sabato 27 novembre 2010
The Thing's arms.
giovedì 25 novembre 2010
Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (32 di N)
Quando c'hai un figlio pensi che quando diventa grande e indipendente si chiuderà la parentesi che ti ha reso padre, immagini di fare come Charlie Chaplin che messo incinte delle donne anche quando era un matusalemme. Ti dici che c'è dentro di te il ragazzo che eri prima e che si può sempre ripartire nella vita. Il ragionamento che va così di moda nei tratti patetici, vagamente mongoloidi, di chi corre dal chirurgo a farsi tirare o gonfiare la faccia. Il riscatto morale di chi firma nuovi contratti di matrimonio come chi trova il coraggio di andare a comprarsi un nuovo cane, magari un orfanello al canile, dopo che il vecchio fedele ha tirato le cuoia. Ti dicono che non è mai troppo tardi, che la vita comincia a 40 anni, 50, 60, che la vecchiaia non esiste più. A volte mi immagino che sia possibile evitare di crescere, di maturare, di accumulare esperienza, di fare progressi nella scalata alla saggezza. Poi vedo le arzille cariatidi che invadono con artificiosa baldanza il territorio dei giovani veri e mi scappa da ridere. No grazie, preferisco la vecchia scuola, per la quale non rimani giovane ma diventi un uomo di mezza età e poi un anziano che ha fatto quello che ha potuto ed è contento così, non sente il bisogno di rifarsi una vita, non gioca a piangersi addosso, sentirsi un perdente, sconfitto, messo fuori gioco da quella truffa chiamata scorrere del tempo. C'è gente che comincia fin da subito a sentirsi male, a mettersi in attesa del remake, perché si vive una volta sola, perché gli anni non ritornano, perché quello che conta è spremere il massimo. E invece no, qualcuno dovrebbe dirlo a reti unificate, riempire le città di manifesti che dicono 'e invece no', vivi come se la tua vita fosse una sola, la inizi e la porti avanti e la finisci, non esiste il bottone del rewind, non puoi fare taglia incolla, non si photoshoppa l'anima.
Quando c'hai un figlio vai alle riunioni, come ho fatto io ieri sera. Abituato a crollare nel sonno alle nove, afflitto da mal di gola e febbriciattola, sono andato a informarmi perché l'anno prossimo va alle elementari e bisognerà iscriverlo. Ci sono state molte domande, nessuna proveniente da me. Non so perché non mi vengono mai in mente domande da fare. Un padre molto domandoso ha invece chiesto se tenevano i bambini fino a sera tardi, se li tenevano anche d'estate, se avrebbero dato compiti a casa obbligandolo al lavoro supplementare di aiutare il figlio la sera, tornato dal lavoro. Uno di quei padri che sanno come farsi voler bene, e magari si lamenterà per la scarsa frequenza delle visite del figlio quando verrà scaricato all'ospizio. Già me lo vedo a far venire i sensi di colpa elencando tutti i sacrifici che ha fatto per i figli, tutto il lavoro per dar loro benessere e opportunità. E mi sento in colpa per averlo giudicato, mi vien da pensare che forse è meglio di me per un mucchio di motivi che non conosco. Una delle maestre risponde no, pochi compiti ma se suo figlio impara a leggere secondo me è anche bello la sera, ogni tanto, ascoltarlo mentre legge. Lui ha fatto silenzio qualche secondo poi ha detto se uno li vuole iscrivere agli sport o a musica, a danza, deve far venire la baby sitter per i trasferimenti o ci pensate voi? Al che mi è venuto da sbadigliare forte e da tornarmene a casa. Ho guardato la maestra e ho fatto il gesto con la mano che significa 'annamo? svicolo tutta a mancina? levo le tolle? E lei ha annuito, mi ha dato il permesso di andarmene, ma quando mi son girato ho visto la sorella, la madre, la suora seduta di fianco alla porta e ho cambiato idea, sono rimasto fino alla fine.
Quando c'hai un figlio torni a casa dalla riunione e scopri che è rimasto sveglio, che ha aspettato il tuo ritorno, e vorresti dirgli grazie, non c'era bisogno di dimostrarmi niente ma grazie, e invece dici “Come mai non sei a letto a dormire? È tardi.” Succede sempre così, le cose che si dicono nella realtà difficilmente sono quelle che si vorrebbe aver detto, non c'è un regista che grida stop, uno sceneggiatore che riscrive le tue battute, un montatore che mette insieme solo i pezzi migliori.
lunedì 22 novembre 2010
E Aznavour vince per un'incollatura (1 di n)
L'ex ippodromo era nel mirino della famiglia Bandelli e della famiglia Ronco per via della possibilità ventilata dal comune di trasformare una parte della struttura in albergo, offerto gratuitamente in gestione all'impresa che avesse realizzato la ristrutturazione, col bonus di un parcheggio sotterraneo a pagamento i cui introiti sarebbero finiti nelle tasche del vincitore dell'appalto. Franco Bandelli e Rinaldo Ronco si erano già incontrati diverse volte per fissare i paletti dell'affare. I loro architetti e i loro commercialisti avevano provveduto alle cifre, riempiendo di numeri svariate tabelle e stilando dettagliati resoconti finanziari. Combattere al rialzo era una follia, significava per entrambi una inutile perdita di denaro, molto meglio stabilire fin da subito chi aveva le armi più potenti, le carte vincenti. Poi c'era la questione del cadavere, certo, ma quella poteva aspettare, come amava dire la buonanima Vittorio Bandelli, certe faccende non scappano da nessuna parte.
