lunedì 12 ottobre 2009

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (15 di N)

Quando c'hai un figlio devi mettere in conto di fare cose che non facevi da una vita. Una di queste è il circo. Ricordo di esserci andato una sola volta al circo, da piccolo, e di aver pianto di paura quando il clown si è avvicinato troppo e mi ha guardato negli occhi. Dicono che bisogna affrontare le proprie paure: ieri ho preso per mano mio figlio e, confortato dalla sua presenza, ho preso il coraggio a due mani e ci sono tornato.

Al circo vai sotto un tendone e guardi cosa succede senza uno straccio di vetro che ti protegga da quello che vedi. Sei in balia degli eventi. È la televisione del futuro, dove non solo vedi lo spettacolo ma ti sembra proprio di essere lì fisicamente.

L'esperimento consisteva nello stabilire quanto di genetico c'è nelle nostre fobie. Per questo continuavo a osservare le reazioni di mio figlio. Per non influenzare il risultato ho dissimulato con tutte le mie forze la mia pulsione a fuggire urlando dal quel luogo infestato dallo spettro di un divertimento morto e sepolto da decenni.

Lui si divertiva, rideva, rispondeva agli inviti a cantare, urlare, applaudire. Intanto io scansavo gli attacchi di empatia, cercando di non immedesimarmi, di non indossare i panni dell'equilibrista in bicicletta sul filo, del trasformista messicano, del domatore di cani, della giocoliera che fa ruotare tappetini sulla punta degli alluci. Ma andiamo per gradi.

All'ingresso ci sono animali di plastica scolorita. Alla tigre manca un occhio. Il ghepardo ha l'espressione di chi sta pisciando fuori un calcolo. Il gorilla sembra aspettare il verde al semaforo. L'elefante, oh, l'elefante, “il rullo compressore della giungla!” definirà in seguito il domatore facendo entrare in pista quello vero, di elefante, che andrà a sedersi su uno sgabello per ricevere una zolletta premio, l'elefante, non l'ho visto bene, ero concentrato sui bulloni e le cinghie che tenevano fissate al carrello le zampe scheggiate, le unghie enormi dipinte di rosa.

“Compriamo gli animali finti papa!”, esclama, “Io prendo il leopardo.”

“Sì, buona idea, magari più tardi.”

“Adoro il leopardo.”

“Il ghepardo, è un ghepardo.”

“No papa, è un leopardo”, dice no anche con il dito indice, “Il leopardo è bello, mangia l'erbetta.”

“È vegetariano.”

“Vegetano, sì papa, come preferisci, tu prendi l'elefante invece, eh? Ti va bene?”

I biglietti che costano meno, 25 euro, si chiamano poltrona e sono una seggiolina di plastica che era blu e col tempo è diventata celeste. Poi c'è la poltronissima ed è una seggiolina gialla che però è al centro dell'emicerchio, di fronte alla pista. Infine c'è il palco reale, seggiole di plastica a ridosso della pista, come unica protezione un foglio di compensato. Non fanno firmare una liberatoria che li solleva da ogni responsabilità, mi chiedo se non serva perché è sicuro o se non serva perché il loro legale fa il clown di secondo lavoro. Forse sono clausole scritte in piccolo, che stupido a non averci pensato, ma quando guardo meglio sul biglietto non c'è scritto niente, non c'è scritto neanche circo, c'è scritto “motor show” e ho la sensazione che questo spieghi tutto.

Se non ci fosse un figlio in questo posto tu non ci metteresti piede neanche se ti puntassero un fucile alla schiena. Se, se, se, scordati i se, quando c'hai un figlio indagare i se è autolesionismo. Elia è felice, un po' spaesato all'inizio, un po' preoccupato anche, ma poi arriva il clown e quanto ride, quanto si diverte. Il clown inciampa, il clown capisce tutto al contrario, il clown possiede una capacità inesauribile di ripetere gli stessi errori ancora e ancora, fino a quando non vieni sopraffatto dalle risate, devi tenerti la pancia e ti schizzano lacrime dagli occhi. Anch'io rido, non riesco a immaginare niente di più terribile che fare il clown davanti a qualcuno che non ride, e quindi mi sforzo di ridere quando mi sembra che stia guardando dalla mia parte.

