a Mario, sorseggiando il caffè freddo.
“Ho visto un film, una volta, saranno dieci anni fa, in cui c’erano dei mafiosi e questo tizio aveva fatto non ricordo cosa ma quando l’hanno scoperto sapete cosa gli hanno fatto?”, interloquì Giorgio, controllando l’orologio e voltandosi a cercare con lo sguardo dove si trovasse il figlio Ezechiele.
“A me invece sembrava una brava persona, un gran lavoratore”, disse Mario.
Giorgio chiamò Ezechiele e il bambino si voltò di scatto, salutò con la mano e strattonò Piercarlo al fine di venire accompagnato dal padre.
“Può darsi, ma c’era qualcosa nel suo modo di guardare che mi dava da pensare”, replicò Roberto osservandosi le unghie sporche e odorose di benzina, “Chissà da chi portava il camion per la manutenzione, da me no di certo, per cui non posso dire più di tanto.”
“Guarda chi arriva”, la voce di Curzio raggiunse tutti i presenti nonostante fosse in un angolo e si fosse allungato per bisbigliare nell’orecchio di Rino, il minore dei fratelli Bonimba.
Piercarlo corse incontro a Don Gaudenzio che si asciugava il sudore con un fazzoletto cercando di tenere il passo di Palmiro Camuni, Colonnello dei Bersaglieri in pensione. Sotto la pergola regnava il silenzio quando i due nuovi arrivati si fermarono e rimasero fermi a scambiarsi occhiate, in chiaro riferimento a chi fra di loro dovesse parlare per primo.
Ezechiele mollò la mano di Piercarlo e corse in braccio al padre. Bettina uscì da dietro il bancone con in mano un bicchiere e un panno per continuare ad asciugarlo sulla soglia, da dove avrebbe potuto vedere il motivo dell’improvviso tacere. Don Gaudenzio abbozzò un cenno del capo e fece un passo avanti, mise in tasca il fazzoletto e iniziò a parlare.
“Oggi pomeriggio alle sei in punto le campane suoneranno a morto e si terrà una messa speciale. Subito dopo la funzione ci sarà un intervento del sindaco dove i cittadini potranno rivolgere delle domande. Queste morti stanno sconvolgendo la vita della comunità ed è necessario restare uniti per far fronte alla disgrazia che sta colpendo il nostro paese. Spargete la voce, desidero che ci sia la massima partecipazione perché solo uniti tutti assieme possiamo superare le avversità.”
“Padre”, interruppe Giacomo, il maggiore dei Bonimba, spingendo via la mano di Rino che cercava di impedirgli di parlare, “forse è pericoloso.”
Don Gaudenzio si fece impettito e il suo sguardo mostrò appieno la sua contrarietà.
“La Chiesa non è pericolosa”, alzò la voce, “Stiamo parlando della casa di Dio.”
Il Colonnello Palmiro Camuni si fece avanti e si impadronì dell’attenzione degli astanti “Questo è vero: la mia povera e amata Giuliana, pace all’anima sua, si trovava alla fontana dietro la canonica e ora il povero Erminio è caduto proprio davanti al portone.”
“E con un dito puntato”, borbottò Curzio abbassando immediatamente lo sguardo quando il Colonnello si volse nella sua direzione..
“Le funzioni d’ora in poi si svolgeranno nella cappella di Nostra Signora delle Fonti”, non era una constatazione ma un vero e proprio ordine diretto a Don Gaudenzio. Detto questo il Colonnello fece una specie di dietro front e se ne andò a lunghi passi, subito imitato dagli altri che presero a salutarsi in modo frettoloso, ad accampare scuse, a stringere mani e darsi pacche sulle spalle per poi dirigersi con una certa urgenza lontano da Don Gaudenzio, il quale stette lì in piedi a osservare il leggero trambusto con le labbra serrate e i pugni stretti.
Il corpo, o quel che ne rimaneva dopo lo scempio causato dalla combustione, risultò appartenere a Erminio Cattelli, il giovane trasferitosi da poco con la moglie che aveva comprato l’ultima in fondo delle villette a schiera in Via dei Ciliegi, la casa meglio nota come ‘villa dell’aquila’ a causa dell’uccello artificiale, posizionato vicino al cancello d’ingresso, che cambiava colore a seconda del tempo: celeste in caso di pioggia, vermiglio se bel tempo.