“Prima di tutto mi interessa sapere se hai avuto notizie del mio cavallo”, disse il Ronco dopo aver abbracciato il suo unico concorrente meritevole di attenzione. Non c'erano imprese edili in grado di mettere piede nel territorio Bandelli-Ronco senza finire coi libri in tribunale. Per l'invasore si trattava di eventi al limite del paranormale: pezzi di carta che la burocrazia non timbrava accampando scuse ridicole, fornitori che mancavano le consegne lamentando imprevisti, guasti ai macchinari che non venivano riparati nei tempi stabiliti, banche che chiedevano maggiori garanzie o intimavano il rientro immediato dei capitali senza addurre uno straccio di giustificazione. Cose così, eventi inspiegabili che respingevano escavatori e muratori della concorrenza fuori dai confini dell'impero Bandelli-Ronco. “Ti trovo sempre in forma, non invecchi mai”, rispose il Bandelli ignorando l'argomento cavallo. È una frase tipica del Bandelli quella del trovare tutti molto in forma, per nulla invecchiati. La dice a chiunque, in qualsiasi occasione, è la frase che usano per prenderlo in giro quando sono così ingenui o ubriachi da essere sicuri che non verrà mai a saperlo.
L'intervento preso in esame dal consiglio comunale riguarda l'intero complesso: le stalle, i fienili, l'ex convento poi ex-caserma adiacente, i magazzeni, le mansarde ricche di colombari, i depositi ricavati dalla muratura dei chiostri, i recinti dove si praticano non meglio precisate terapie a base di equitazione, gli uffici al momento utilizzati da enti, fondazioni, sedi distaccate, associazioni dalle criptiche sigle che si mantengono riscuotendo tariffe la cui origine si perde nel tempo o coi più banali sussidi statali. Le stalle occupano grosse porzioni dell'edificio principale e costituiscono per intero la lunga costruzione centrale di più recente edificazione. La stalla più grande, ben arieggiata, la più lontana dai rumori del traffico che potrebbero infastidire e rendere nervoso l'inquilino è in questo momento sporca di sangue e bisogna gridare per farsi sentire al di sopra del frastuono succeduto ai colpi di pistola, un tripudio di nitriti sconvolti e colpi di zoccolo ferrato contro i portoncini sprangati. Ci sono due uomini che discutono, facendo attenzione a non mettere i piedi nella pozzanghera di sangue che va allargandosi nel fieno, ignorati dal personale che si comporta come se non fosse successo niente.
“Sediamoci”, dice il Bandelli, e suona come un ordine al punto che il Ronco viene sfiorato dalla voglia di rifiutarsi, così, per principio. Sappiamo entrambi che io sono più grosso di te, questo sta dicendo il Bandelli, e sta dicendo la verità, la sua ditta fattura quasi il doppio. Il Ronco si domina, è abituato a teleguidare il suo corpo da lontano, tenendo nascoste le emozioni, preme un pulsante nella cabina di comando e il Ronco sorride come se avesse otto anni e vedesse per la prima volta il mare, che poi è l'unico momento felice della sua vita che il Ronco possa ricordare. “Volentieri”, dice il Ronco lasciandosi cadere nella poltroncina, “Anche tu mi sembri in ottima salute, pensa che qualche infame mi aveva detto che avevi una di quelle malattie, come si chiamano, ero così in pensiero e invece guardati sei un fiore.” Al che il Bandelli annuisce, fa un cenno al cameriere, dimostrando che non gli importa nulla di quello che il Ronco ha da dire. Il Bandelli parla e tu ascolti, il Bandelli dice cosa è meglio fare e tu chiedi solo qual è la tua parte. Il Ronco si aspettava di venire interrogato, che gli chiedesse il nome dell'infame che andava in giro a spargere letame e invece niente, il Bandelli ordinò per entrambi e disse “Ora, se non ti offendi, ti spiego come stanno le cose secondo me, poi tu dimmi che sbaglio.” Dirti che sbagli, chi avrebbe mai il coraggio di farlo, pensò il Ronco.
I due uomini che discutevano nelle stalle si chiamavano Ferruccio e Marcello, e non riuscivano a venire a capo del dilemma. Il cadavere del cavallo copriva parzialmente il cadavere dell'uomo, bloccandolo col suo peso, la testa e il torace dell'uomo saldamente imprigionati sotto i quarti posteriori dell'animale. Aznavour, dicevano i caratteri gotici sotto le coccarde e i trofei vinti dal cavallo che il Ronco aveva deciso di avere a qualsiasi costo, essendo disposto perfino a scendere a patti col Bendelli cedendogli il lotto dell'ex linificio per meno della metà del valore che avrebbe acquisito dopo la trasformazione in nuova area residenziale. Dopotutto quel valore non l'avrebbe avuto mai, quell'area non sarebbe mai stata inserita nel piano regolatore finché il Bendelli non avesse detto a chi di dovere 'Adesso ti spiego come stanno le cose'. Il cavallo sarebbe stato il regalo perfetto per Gioia, la sua nuova amante, regalo per modo di dire, diciamo piuttosto un giocattolo in prestito temporaneo per garantirsi adeguate prestazioni. Se il Bendelli avesse saputo quali promesse la splendida Gioia aveva distillato nell'orecchio del Ronco per convincerlo a comprarle quella bestia dal nome pretenzioso i termini dell'accordo sarebbero stati molto più sfavorevoli. Ora Aznavour giaceva con gli occhi strabuzzati e la lingua bluastra fuori dai denti. Il cavallo avrebbero potuto spiegarlo, forse, ma trovare una giustificazione per il fatto che sotto ci fosse il cadavere di Tonino era più complicato.