Elia canta, ride, applaude, si stupisce, si entusiasma. Non con tutto però, evidentemente anche per i bambini c'è un limite. Alcune performance meriterebbero un libro intero e ancora non si potrebbe descriverle a fondo. Le finte majorettes col cilindro in testa che non sanno roteare il bastone, servono solo a riempire un paio di minuti di tempo morto. Gli acrobati che fingono di litigare fra di loro. A un certo punto entra uno struzzo col farfallino al collo e mi sento così straniato da temere un'esperienza extracorporea.

Approfitto della pausa tra il primo e il secondo tempo per uscire. “Da questa parte potete rinfrescarvi al bar con bibite e pop corn, alla mia sinistra invece, due euro per tutti, potete visitare il più grande zoo itinerante del mondo, con la rarissima tigre bianca!”

“Sei contento? Ti è piaciuto il circo?”

“Siiiiiiiiiiiiiiì!”

“Cosa ti è piaciuto di più?”

“Gli animali finti.”

“Non erano finti, hai visto lo struzzo?”

“L'ostruzzo? Sì, anche il cammello”, si ferma, mi guarda, “Il cammello ha due gobbe, il dromedario una sola, lo sapevi papa?”

“Se non lo sapevo ora grazie a te lo so.”

“Va bene, prego, non c'è di che. È finito il circo?”

“Non ancora, ma direi che potremmo andarcene adesso.”

“D'accordo, ma prima compriamo gli animali finti. Tu prendi l'elefante e io il leopardo.”

Non sono stati soldi buttati, penso, il circo, penso, ne valeva la pena, penso, mentre Elia mi trascina verso l'uscita, impaziente di lasciarsi tutto alle spalle.

domenica 11 ottobre 2009

Basta che funzioni.

Boris, il protagonista, si reputa un uomo dalle larghe vedute e si compiace di regalare al mondo briciole di saggezza. Anziano, zoppo, un matrimonio e un suicidio falliti alle spalle, un premio Nobel per la fisica mai ottenuto, ipocondriaco, narcisista, schizoide, ansioso, cinico, depresso e chi più ne ha più ne metta.

Woody Allen ambienta la storia, anche stavolta, a New York. La città diventa metafora dell'Eden in negativo: una metropoli che rende libero chi vi entra grazie alla particolarità che qua, a differenza delle piccole realtà sociali di provincia, nessuno fa caso alle devianze, alle diversità, all'anticonformismo. Anzi, vengono apprezzate, riconosciute del diritto ad esistere, incoraggiate.

Viene ribaltato il classico richiamo ai valori forti del film americano di genere. In questo film niente ha importanza; famiglia, educazione, credenze, non c'è tabù in grado di sopravvivere come tale nella grande mela di Boris. Se arrivi da qualche altra città sei bigotto, fascista, ignorante, razzista, antiabortista, fanatico delle armi, baciapile, “zombie” coatto o “vermetto” stupido dalla mentalità ristretta.

Arriva proprio da un paesino del Mississippi la co-protagonista, una ragazza che incarna alla perfezione lo stereotipo del provinciale buzzurro. E con lei arrivano, in seguito, sua madre e suo padre.

Ci vengono in mente tanti film ambientati nella provincia americana e non sappiamo più a chi credere: è davvero New York un'isola circondata da mentecatti o è il punto di vista di un newyorkese nostalgico della (mancata?) rivoluzione culturale degli anni sessanta a cui piace crederlo? Probabilmente né una né l'altra, piuttosto una via di mezzo che viene estremizzata per dare più spessore al desiderio della sceneggiatura di distinguersi da quello che può ben dirsi un canone narrativo, e di creare almeno quel minimo di scandalo che spesso un artista richiede a se stesso.

A parte questa considerazione estemporanea, il film analizza l'impatto di Boris su questa famiglia del profondo sud. La ragazza lo sposa per poter dire di aver sposato un genio e lo lascia per un attorucolo che sostiene la validità dell'amore eterno al primo sguardo. La madre della ragazza si trasforma in una artista della fotografia e dà sfogo a tendenze ninfomani. Il padre può finalmente abbracciare la sua troppo a lungo repressa carriera di omosessuale.