La moglie di Erminio, Giacinta, era una donna minuta che, in vanto del suo nome, amava i fiori e tutta la loro fenomenologia. Indossava una veste di un viola scuro con piccole rose carminio a decorazione delle maniche quando vennero a prenderla per il riconoscimento del cadavere. Non che ce ne fosse bisogno; la grossa catena d’oro massiccio che l’uomo sfoggiava dall’apertura della camicia, su un petto a dir poco villoso, era più che sufficiente a togliere ogni dubbio sull’identità della vittima.
Romea, la vicina di casa e aspirante migliore amica di Giacinta si offrì di accompagnarla e insieme presero posto sulla vettura del vigile Enrichetto, una Fiat panda bianca col simbolo del Comune ben visibile sulle portiere. ‘Dal 1405 il miglior posto dove vivere’, recitava una scritta sotto il simbolo e, in piccolo, ‘Gemellato con Dampcross, Maine (USA)’.
Giacinta scuoteva il capo, incredula, e si era dimenticata di togliere i guanti da giardinaggio.
“Non può essere lui”, ripeteva a tutti quelli che incontrava.
“Non ti agitare, ci sono io qui con te”, le disse Romea tenendola sottobraccio. Le carezzava l’avambraccio intrappolato e le dava pacche leggere sulla mano calzata nel guanto sporco di terra. Cercava di tenerle occupata la mente parlandole in modo incessante. “Vedrai che passa tutto. Non sei sola. Qualsiasi cosa accada, non voglio vederti cadere in una crisi isterica. Prendi una di queste,” tornando ad allungarle una pasticca che Giacinta continuava a rifiutare, “è tutta roba naturale, ti farà altro che bene.”
“Chi guiderà il suo camion ora che se n’è andato?”
“Non è detto che sia lui, cara, non ti agitare.”
“Hanno parlato di una catena d’oro, chi altri può essere?”
“Calmati, non sei sola, prendi una di queste.”
Il camion di Erminio era rimasto posteggiato al cimitero, l’unico luogo di Postacqua con un parcheggio abbastanza capiente se si esclude il ristorante ‘Il porto vecchio’, giù verso la sponda destra del fiume, poco prima del ponte dei genieri. Erminio avrebbe preferito posteggiarlo al ristorante, più vicino alla villa dell’aquila, ma Filippo non gli aveva dato il permesso, anzi, lo aveva trattato in malo modo quando gli aveva esposto l’idea. Sarebbe stato disponibile anche a pagare qualcosa per il disturbo ma Filippo era stato irremovibile: “Il mio è un posto di lusso”, aveva dichiarato, “Niente camion nel mio parcheggio, grazie lo stesso.”
Così Erminio aveva dovuto accontentarsi del cimitero e, quando l’auto del vigile Enrico passò nei pressi, Giacinta emise un verso strozzato vedendo il camion fermo nel piazzale, col sole di sbieco a renderlo più grosso di quanto non fosse, effetto accresciuto dal fatto che i cipressi decorativi erano stati piantati solo l’anno prima e, alti non più di un paio di metri, contribuivano a ingigantire il mezzo.
“Aveva sempre desiderato comprarne uno più grosso”, disse Giacinta scuotendo la testa. Poi si accorse di aver parlato del marito al passato, come se una parte di sé fosse già convinta di averlo perso del sempre. Scoppiò in lacrime e finalmente accettò la pillola che Romea non smetteva di spingerle sotto il naso.
Erminio aveva dovuto accontentarsi di un autocarro adattato per la vendita della frutta. Stava accantonando una parte dei profitti, a dire il vero piuttosto scarsi, per comprare un camion degno di quel nome, una motrice imponente con la quale trasportare merci in giro per l’Europa.
“Aveva un sogno, il mio Erminio”, singhiozzò Giacinta, “Voleva aprire una ditta di trasporti transeuropea.”
“Non ti preoccupare, vedrai che si sistema tutto”, disse Romea.
“Ma come fai a dire una cosa del genere?”, sbottò a quel punto Giacinta, strappando via il braccio dalla stretta dell’amica, “Ti rendi conto? Cosa vuoi che si sistemi? Piantala di dire stupidaggini!”
Colpita dalla veemenza del tono, Romea si mostrò piccata e si voltò verso il finestrino, decisa a non replicare ma solo per rispetto della tragedia in atto che non per attitudine alla conciliazione. Ecco cosa si ottiene ad essere altruisti, avrebbe voluto rispondere. Invece aprì la borsa e prese una pillola anche per sé.