Il Ronco ascoltò in silenzio, sorseggiando il costoso vino bianco e sgranocchiando arachidi e patatine. Il Bendelli parlava lentamente, sottolineando con la voce alcuni sostantivi come 'investimento' o 'rischio e pericolo', alcuni verbi come 'impegnare' e 'onorare gli accordi', alcuni aggettivi come 'amichevole' e 'importante e sicuro'. Il Ronco non sentiva niente di nuovo, i rispettivi avvocati si erano già riuniti diverse volte per trovare un accordo, mancavano solo le loro firme, previste l'indomani nell'ufficio del direttore di banca. Aspettava di affrontare l'unico argomento in sospeso, il cavallo. “A me non interessa cosa c'è scritto nei documenti che firmeremo domani, capisci? Mi interessa che ci guardiamo in faccia e ci stringiamo la mano.” Il Ronco annuisce e si fa serio, consapevole che un'occhiata sbagliata manderebbe tutto all'aria. “La parola di un uomo non ha prezzo, dico bene?”, dice il Bendelli allungando una mano di piatto, mostrando il grosso rubino al dito medio come farebbe un vescovo. Il Ronco svuota d'un fiato il bicchiere, lo appoggia sul tavolo e dice “La parola è tutto nel commercio”, lo fissa negli occhi e gli afferra la mano ingioiellata con entrambe le sue, come farebbe per raccogliere un pulcino caduto dal nido. “Noi faremmo grandi affari insieme se ti decidessi a diventare mio socio”, sussurra il Bendelli con un sorriso ferino. “Te l'ho detto, ci devo pensare, ho delle responsabilità nei confronti della mia famiglia, non rispondo solo a me stesso”, dice il Ronco come se fosse sinceramente dispiaciuto. “Certo, certo, il futuro dei tuoi figli e dei tuoi nipoti, come se diventare mio socio significasse buttarli in mezzo a una strada, farli morire di fame”, il Bendelli guarda altrove, offeso. “Non è questo, lo sai, ne abbiamo parlato tante volte”, si scusa il Ronco, “Ma cambiando argomento, il mio cavallo, sai qualcosa del mio cavallo?”
“Chi ce lo dice a quello, ah? C'eri anche tu quando spiegò il cosa, il come e il quando, ah? Quello ci ammazza, vedrai se non ci ammazza”, ripeteva Marcello, ancora istupidito e incapace di accettare la realtà. “Che cosa ti vuoi inventare? Mica lo potevamo sapere prima, ti pare? Chi ce l'ha mandato questo, piuttosto, tu lo sai?”, disse Ferruccio. “Quanto ci mette? Quanto ci vuole a farci sapere qualcosa? Qua si fa buio. Lo richiamo? Lo richiamo.”, disse Marcello schiaffeggiando le tasche del completo alla ricerca del telefono, “Sempre più piccoli, li fanno 'sti aggeggi, ma dov'è? Dov'è?” Ferruccio era molto più calmo, stava pensando, stava riflettendo, ma non riusciva a far combaciare tutti i pezzi, gli mancava qualche informazione essenziale. Ricominciò dall'inizio, la prima domanda è sempre 'chi ci rimette', è da lì che bisogna partire per capire tutto quello che vale la pena di capire. Se capisci chi ci rimette sei a buon punto, sei molto vicino a scoprire da che parte si deve scappare per rimanere vivi. Più ci pensava e più gli sembrava assurdo, non riusciva a concentrarsi perché da ogni parte rimbombava nella sua testa la voce del buon senso che gridava 'Cerca un cavallo uguale, fai sparire le prove, metti le cose a posto'. Ma aveva già guardato, non c'erano cavalli uguali, un paio simili sì, ma non proprio uguali. “Vale la pena rischiare?”, disse a se stesso. “Eh?”, disse Marcello coprendo il telefono con la mano. “Niente Marce', anzi dimmi, secondo te questo cavallo quanto assomiglia da uno a dieci a quello morto?”
giovedì 18 novembre 2010
Le buche
Entro spingendo una porta a vetri leggera al punto da far pensare che sia polistirolo mascherato da legno, dipinto da un maestro del dettaglio con pennelli millimetrali. È il mio ristorante preferito, ricordo a me stesso volgendo intorno lo sguardo a riconoscere, a controllare, a verificare che tutto sia dove deve essere. Il vaso dei fiori secchi sul pianoforte con le sue spighe colorate di rosso, le roselline ingiallite dal capo chino, gli steli di foglie improbabili che hanno perso spessore fino a diventare filigrane. Il tavolaccio infinito davanti all'enorme camino, dove c'è sempre posto finché qualcuno riesce a stringersi al vicino, poi non più, e ci si passa il vino e ci si offre il pane chiacchierando di argomenti innocui, masticando i bocconi con tutta la calma necessaria a meditare una risposta accurata. I cani, il giovane che ti lecca la mano e ti appoggia la zampa sulla coscia, il vecchio che rimane sdraiato accanto al fuoco e se accetta un boccone prelibato è solo per farti un favore, lo prende con delicatezza sopportando il mal di denti, il mal di ossa, la nausea per vita che è l'insulto continuo di una morte che indugia. I quadri anch'essi saggi nella loro mancanza di vigore, senza nessuna voglia di stupire, di ammaestrare, se ne stanno appesi un po' sghembi a mostrare acquarelli di ponti su fiumi tranquilli, placide composizioni di frutta in cui la luce proviene sempre di sbieco.