Boris ottiene tutto questo senza sforzo, gli basta insultare senza riguardo, focalizzarsi sulle proprie esigenze, esprimere disprezzo, elaborare teorie sul perché l'universo sia violento, assurdo e permeato di indifferenza, dimostrare che qualsiasi persona, presa per il verso giusto, rivela la sua vera natura di animale inerme e annichilito dal terrore.

La sua filosofia si riassume nella frase “Basta che funzioni”, ovvero non c'è modo di far andare bene le cose, è già tanto che funzionino. Almeno per un po', dato che in ogni caso smetteranno di funzionare ben presto. Il motto della rassegnazione, di un senso di fallimento per tutto ciò che non va secondo i nostri desideri, di un prendersi la responsabilità del mancato realizzarsi dei nostri sogni, che si esprimono in un secondo tentativo di suicidio del protagonista.

Un film che, in un modo o nell'altro, riesce a far riflettere. Da una parte abbiamo la critica verso tutti i valori tradizionali, dipinti più come una moda provinciale che uno stile di vita, una forzatura al conformismo che impedisce l'innocua espressione della devianze. Dall'altra parte abbiamo un uomo che non vuole avere più niente da perdere e suo malgrado si ritrova ad avere ancora e sempre qualcosa di nuovo da perdere, in un circolo vizioso che rende superfluo dare importanza ai sentimenti, ai progetti, alla vita stessa.

Nel film si rompe tutto e si riaggiusta in modi fin troppo originali, al limite dell'assurdo, come a dire che a furia di cercare aggiustamenti a ciò che non sembra funzionare si approda in una collocazione sempre più marginale, eccentrica, “vermetti” che solo nella Big Apple possono trovare accettazione.

Basta che funzioni? Ma chi può veramente dire con certezza se funziona oppure no? A volte funziona anche quando sembra rotto, a volte siamo noi a non funzionare a dovere, a volte non ha nemmeno senso interrogarsi a riguardo. Forse quello che Boris intende dire è che non si deve insistere sempre perché funzioni meglio di così. La vita è tropo breve, non c'è abbastanza tempo per ottenere perfezioni di sorta. Mi sembra un buon consiglio.

Dormire, forse sognare. [1]

A un certo punto sono seduto in questo aereo che però non vola ma viene tirato su tramite un cavo come un'ovovia. Non c'è il sole, si vede una timida nebbiolina sul verde dei prati quando la voce dalla hostess dice "Se guardate dagli oblò di sinistra potete vedere Jerry Scotti vicino a una vasca di marmo rosa". Tutti si girano, sbircio fra le teste ed effettivamente lo vedo. E' in piedi, davanti a un abbeveratoio che, come ha detto la hostess, deve essere di marmo. Ha una parrucca di capelli grigi sparati all'infuori e mostra la lingua, come la famosa foto di Einstein, ma è proprio Gerry Scotti. Fa andare la mano aperta in un saluto e mi sembra tutto finto, sembra un saluto meccanico. Ciononostante ricambio il saluto e smetto solo quando mi accorgo di essere l'unico a farlo. Mi alzo e vado via, non sopporto più la vista di Gerry, mi mette angoscia, così vado al bar. Sì, è un sogno, c'è un bar su questo aereo funicolare. Mi siedo e saluto i presenti che vanno avanti a chiacchierare fra loro come se non fossi presente. Sento qualcosa che mi sfiora il ginocchio, infilo una mano sotto il tavolo e trovo una banconota da 20 euro. La tengo alta con due dita, sorridendo, mentre un vento fantasma la fa garrire come una bandiera. I presenti mi guardano con sufficienza, "C'è pieno di quella roba, lì sotto" mi dice una donna che beve e fuma, fuma e beve, come se non avesse altro da fare nella vita. Allora io alzo la tovaglia e scopro che è vero, c'è una gabbia per uccelli piena di banconote svolazzanti sotto il tavolo. Arriva la cameriera e punta il dito sulla mia banconota e dice "Non può tenerla, è mia". I presenti protestano, mi difendono, "L'ha trovata lui" dicono, "Può tenersela". La cameriera mi guarda con astio così io le porgo la banconota e dico "Ha ragione, la prenda lei, mi tenga su almeno un caffè". Lei dice che non si può e io mi alzo e scappo, corro via, mi arrampico sulla ragnatela di tubi che impedisce il crollo dell'intera struttura, sfreccio fra i tubi con mani e piedi e mi sento felice come solo una scimmia felice può sentirsi.

lunedì 5 ottobre 2009

Inserire qui un titolo a caso.