3
Nel frattempo la gente si era spostata dal sagrato e si era radunata sotto la veranda del bar in Piazza del Comune. Non c’era più nulla da vedere sul luogo dell’accaduto, a parte i segni del gesso tracciati dai periti e macchie di bruciato sui cubetti di porfido; un agente aveva scattato alcune fotografie, un altro agente aveva preso i nomi dei presenti chiedendo a ognuno se avesse visto qualcosa di utile per le indagini. Avevano coperto il cadavere con un lenzuolo e l’avevano in seguito caricato su un furgoncino scuro.
Il vociare della folla però era tutt’altro che scemato, limitandosi a passare da opinioni espresse ad alta voce a opinioni bisbigliate davanti a un campari o a un bicchiere di vino bianco, da sorseggiare ai tavolini sotto la pergola del bar. Era quasi mezzogiorno e molte persone erano rincasate per adempiere al rito del pranzo ma quasi tutti cercavano di restare il più possibile, fino all’ultimo istante disponibile, a discutere l’evento del giorno. Quelli che si vedevano costretti a ritirarsi promettevano di tornare di lì a poco, nel primo pomeriggio, e fissavano appuntamenti per continuare la conversazione lasciata in sospeso per cause di forza maggiore.
Essendo le scuole chiuse per vacanze estive c’erano ragazzini, in canottiera e calzoncini, armati di ghiaccioli, che si aggiravano fra i tavolini raccattando frasi che riportavano altrove per alimentare discussioni parallele altrimenti destinate ad affievolirsi. Uno di questi ragazzini prendeva il proprio compito con grande serietà e si sforzava di memorizzare ciò che udiva parola per parola al fine di essere in grado di riportare fedelmente a chicchessia quanto aveva udito dal compaesano di turno.
Piercarlo si aggirava sotto la pergola tenendo per mano Ezechiele e non facendo alcunché per dissimulare il suo profondo interesse. I suoi per così dire clienti sapevano benissimo che Piercarlo sarebbe andato a dire in giro quanto avrebbe sentito ma non se ne preoccupavano e non si sentivano traditi per almeno due motivi: Postacqua era un paese libero dove ognuno aveva diritto a pensarla a modo suo e, in seconda battuta, Piercarlo era il mezzo perfetto per diramare notizie senza che gli interessati dovessero gridarsele da un tavolino all’altro.
“Pare che il Cattelli fosse un poco di buono”, disse Roberto a Mario, sorseggiando il caffè freddo.
“Ho visto un film, una volta, saranno dieci anni fa, in cui c’erano dei mafiosi e questo tizio aveva fatto non ricordo cosa ma quando l’hanno scoperto sapete cosa gli hanno fatto?”, interloquì Giorgio, controllando l’orologio e voltandosi a cercare con lo sguardo dove si trovasse il figlio Ezechiele.
“A me invece sembrava una brava persona, un gran lavoratore”, disse Mario.
Giorgio chiamò Ezechiele e il bambino si voltò di scatto, salutò con la mano e strattonò Piercarlo al fine di venire accompagnato dal padre.
“Può darsi, ma c’era qualcosa nel suo modo di guardare che mi dava da pensare”, replicò Roberto osservandosi le unghie sporche e odorose di benzina, “Chissà da chi portava il camion per la manutenzione, da me no di certo, per cui non posso dire più di tanto.”
“Guarda chi arriva”, la voce di Curzio raggiunse tutti i presenti nonostante fosse in un angolo e si fosse allungato per bisbigliare nell’orecchio di Rino, il minore dei fratelli Bonimba.
Piercarlo corse incontro a Don Gaudenzio che si asciugava il sudore con un fazzoletto cercando di tenere il passo di Palmiro Camuni, Colonnello dei Bersaglieri in pensione. Sotto la pergola regnava il silenzio quando i due nuovi arrivati si fermarono e rimasero fermi a scambiarsi occhiate, in chiaro riferimento a chi fra di loro dovesse parlare per primo.
Ezechiele mollò la mano di Piercarlo e corse in braccio al padre. Bettina uscì da dietro il bancone con in mano un bicchiere e un panno per continuare ad asciugarlo sulla soglia, da dove avrebbe potuto vedere il motivo dell’improvviso tacere. Don Gaudenzio abbozzò un cenno del capo e fece un passo avanti, mise in tasca il fazzoletto e iniziò a parlare.