C'è una buca molto vecchia dove il bitume e la pietra si odiano, alla base di un gradino da soglia che non porta a nessun ingresso, un portoncino di marciume verniciato, marchiato da spaccature vistose e tumescenti così antiche da non avere attrattiva neppure per l'insetto meno esigente. Dove in passato ci furono pareti ora c'è un giardino, ma l'accesso è sopravvissuto, risparmiato dalla pena dei muratori, dalla superstizione dei proprietari, dalla distrazione degli architetti o semplicemente da un bisogno di memoria, uno scherzo incomprensibile. La buca rivela dei segni incisi nella pietra, dove il marciapiede si scosta o viene respinto, e questi segni, corrosi quanto sono, non dicono più niente, borbottano i segnali incoerenti degli anziani che si addormentano con gli occhi aperti. Poco più avanti le bocche di lupo, le reti arruggine su grate arrugginite che proteggono da ciò che si nasconde nel buio della cantina, oppure sono lì per impedirci di entrare, di fare pazzie. Si sentono correnti d'aria che sono un respiro odoroso di polvere d'estate e di muffa d'inverno, che ti fanno guardare nel buio oltre la rete e le grate mentre allunghi il passo. Nelle buche si raccoglie la terra, il polline giallo dell'immenso cedro dall'altra parte della strada, ci finiscono oggetti smarriti che sono bottoni rotti, puntine schiacciate, frammenti di carta dai contorni frastagliati, schegge di vetro molato dall'eterno rotolio dell'abbandono, l'insonnia di una febbre che è chiedersi il perché senza trovare mai risposta.
Il mio ingresso fa suonare una campanella e rimango fermo in attesa che appaia la cuoca. Non passa mai più di una manciata di secondi prima che venga fuori sparata dalla cucina con in mano dei piatti o una caraffa, dei bicchieri, delle posate, un cesto di fette di pane. Non è ancora entrata nel salone che il suo sguardo è su di me, mi stava vedendo attraverso le pareti e non mostra stupore si limita a un cenno delicato del capo, comprensivo, un sorriso che non ha paura di mostrare qualcosa di intimo e sincero, un organizzazione dei movimenti che rivela totale disinteresse per i problemi che tormentano la gente comune, uno sguardo che ha smesso da tempo di arrendersi a qualsiasi disagio. Mi vado a sedere e prima di rivolgere l'attenzione ai presenti mi concentro sugli spari e i fischi dei ciocchi sugli alari, e mi sgonfio, e dimentico. Mi separo dalle sciocche polemiche dei militanti, dagli stretti orizzonti dei predicatori, dalle argomentazioni insidiose degli squilibrati, dall'arroganza dei sobillatori, dalle pretese degli ipocriti, dalle menzogne degli arrivisti. Penso alle mani della cuoca, arrossate dai forni e dai vapori, ammorbidite dai sughi e dagli unti, odorose di spezie e di primizie, nodose e precise, fragili e rapide. Penso ai capelli della cuoca, legati e racchiusi nel canovaccio di cotone a righine usato come foulard, al disegno delle ciocche invisibili, alla tensione che muove le forcine quando piega la testa. Penso al fuoco e anche al basso soffitto con le travi a vista, agli oggetti sulle mensole, ai mattoni del pavimento. E con gratitudine dimentico.
martedì 16 novembre 2010
Sono andato alla gita.
In pratica mi è piaciuta molto la gita perché non ho visto elefanti. Ecco. La parte più bella della gita è stata quando non c'era più l'autista, non si trovava più l'autista, l'autista era andato via e nessuno sapeva dove. Ho riso moltissimo ma senza farmi scoprire perché capisco come ci si deve comportare. Se tutti sono arrabbiati e preoccupati, se tutti si lamentano e si agitano non puoi metterti a ridere nemmeno se sai come spiegare cosa ci trovi di divertente. È come l'elefante, quello che trovi divertente tu scopri che agli altri non fa ridere per niente. Ho riso forte dentro di me anche per via del fatto che dicevo ma è assurdo, ma dove sarà finito, non si fa così, questa è proprio bella. Insomma giocavo all'agente segreto, da una parte mi scandalizzavo in compagnia dall'altra facevo il tifo per l'autista dicevo scappa autista sei libero corri. Ho avuto un momento di panico quando mi è venuto il dubbio che tutti stessero facendo come me, stessero simulando per obbedire a qualche ordine impartito da un genio del male che preme tasti su un telecomando e ci fa fare cose di gruppo, ci fa risalire i torrenti come ai salmoni, ci fa agitare torce e forconi contro chi si rifiuta di ignorare l'elefante nella stanza, scatena il panico nelle mandrie per farle andare dove desidera. Davvero ci imprta qualcosa dell'autista, ho pensato, perché non scendiamo dal pullman e ce ne andiamo via? In quel momento è comparso l'autista e quando è salito sul pullman hanno fatto tutti silenzio e quando ha acceso il pullman l'abbiamo festeggiato con un grande applauso.