Una storia dappoco. Di quelle che vanno bene per riempire i tempi morti. Una storia da sala d'aspetto, quando si osservano i presenti guardandosi intorno come per caso. Guarda il termostato digitale, ma in realtà valuta la persona lì vicino, senza fissarla apertamente. Potrebbe anche farlo dal momento che la donna sembra immersa nella lettura di una pubblicità mimetizzata da opuscolo informativo. È la terza volta che se lo rigira tra le mani, quasi cercasse di mandarlo a memoria per recitarlo davanti ai parenti, magari la vigilia di Natale, perché no? Scrosci di applausi, jingle di campane, riflessi di multicolori lampadine intermittenti. La donna non sorride, nemmeno sotto i baffi, nemmeno sotto le occhiaie. Rimane seduta composta mentre alcuni, come lui, sono attratti dal termostato sul muro, una spanna sopra la tinta piega e permanente della finta bionda in tailleur.

Andrebbe bene qui, una storia dappoco come questa. Non nel salotto buono, non sotto la luce fioca dell'abat-jour. È uno strumento per evitare di incrociare lo sguardo degli sconosciuti. È una sala d'aspetto, non puoi guardare dal finestrino e pretenderti assorto dal paesaggio agreste o metropolitano che sia. Ci vorrebbe anche un'immagine, un bambino che ride, un cane che corre, qualcosa di non troppo impegnativo. Siccome è una storia dappoco dobbiamo accontentarci di immaginare, ripararci in qualche modo dalla pressione fisica di queste presenze del tutto orfane di storie proprie, ignari personaggi di storie altrui. Se la donna alzasse di colpo la testa alcuni di essi smetterebbero di fissare il termostato, altri continuerebbero a farlo. Già questo è un indizio.

Lui ad esempio continuerebbe a fissarlo. Poi tornerebbe in sé, come svegliandosi, e mostrerebbe disagio, simulando una mancanza involontaria. La parte più importante in una storia dappoco, quando succede qualcosa che cambia tutto e d'ora in poi niente sarà più come prima. Potrebbe suonare un telefono e la suoneria, la suoneria, chissà che suoni o rumori, che volume assordante in quest'ambiente chiuso! No, è una suoneria standard, un semplice trillo digitale, gentile, educato, proprio come ci si aspetterebbe in una storia dappoco come questa. Oppure potrebbe aprirsi la porta e tutti si volterebbero per vedere chi entra, chi esce. Un vero colpo di scena.

C'è un vecchio col bastone, ci tiene sopra entrambe le mani, ha l'aria di chi sta pensando quello che pensano i vecchi, i pantaloni tenuti su con le bretelle. C'è un ragazzino che non riesce a tenere fermi i piedi, ha messo su un'espressione molto seria, di quelle che possono riassumere anni di ingiustizie. C'è un uomo calvo, inforca occhiali dalla montatura fucsia, guarda l'orologio, scavalla le gambe, guarda la porta, le riaccavalla. C'è la donna che tiene l'opuscolo tra le mani e lo sgrana come un rosario, recitando fra sé preghiere di marketing. E c'è anche lui, non potrebbe mancare in una storia dappoco, una presenza evanescente che non riflette la luce.

Il bello di una storia come questa è che il finale è sempre deludente, quando c'è. La situazione drammatica non si conclude, l'eroe non vince, non c'è climax né anti-climax, nessun mistero viene svelato, nemmeno una squallida catarsi. Possiamo solo sfumare in nero, inserendo nel montaggio un primo piano, un dettaglio che aspira ad essere rivelatore. Se non fosse una storia dappoco sapremmo tutto della vita dei presenti, verremmo a conoscenza della circostanze che li hanno portati qui, ci verrebbe detto cosa stanno aspettando, forse uno di loro, l'uomo calvo?, il vecchio?, verrebbe colto da infarto. Potremmo arrivare alla fine con la sensazione di essere più ricchi, di aver imparato qualcosa. Non è così che funziona, questa storia al massimo riempie un tempo morto, ed è già tanto, tantissimo, potete credermi.

giovedì 1 ottobre 2009

La verità vi farà liberi (Giovanni 8,32).