“Oggi pomeriggio alle sei in punto le campane suoneranno a morto e si terrà una messa speciale. Subito dopo la funzione ci sarà un intervento del sindaco dove i cittadini potranno rivolgere delle domande. Queste morti stanno sconvolgendo la vita della comunità ed è necessario restare uniti per far fronte alla disgrazia che sta colpendo il nostro paese. Spargete la voce, desidero che ci sia la massima partecipazione perché solo uniti tutti assieme possiamo superare le avversità.”
“Padre”, interruppe Giacomo, il maggiore dei Bonimba, spingendo via la mano di Rino che cercava di impedirgli di parlare, “forse è pericoloso.”
Don Gaudenzio si fece impettito e il suo sguardo mostrò appieno la sua contrarietà.
“La Chiesa non è pericolosa”, alzò la voce, “Stiamo parlando della casa di Dio.”
Il Colonnello Palmiro Camuni si fece avanti e si impadronì dell’attenzione degli astanti “Questo è vero: la mia povera e amata Giuliana, pace all’anima sua, si trovava alla fontana dietro la canonica e ora il povero Erminio è caduto proprio davanti al portone.”
“E con un dito puntato”, borbottò Curzio abbassando immediatamente lo sguardo quando il Colonnello si volse nella sua direzione..
“Le funzioni d’ora in poi si svolgeranno nella cappella di Nostra Signora delle Fonti”, non era una constatazione ma un vero e proprio ordine diretto a Don Gaudenzio. Detto questo il Colonnello fece una specie di dietro front e se ne andò a lunghi passi, subito imitato dagli altri che presero a salutarsi in modo frettoloso, ad accampare scuse, a stringere mani e darsi pacche sulle spalle per poi dirigersi con una certa urgenza lontano da Don Gaudenzio, il quale stette lì in piedi a osservare il leggero trambusto con le labbra serrate e i pugni stretti.
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mercoledì 28 aprile 2010
Corrispondenza (3~N)
Caro Raffaele, sono sicuro che la preoccupazione dalla tua parte era tanta per il tempo che è passato senza avere notizie del tuo vero e prezioso amico Maichol. Per colpa del computer (come si dice computer in italiano, come vedi ci sono ancora qualche parola che devi impararmi) non ho trovato nuove lettere di tuo pugno. Deve essere per forza colpa del computer perché tu di certo hai usato il tuo pugno per scrivermi delle risposte. Il tuo problema di memoria forse mi hai contagiato, stavo dimenticando di ripetere il saluto dei miei figli e anche delle bambine, dicono tanti saluti a quello là, mi sembra che ti voglino bene anche se non ti hanno mai visto. Non è mirabolante? Le mie mogli non ti salutano, ma non devi lasciare che questo ti faccia sentire offeso. Guarda me, non mi salutano da anni e non mi sento offeso.
La spiegazione che è passato un poco di tempo è che mi hanno obbligato a uscire, ma tutto bene, sono tornato. Devo solo stare più attento, le mogli me lo dicono tutti i giorni, dicono sei stupido Maichol ma la traduzione nella lingua italiana è devi stare più attento. Ci sono questi fogli che senza i timbraggi ti mandano fuori e devi spendere dei soldi per tornare dentro. Lo so, ho promesso di non chiedere a te dei soldi e vedi che non lo sto facendo infatti. I miei figli quando ho detto che c'erano meno soldi perché non sono stupido ma devo stare più attento i miei figli hanno detto non ti dannare papà (hanno detto proprio dannare, non è mirabolante? Non ti farò tradimento chiedendo a loro di aiutarmi a scrivere il libro ma devi acconsentire con grande umiltà che sono già adesso più bravi di te, il mio seme è potente) quello là è un uomo buono e ti manderà dei soldi. Non te li sto chiedendo.
Ho messo un riassunto pieno di dettagli nel libro, aspetto che mi rimandi le correzioni per fare una figura più bella quando i miei figli leggeranno così capiranno che Maichol non è stupido e nemmeno povero di parole della lingua che li sta adottando. Pensa che non sanno leggere quando uso i segni della mia origine mi dicono papà non sono parole sono insetti spaccicati (spaccicati, diventeranno famosi per la loro intelligenza superiore, come spacciati ma con un'altra c mi hanno imparato, quando li guardo mi viene l'acqua negli occhi non come piangere, come una parola che non mi ricordo da quando mi hai contagiato).