Di solito le gite non mi piacciono ma questa mi è piaciuta per tanti motivi che non posso dirli tutti, ne verrebbe fuori un elenco noioso. E basta. Uno dei motivi è che è durata poco. Quando siamo arrivati faceva freddo e pioveva e dopo un po' si è capito che si voleva tornare a casa. Così siamo stati praticamente tutta la mattina sul pullman e ho guardato fuori dal finestrino e forse ho dormito un po'. Quando il signore che fuma fuori dal suo negozio vuoto mi ha chiesto perché mi è piaciuta la gita non sapevo proprio cosa rispondere così gli ho detto perché non ho visto elefanti e lui ha riso come se fosse la cosa più divertente che avesse mai sentito dire in vita sua. Poi ha tossito fino a diventare tutto rosso in faccia e quando si è ripreso ha detto è meglio che torno dentro a lavorare. In quel momento ho pensato che quella era la cosa più divertente che io abbia mai sentito dire in vita mia eppure, inspiegabilmente, non ci ho trovato niente da ridere. Ha cercato di toccarmi sulla testa ma io sono scattato indietro e lui si è ricordato che detesto venire toccato e allora ha sorriso e ha allungato la mano. Stringere la mano va bene, si può fare. Non ho detto che tipo di negozio è, lo davo per scontato. È un negozio barba e capelli, di quelli vecchi che ho visto solo nei film. È l'unico negozio del genere rimasto nel raggio di qualche chilometro o di qualche anno luce. Descrivo il negozio: ci sono due poltrone da barbiere, un grande specchio, un calendario. I muri sono colorati di tinta verde chiaro, forse un po' sul giallo o sull'azzurro. Il signore indossa un camice con i manici delle forbici che spuntano dal taschino e pettini di varie misure.
La gita è stata così bella anche perché è l'unica gita che non saprei dire dove siamo andati a farla. Siamo arrivati, abbiamo parcheggiato, siamo scesi, ci siamo rifugiati dentro a un bar per via del freddo e della pioggia, siamo risaliti sul pullman, abbiamo aspettato il ritorno dell'autista scomparso e siamo tornati indietro. Dove siamo stati in gita non lo so, per rispondere dovrei andare a leggere il nome del posto sulla fotocopia che ci hanno dato da portare a casa la settimana scorsa. Lo so che dovrei dire che questa gita è stata un fallimento, che non c'è stato niente di cui andare orgogliosi, che come gita tutti si aspettavano qualcosa di meglio. E infatti io sono d'accordo al cento per cento, stavo solo parlando dell'elefante, so benissimo che non c'è, volevo solo fare una verifica, se anche voi non lo vedete allora è tutto a posto, io infatti non lo vedevo neanche prima, facevo finta, anzi non l'ho proprio mai visto, ci siete cascati. Per cui cara maestra sappi che la gita non mi è piaciuta, che ho avuto paura per l'autista che fosse sparito per sempre e saremmo rimasti bloccati lì fino alla fine dei tempi, che al ritorno ho dormito male per via di come è andato tutto storto rovinando le mie splendide aspettative. E se dappertutto c'è gente con il mento rasato e i capelli in ordine vuol dire che il signore che fuma fuori dal suo negozio lavora quando io sono a scuola, non posso certo stare tutto il giorno a controllare chi entra e chi esce, le pare? Niente elefanti. Questo è quanto.
mercoledì 10 novembre 2010
Odori.
venerdì 29 ottobre 2010
Rat Today
Nuova offensiva degli umani nelle province orientali. Situazione disperata.
Baxter: attacco e distruzione in piena notte.
Il Capo Franz: voglio poteri speciali. Dougrat attacca: inutili le trattative diplomatiche.
Dal nostro inviato – Continuano i massacri e le distruzioni a Baxter, Massachusetts. Le macchine movimento terra degli umani hanno ripreso i lavori durante la notte, cogliendo di sprovvista la popolazione. Colpito anche il mercato: decine le vittime, centinaia i feriti. Mai prima d’ora le ostilità hanno avuto luogo durante il periodo che gli umani dedicano al riposo.
“Per loro non si tratta mai di vincere o perdere”, ci informa il Colonnello Dougrat, responsabile delle operazioni sul campo; “Si tratta solo di quanto tempo di metteranno a distruggere questa o quella fra le nostre città”. Gli umani hanno infatti definito l’episodio come “lavoro straordinario”. Pare che vi saranno premi per quelli che riusciranno ad abbreviare i tempi della guerra, lavorando anche di notte. Baxter si appresta dunque a subire attacchi continui e sempre più intensi. Questo significa che diventerà ancora più difficile per gli uomini di Dougrat compiere azioni di sabotaggio nel tentativo di indurre gli umani a porre termine al conflitto.
Le decisioni prese dal capo dell’esecutivo degli umani avranno come conseguenza un incremento nel livello di asprezza del conflitto in corso. Le nuove opere di fognatura volute dal Sindaco Merconi stanno distruggendo secoli di storia ratta a Baxter e l’intera comunità Brownie locale rischia di andare incontro a un disastro economico e sociale senza precedenti.