Alcune religioni ci mettono in guardia, alla fine dei tempi la verità sarà svelata. Tutto quello che abbiamo nascosto, i modo volontario o meno, verrà trovato ed esposto. Inquietante, vero? In teoria dovremmo condurre una vita limpida almeno nei confronti degli altri, dal momento che nei confronti di noi stessi è fisicamente impossibile essere onesti. Il nostro cervello è fatto in modo da proteggerci dalla verità su noi stessi. La nostra esistenza si basa su una menzogna, non potremmo vivere se sapessimo in ogni istante la verità su noi stessi. Quello che siamo veramente è molto diverso da come pensiamo di essere.

Pensa se un giorno sparissero le maschere. Un virus che impedisse alla gente di porre in atto finzioni. Bello, si potrebbe pensare, sarebbe il trionfo della verità. Incontri qualcuno che puzza? Glielo dici. Qualcuno esprime un parere che non ti trova d'accordo? Glielo dici. Sei molto più egoista di quanto credevi? Lo scopri. Hai ingannato te stesso quando hai imputato a onestà quell'azione dettata dall'orgoglio? Salta fuori.

Ora sto lavorando alla trama di una storia che parla di illusione. I due protagonisti finiscono in un paesino e interagiscono con la popolazione locale. Ogni personaggio offre al lettore la sua personale visione della realtà. Una rete di verità soggettive che solo alla fine si sciolgono in una verità oggettiva accessibile solo al lettore, laddove i protagonisti rimangono imprigionati nei loro mondi paralleli.

La verità ci renderà liberi, forse, un giorno, ma nel frattempo ci tiene prigionieri, ognuno vincolato alla propria. E allora viene da domandarsi: esiste la verità? Facciamo un esempio banale. Se uno si addormenta apposta per poter dire il giorno dopo di essersi addormentato la scusa addotta l'indomani sarà vera. Non dice una bugia ma la verità è più complessa, si è addormentato per evitare un impegno sgradito. Per ogni verità esiste un livello superiore di complessità per cui cessa di essere tale.

Esistono diversi aggettivi per la verità. Sottile, evanescente, granitica, sfumata... A volte non si può dire si o no, (“Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no” Matteo 5,37). La verità diventa una probabilità. Plausibile, ammissibile, credibile, ma non assolutamente vera.

Allora tutto è convinzione, atto di fede. Che importanza ha cercare la verità, illudersi di avere la capacità di conoscere il vero? La verità ti renderà libero, sì, va bene, ho capito, ma da cosa? Forse quello che serve è solo credere che esista, da qualche parte, la verità. Trovarla, anche ipotizzando che sia possibile farlo, cambia solo il tuo stato di prigionia, da quello del dubbio a quello della certezza. Ma è davvero auspicabile una vita in cui sia impossibile sfuggire alla verità? Una vita inscatolata, senza fantasia, in cui vedi ogni cosa per quello che è, compreso te stesso.

Verità e libertà. Forse non possiamo essere liberati. Forse nemmeno lo vogliamo. Ci basta la capacità di credere in una verità assoluta, aggrappandoci a qualcosa in un mondo dove anche il solo esistere è un atto di fede. Siamo giocatori di poker che bluffano anche con se stessi per vincere una posta che non ha alcun valore.

giovedì 10 settembre 2009

Segnali dal futuro.



La fine del mondo. Causata da un'eruzione solare che brucia il nostro pianeta. Ai tempi del diluvio Dio incaricò Noè, ma costruire un'arca di legno è una cosa, costruire un'astronave è più complicato. Ecco che entrano in scena gli alieni, alieni buoni, così buoni che hanno l'aspetto di angeli, con tanto di ali luminose. Un momento, stai dicendo che è stato tutto un frainteso? Che abbiamo visto in passato gli alieni e, scambiandoli per messaggeri divini, ci siamo inventati Dio?

Ma partiamo dall'inizio. 1959, una bambina sente le voci, anzi i sussurri, e scrive sotto dettatura una pagina fitta di numeri. Schizofrenia? No, gli alieni conoscono il futuro e ci mandano un messaggio cifrato usando i bambini. Dopo l'uomo che sussurra ai cavalli, l'alieno che sussurra ai bambini. Perché i bambini e non, che ne so, il Papa o il presidente? Non si sa, forse i bambini hanno una mente più aperta, non ci viene spiegato.