Ho scritto anche delle briciole nei baffi della guardia. Ho scritto che teneva la mano sulla pistola anche se non è vero. Come dici tu, la tensione drammatica, ce l'ho messa stavolta, per farti contento. Volevo anche mettere che mi avevano picchiato e che le mie mogli piangevano a vedermi mandato via ma non riesco a dire troppe bugie, devo fare altro sano allenamento su questa cosa della tensione drammatica. Se mi trovi peggiorato nel parlare è che sono stato via, perché non sono stato attento e i miei fogli non erano come le guardie li volevano. Adesso ho un nuovo nome e dei nuovi fogli, per qualche mese nessuno può mandarmi da nessuna parte se io non sono d'accordo.
Ho deciso che quando sarò ricco e famoso per via di questo libro diventerò potente e farò le leggi e la prima legge dirà che le guardie devono farmi vedere un foglio coi tanti timbri colorati molto difficili da trovare. Poi andrò in giro a fermare le guardie e dirò il tuo timbro è sbagliato (non sarà vero ma l'allenamento in tensione drammatica mi farà produrre tante bugie senza fatica) e dirò tu devi andare via e cambiare nome quando ti rivedo forse ricordo la tua faccia forse no. Dirò non sei stupido, devi stare più attento. L'altra legge sarà che le mie mogli non devono uccidermi mentre dormo, che uno deve avere il potere di difendersi anche se sono le sue mogli. Un'altra che i miei figli e le mie bambine devono avere delle statue perché sono davvero mirabolanti. Un'altra che dice solo Maichol e quello là sono amici come fratelli, però di più, inventiamo una parola apposta.
La spiegazione che è passato un poco di tempo è che mi hanno obbligato a uscire, ma tutto bene, sono tornato. Devo solo stare più attento, le mogli me lo dicono tutti i giorni, dicono sei stupido Maichol ma la traduzione nella lingua italiana è devi stare più attento. Ci sono questi fogli che senza i timbraggi ti mandano fuori e devi spendere dei soldi per tornare dentro. Lo so, ho promesso di non chiedere a te dei soldi e vedi che non lo sto facendo infatti. I miei figli quando ho detto che c'erano meno soldi perché non sono stupido ma devo stare più attento i miei figli hanno detto non ti dannare papà (hanno detto proprio dannare, non è mirabolante? Non ti farò tradimento chiedendo a loro di aiutarmi a scrivere il libro ma devi acconsentire con grande umiltà che sono già adesso più bravi di te, il mio seme è potente) quello là è un uomo buono e ti manderà dei soldi. Non te li sto chiedendo.
Ho messo un riassunto pieno di dettagli nel libro, aspetto che mi rimandi le correzioni per fare una figura più bella quando i miei figli leggeranno così capiranno che Maichol non è stupido e nemmeno povero di parole della lingua che li sta adottando. Pensa che non sanno leggere quando uso i segni della mia origine mi dicono papà non sono parole sono insetti spaccicati (spaccicati, diventeranno famosi per la loro intelligenza superiore, come spacciati ma con un'altra c mi hanno imparato, quando li guardo mi viene l'acqua negli occhi non come piangere, come una parola che non mi ricordo da quando mi hai contagiato).
Ho scritto anche delle briciole nei baffi della guardia. Ho scritto che teneva la mano sulla pistola anche se non è vero. Come dici tu, la tensione drammatica, ce l'ho messa stavolta, per farti contento. Volevo anche mettere che mi avevano picchiato e che le mie mogli piangevano a vedermi mandato via ma non riesco a dire troppe bugie, devo fare altro sano allenamento su questa cosa della tensione drammatica. Se mi trovi peggiorato nel parlare è che sono stato via, perché non sono stato attento e i miei fogli non erano come le guardie li volevano. Adesso ho un nuovo nome e dei nuovi fogli, per qualche mese nessuno può mandarmi da nessuna parte se io non sono d'accordo.
Ho deciso che quando sarò ricco e famoso per via di questo libro diventerò potente e farò le leggi e la prima legge dirà che le guardie devono farmi vedere un foglio coi tanti timbri colorati molto difficili da trovare. Poi andrò in giro a fermare le guardie e dirò il tuo timbro è sbagliato (non sarà vero ma l'allenamento in tensione drammatica mi farà produrre tante bugie senza fatica) e dirò tu devi andare via e cambiare nome quando ti rivedo forse ricordo la tua faccia forse no. Dirò non sei stupido, devi stare più attento. L'altra legge sarà che le mie mogli non devono uccidermi mentre dormo, che uno deve avere il potere di difendersi anche se sono le sue mogli. Un'altra che i miei figli e le mie bambine devono avere delle statue perché sono davvero mirabolanti. Un'altra che dice solo Maichol e quello là sono amici come fratelli, però di più, inventiamo una parola apposta.
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