Abbiamo intervistato il Capo Franz che afferma di aver già predisposto campi di accoglienza per i profughi nei pressi della discarica e torna a chiedere poteri speciali al Governo Federale per poter ordinare il ricorso ad armi più potenti ed azioni più incisive contro gli umani. Durante la conferenza stampa si odono applausi svogliati da parte di una rappresentanza della popolazione ormai stanca di una situazione intollerabile. Le tubature che portano verso la periferia sono quotidianamente percorse da intere famiglie in fuga dalla metropoli, alla ricerca di maggior fortuna in campagna, con la speranza di ricostruirsi una vita lontano da Baxter.
Il colonnello Dougrat, responsabile delle operazioni sul campo, si schiera apertamente dalla parte del Capo, condannando duramente gli inviti all’utilizzo di trattative diplomatiche. “Non si può scendere a patti con gli umani!”, proclama a gran voce il militare, “Abbiamo prove evidenti che gli umani sono animali privi di raziocinio, dediti solo a provocare morte e distruzione. So di cosa parlo.”
Dougrat era capitano ai tempi della guerra di Ashland, dove visse sulla propria pelle una situazione analoga a quella che sta vivendo ora a Baxter. Nonostante siano ormai trascorsi ormai più di vent’anni, tutti ricordano il rinnovo del sistema fognario di Ashland, con il novero sterminato di patrioti che hanno perso la vita nel tentativo di salvare la popolazione civile di ratti Brownies che si rifiutava coraggiosamente di abbandonare quella Patria così ricca di arte e cultura, dall’economia fiorente e sede della rinomata università di Lord Musch, voluta e realizzata dai Padri Fondatori all’inizio dei tempi.
Per domani (n.d.r.: oggi per il lettore) è stata fissata una riunione del Consiglio in seduta plenaria dove si discuterà del modo più opportuno di affrontare l’emergenza. Capo Franz è sempre dell’idea che dietro al comportamento degli umani ci sia un disegno dei Blackies e del loro astuto Subcomandante Magros. È probabile che il Capo approfitterà dell’occasione per chiedere nuovamente al Governo Federale l’autorizzazione all’uso del deterrente chimico e batteriologico per sfoderare un attacco definitivo nel territorio dei Blackies.
Toltarjs, l’ambasciatore dei Blackies insiste nell’affermare l’assoluta estraneità del suo popolo e di Magros in particolare. “È fuori da qualsiasi buon senso ipotizzare che esista un Gatto e che risponda agli ordini del nostro Subcomandante ed è addirittura pazzesco pensare che gli umani lavorino per i Blackies. Ad ogni modo si sappia che il mio Paese reagirà in modo estremamente duro ad un eventuale attacco immotivato da parte del Governo dei Brownies.”, ha fatto sapere l’ambasciatore Toltarjs per mezzo di un comunicato ufficiale.
Nel frattempo cresce il malcontento generale e si temono disordini nelle strade di Baxter. Tanto più che, stando a fonti giornalistiche ritenute affidabili, i servizi segreti hanno scoperto l’arrivo di un camioncino umano sospetto nell’area della discarica. Due individui umani si aggirano nei dintorni ispezionando il territorio per mezzo di complesse apparecchiature, proprio come se sapessero dell’esistenza dei campi profughi Brownies in zona e cercassero di determinarne l’esatta ubicazione al fine di provocare ulteriori danni alla popolazione civile.
Donne, vecchi e bambini, già scampati una volta al destino di una fine cruenta e immeritata rischiano forse un’ulteriore occasione di finire nel mirino degli umani. La decennale presenza minacciosa dei Blackies, guidati da un odio cieco nei confronti dei Brownies e sempre pronti a violare le frontiere per ingaggiare battaglia, non migliora certo la situazione.
Prosegue l’indagine sui misteriosi disegni apparsi nelle vasche di cultura idroponica.
Due gemelli: “I disegni sono opera nostra.”
Ma vengono subito smentiti dagli esperti: “Non sanno farne di uguali agli originali”.
Baxter – Gli scienziati le hanno battezzate “Spirali di Fibonacci”. Si tratta dei disegni formatisi misteriosamente nelle vasche idroponiche del nuovo complesso per la produzione agrobiologica, ultimato l’anno scorso. Potrebbe essere uno scherzo quello che ha tenuto impegnati per settimane esperti e studiosi pervenuti in loco a studiare il curioso fenomeno. Due gemelli adolescenti, Mark e Johnny, hanno confessato di esserne gli autori: “Volevamo fare uno scherzo a Marghy”, la sorella maggiore.
Gli esperti però concordano sull’impossibilità di tale ipotesi. I falsi, infatti, mancherebbero delle caratteristiche specifiche che invece caratterizzano i pittogrammi originali. Le Spirali di Fibonacci sarebbero opera di una tecnologia superiore, probabilmente di origine aliena, in quanto nessun ratto, Brownie o Blackie che fosse, riuscirebbe mai a concludere tali opere in così breve tempo.
Per verificare le testimonianze, i ragazzini sono stati invitati a riprodurre uno dei disegni e si è scoperto così che non solo gli steli erbosi di soia vengono spezzati – e non piegati da una forma di energia sconosciuta come succede negli originali – ma al termine del lavoro non si rilevano nei dintorni le anomalie di campo elettromagnetico che invece promana dalle Spirali autentiche.