Il messaggio viene infilato in una capsula del tempo da aprirsi 50 anni dopo. In quest'arco di tempo la bambina ha una figlia e una nipote, quindi si ritira in una catapecchia nei boschi dove tira le cuoia.

E siamo ai giorni nostri, 2009, aprono la capsula del tempo e la pagina fitta di numeri finisce nella mani di un bambino con problemi di udito (espediente per far sì che il padre metta in dubbio l'origine dei sussurri alieni senza ipotizzare malattie mentali?). Nicolas Cage è il padre del bambino e, che coincidenza, è un astrofisico che studia il sole.

Dopo qualche manovra per dilatare i tempi e creare attesa, finalmente l'occhio di Cage cade sui numeri 9-11-2001. Questa data mi ricorda qualcosa. Accende il computer e scopre che i numeri sulla pagina sono date di catastrofi con relativo conto dei morti. Essendo diventato ateo dopo la morte della moglie, viene catapultato in una grossa crisi spirituale: gli eventi sono frutto del caso o esiste una ragione superiore? L'evidenza che ha sotto mano dimostra che qualcuno, 50 anni fa, è stato in grado di prevedere il futuro.

Lo studio dell'elenco di numeri porta alla conclusione che mancano solo tre date, nell'ultima di queste il conteggio dei morti viene espresso due E rovesciate, vale a dire Everyone Else. Il protagonista riflette, se ci fosse il balloon come nei fumetti probabilmente leggeremmo: Adesso che mi ci fai pensare, il sole ha eruttato, la lingua di fuoco brucerà l'intero pianeta!

Per fortuna gli alieni angelici hanno pensato a tutto: ci sono altri numeri che indicano coordinate GPS. Peccato che manchino le ultime cifre, dato che la maestra nel 1959 ha impedito alla bambina di mettercele. Per tramandarle ai posteri la povera bimba ha dovuto distruggersi le dita per inciderle con le unghie nel legno della porta dello scantinato della scuola. D'altronde si sa: il viaggio dell'eroe del protagonista è sempre pieno di trappole, ostacoli e imprevisti.

Il nostro deve risolvere il codice cifrato, cercare di impedire il verificarsi delle ultime predizioni, trovare la vecchia maestra per scoprire dove sono le ultime cifre e, come se non bastasse, impedire che gli alieni nel frattempo gli rapiscano il figlio.

Dopo un po' di esplosioni, aerei che si sfracellano al suolo, metropolitane che deragliano, automobili che sgommano, arriviamo al giorno fatidico. Fate ciao col la mano, il nostro mondo sta per bruciare come la capocchia di un fiammifero.

Entrano in scena gli alieni con teste azzurre trasparenti in cui pulsano luminosi cervello arancioni, a bordo di strabilianti astronavi. Tanto di cappello agli effetti speciali. Sono qua per raccogliere un po' di coppie bambini in varie parti del globo e portarli su un nuovo pianeta. Cage affronta la tragedia di perdere il figlio e va a casa ad aspettare il grande Whhhhaaaammmmm di fuoco. Ha perso la fede quando è morta la moglie e l'ha ritrovata quando ha perso il figlio, può dunque affrontare sereno la fine. Altro applauso per effetti speciali della terra che brucia.

Altro pianeta. Eden di erba gialla, cielo purpureo, lune sospese, due bambini come Adamo ed Eva corrono verso un grande albero. Non si vedono serpenti.

martedì 1 settembre 2009

La prostituzione degli dei.

Noi che abitiamo nelle democrazie occidentali siamo in grado di descrivere il tipo di schiavitù alla quale vanno soggetti altri popoli meno fortunati. Parliamo di governi totalitari che impongono ideologie laddove si limita l'accesso all'informazione, si stronca qualsiasi devianza, si costruisce una società blindata. Quando la spinta all'omologazione parte dal basso, su fondamenta politiche o religiose che siano, e il governo non ha bisogno di mantenere il consenso con la forza diciamo che quel popolo non è ancora maturo per la democrazia.