Alcune testimonianze parlano di sfere volanti ma, come le voci sulle fantomatiche pupille verticali rosseggianti del Gatto, vengono ipotizzate essere il frutto di autosuggestione. Sul posto abbiamo incontrato e intervistato alcuni dei sostenitori delle teorie aliene. “Le Spirali sono un messaggio che ci viene dalla costellazione del Grillotalpa”, afferma Marvin Lobster con convinzione. “Ha ragione,” aggiunge Rebold Debussy e, puntando un dito verso la Spirali: “Presto dimostrerò che sono le istruzioni per sconfiggere il Gatto.” Il Gatto? “Certo! Esiste ed è guercio perché io l’ho vista quella pupilla fiammeggiante e non sono pazzo!”
Per il momento possiamo solo dire che gli esperti continuano a studiare l’evento e che molti di loro sono propensi a ritenere che, nonostante i ragazzini siano risultati estranei alla vicenda, ci sia una spiegazione logica e plausibile che nulla ha che vedere con alieni e gatti guerci.
giovedì 28 ottobre 2010
Temple Grandin.
Sono numerosi i film, i libri, addirittura serie comiche televisive come The Big Bang, con quelle fastidiose risate fasulle in sottofondo che ricordano i Jefferson, a utilizzare le caratteristiche dell'autismo, nello specifico l'autismo lieve dell'Asperger, per stupire un pubblico di 'normali' che non solo trova difficile comprendere come ci si senta ma trova anche parecchio buffa la situazione di chi è invece affetto da questa, come chiamarla?, patologia?, è davvero una patologia l'insieme delle caratteristiche che da una parte esprimono limitazioni nel campo delle capacità di relazionarsi su un terreno emotivo e sentimentale, dall'altro rappresentano però l'utilizzo di capacità intellettive specifiche immensamente superiori alla media.
Addirittura comincia a farsi spazio l'idea che la sindrome di Aspergen sia ciò che caratterizza persone che sono state in grado di perseguire obiettivi con una costanza, una dedizione e una pervicacia rese possibili solo dal ricorso a condizioni patologiche legate all'autismo. Se uno ha successo si ipotizza abbia l'Asperger e ne abbia tratto vantaggio a sapito degli sfortunati concorrenti, se fallisce di sicuro non ce l'ha ed è un semplice malato mentale da compatire, ecco più o meno il criterio 'scientifico'. Non si capisce se persone come Temple Grandin sono autistici che si avvicinano alla normalità o persone normali che indulgono nell'autismo così come si cade in una psicosi. Siccome non sanno come venirne fuori, gli psicologi si aggrappano al solito Freud e tirano in ballo carenze affettive materne in episodi infantili. Spesso vorrei che Freud fosse vivo per scrivergli una lettera di insulti.
Temple Grandin, per esempio, teme le porte e il contatto fisico. Basta questo a fare di lei un'autistica mancata? Manie, fobie, ossessioni, fastidio al contatto fisico, tutto ciò diventa patologia quando scatena reazioni isteriche o ansia incontrollabile. Personalmente odio gli ascensori ma li uso, provando tutta una serie di impressioni spiacevoli ma li uso. Stringere una mano per me vuol dire trasferire sulle rispettive dita chissà quali batteri potenzialmente letali ma se devo stringere la mano di uno sconosciuto la stringo e sorrido nel farlo anche se mi fa un po' schifo. Quanti gradi separano un 'normale' da un autistico? Se tutti fossimo come Temple Grandin cosa penseremmo di chi sente il bisogno di contatto fisico al punto da star male e sembra del tutto incapace di fare cose che per gli autistici sono normali attività quotidiane?
Il lavoro svolto da Temple Grandin con le mucche non ha significato e importanza solo per il fatto che ha migliorato la qualità della vita di animali destinati al macello. Non è impressionante solo perché ha dimostrato che una gestione efficiente del processo produttivo, e quindi una migliore struttura dei costi, passa anche attraverso modelli atipici di osservazione laterale attuabili solo mediante le, se non superiori, certo diverse capacità, non solo in termini analitici, di una 'mente autistica'. L'esempio di Temple Grandin racconta qualcosa di più fondamentale, spiega con i fatti che forse è sbagliato giudicare una persona normale o anormale in base al suo grado di autismo, partendo dal presupposto che normale sia chi abita l'estremo della completa mancanza di sintomi autistici. Piuttosto normale è chi sta da qualche parte nel mezzo, e se un autistico è malato, allora lo è anche chi non lo è affatto. Come chiamiamo la malattia che sta all'opposto dell'autismo?
mercoledì 27 ottobre 2010
All'università prestigiosa (1*N)
La prima cosa che ti fa capire di essere in un mondo diverso, in cui non conti niente, è che sei tu a cercare la classe dove si tiene lezione e non il professore a venire da te. Il professore arriva un quarto d'ora dopo e va via un quarto d'ora prima, questa abitudine ha anche un nome, si chiama quarto d'ora accademico. Se arrivi da lontano magari ti sei alzato all'alba e quando entri in classe scopri che intere file di posti sono state già occupate. Funziona così: un gruppo di amiconi che abitano vicini all'università si mettono d'accordo, a turno uno di loro si alza presto e occupa file intere di posti. Sono quelli che poi trovi al bar che giocano a carte e quando ti vedono ridono perché tu sei classificato provinciale, non abiti in città e quindi sei poco più che un contadino analfabeta agli occhi di questi giovani rampanti metropolitani. Hai un accento che ti identifica subito come cerebroleso che è riuscito a intrufolarsi nel circuito della Milano bene, la Milano da bere. Come quando dici di essere di Sesto San Giovanni o Cinisello Balsamo, devi trovare i tuoi simili e aggirarti ai limiti del territorio dominato dai residenti limitrofi, a meno che uno di loro decida di darti un lasciapassare in cambio di una relazione sentimentale.
Oppure no, sono io che sono un misantropo e trovo sempre qualche motivo per trovare chiunque insopportabile. L'università era anche un modo per ritardare la chiamata alla leva, potevi rinviare la naja fino al ventiseiesimo anno, bastava dare qualche esame ogni anno. Spaccarsi la testa e sacrificare anni di gioventù per finire l'università a 23 anni e partire a militare mi sembrava una cosa da pazzi. Tanto più che al ritorno iniziavi a lavorare a 25 anni, ti ritrovavi cotto e mangiato ancor prima di capire perché eri così folle da tenerci tanto. Ogni tanto mia madre a dirmi sai il figlio della mia amica si è laureato a 22 anni, e io facevo finta di invidiarlo, dicevo caspita bravissimo che genio e dentro di me pensavo che babbeo. Quelli come me il ministro li chiama bamboccioni, l'accusa è quella di ritardare i contributi che con il nostro lavoro forniamo all'inps affinché vengano pagate le pensioni alle generazioni che hanno indebitato fino al collo l'Italia. Prendi i soldi e scappa, ecco cosa dico io. Il problema è che dopo una certa età non ti vogliono più, li vogliono giovani, disposti a prendere come stipendio due dita negli occhi, se non sono laureati meglio, ché i laureati si montano la testa.
Il bello di venire accettati da un'università prestigiosa è che quando qualcuno comincia a seccarti puoi portare la conversazione sugli studi e aspettare che ti chieda tu dove studi? Alla Bocconi. Come colpire con una mazza da baseball la testa dell'interlocutore che ti sta sottovalutando da mezz'ora, son soddisfazioni. Per il resto non ricordo grandi vantaggi. Per mantenere alto il nome della scuola bocciano e bocciano e bocciano. Ho visto gente piangere nei corridoi, seduti per terra con le mani sulla faccia, ho visto mettere a disposizione psicologi per aiutare gli studenti a gestire lo stress. Diritto privato era tanto se passava il 10% degli studenti. Adesso non so se è ancora così, ma spesso mi chiedevo se valeva la pena studiare 10 libri al posto dei 3 richiesti per lo stesso esame in un'altra università, che quando hai finito come titolo ufficiale tutte le lauree sono uguali. Che poi quando esci e dici laureato in Bocconi c'è anche chi ti guarda come se tu fossi un privilegiato, un membro dell'aristocrazia che si aggira nella Francia giacobina.
martedì 26 ottobre 2010
Esistenza a noleggio.
A un costo mensile irrisorio potrai utilizzare la mia esistenza per sentirti partecipe di una fantastica avventura. Unisciti alle migliaia di persone che stanno già noleggiando la mia esistenza ricavandone grandi soddisfazioni, entra nella grande famiglia e sperimenta una delle gioie più gratificanti dei nostri tempi. Sottoscrivi il tuo contratto di noleggio della mia esistenza oggi stesso e inizia subito a beneficiare dei grandi vantaggi che tutto questo comporta.
Il noleggio della mia esistenza ti dà diritto a ricevere aggiornamenti settimanali mediante i quali potrai controllare personalmente come vengono utilizzati i tuoi soldi. Mentre sei al lavoro saprai in ogni momento che io sto sfruttando la mia esistenza anche per te, inviandoti ondate di karma positivo. Riceverai un biglietto di auguri al tuo compleanno, al tuo onomastico, a Natale Pasqua e capodanno, e fino ad altre dieci ricorrenze a tua scelta. Noleggiando la mia esistenza ti assicurerai che ci sia sempre qualcuno pronto a ricordarsi di te per quello che desideri e quando lo desideri.
Il pacchetto extra, per versamento mensile superiore ai 50 euro, ti verrà garantita la possibilità di ricevere conforto in caso di malattia, incidente, cause di malumore imprecisate, per mezzo di parole adeguate alla circostanza. Mai più la morte del gatto senza nessuno che si dispiaccia con te e ti offra una spalla su cui piangere. Naturalmente l'opzione extra vale anche per eccessi di buonumore. Mai più giornate splendide senza nessuno a esultare insieme a te.
Noleggiare la mia esistenza ti consentirà di ottenere sempre un sostegno incondizionato delle tue opinioni (escluse testimonianze in tribunale), potrai avere qualcuno sempre disponibile a fornirti scuse per evitare gli impegni (esclusi documenti ufficiali), a sostenere la tua versione dei fatti (esclusi giuramenti), a darti manforte nelle discussioni (escluse polemiche). E tutto questo per una cifra irrisoria!
Come se non bastasse, fra tutti coloro che decideranno di noleggiare la mia esistenza verranno estratti a sorte 10 fortunati fra coloro che spendono più di 100 euro al mese e il loro nome verrà inciso sulla mia lapide nella lista dei benefattori che rimarrà esposta per sempre nel cimitero a esortazione e ispirazione per le generazioni future. Noleggia la mia esistenza prima che qualcun altro lo faccia al posto tuo, ai primi diecimila richiedenti verrà riservato il prezzo di favore di 1 solo euro al mese!
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