Ma cosa intendiamo esattamente per democrazia oggigiorno? Un sistema di rappresentanza politica, certo. Un insieme di regole scritte nel rispetto di alcuni principi fondamentali di libertà e giustizia, sicuro. Un campo fertile per l'esercizio protetto e garantito di altri metodi d'oppressione, perché no? È ipotizzabile una democrazia che oggigiorno resti percepita come tale qualora vietasse qualsiasi comunicazione sul prodotto che non fosse inerente specifiche tecniche diffuse solo per mezzo di stampa specializzata? Forse è già troppo tardi per fermare la piaga del marketing. Sono pochi ormai gli ambiti della nostra vita di consumatori in cui il marketing non si sia già infiltrato in modo più o meno subdolo.



Consideriamo normale essere circondati da propaganda commerciale sempre e in ogni luogo. Fin da bambini si conoscono più nomi di marchi che di piante o animali. Ovunque ci cadano gli occhi vediamo marchi: in casa e per strada. Li portiamo addosso, ben visibili. Qualsiasi comunicazione audio contiene nomi di marchi e slogan pubblicitari, gridati o sussurrati che siano.

Diciamocelo chiaramente, i marchi sono i nostri nuovi dei. Abbiamo divinità per il benessere, per la salute, per l'amore e sono sotto forma di prodotti pubblicizzati con musiche rilassanti, voci melliflue, immagini da sogno. Non serve pregarli, è sufficiente comprarli. Tutti i nostri dei sono in vendita (nei migliori negozi!).



Abbiamo anche dei del focolare, che diventano nostri amici e membri della famiglia. Fanno colazione con noi, ci accompagnano in giro, ci aiutano, vengono persino a letto con noi. Basta guardarsi intorno, persino sul cibo c'è il marchio. Abbiamo dei che ci lusingano per poter essere mangiati da noi.

I prodotti non sono più inerti e passivi. Ci parlano, ci mostrano immagini, combattono fra di loro per accrescere il numero dei fedeli. E gli dei più ambiti sono quelli più costosi, che fanno promesse sempre più ambizione: eterna giovinezza, successo, potere. Se non possiedi l'emanazione fisica della divinità, il prodotto, non puoi far parte del gruppo dei vincenti, pertanto il tuo stile di vita è pietoso, sei un paria tenuto a distanza dagli eletti e ti sono precluse tutte le vie che portano alla felicità.

L'appartenenza a un ceto sociale non è più vincolato a meriti e risultati, è legato unicamente alla tua capacità di spesa. Se puoi permetterti di sfoggiare il tal marchio allora sei degno di alta considerazione, altrimenti scompari nella massa dei poco abbienti. È ormai quasi inconcepibile nella mentalità comune che una persona ricca non senta il bisogno di comprare oggetti di marca costosi.



La spinta all'emergere dall'ignoto si esprime in molte forme legate in modo esclusivo ai consumi. I nuovi dei forniscono strumenti per rendersi unici, diversi, riconoscibili nella folla dei comuni mortali. E a furia di ricercare l'unicità, si finisce per ritrovarsi in luoghi pubblici con l'intento di confrontare le rispettive unicità, ottenendo come risultato distacco e solitudine. Anche i moderni dei, come gli antichi idoli, pretendono attenzione e amore esclusivi.

Come un tempo gli dei sceglievano esseri umani per giocare le loro partite nel mondo, anche quelli moderni scelgono i loro eroi: campioni dello sport e dello spettacolo. Ce li propongono come modelli, come esempi viventi di quanto si può ottenere semplicemente orientando i nostri processi di scelta nel consumo dei prodotti verso il marchio del dio che ha mantenuto le promesse. Ci dicono: “Ecco, vedi? Io posso fare miracoli. Era un comune mortale, ora è un semidio e tutti lo adorano.”



La pubblicità non è più un mezzo per fornire informazioni reali sulla effettiva capacità di un prodotto a soddisfare un determinato bisogno materiale. Ora i prodotti si propongono come soluzioni spirituali anche quando il loro scopo di esistere non ha nulla di spirituale. In qualche modo tutti noi sappiamo che è un inganno, eppure lo consideriamo normale, lo definiamo uno stratagemma di marketing e chi ci casca vuol dire che è tanto stupido da meritarselo. Un atteggiamento inammissibile in qualsiasi altro ambito umano, espressione di una decadenza sociale e politica che ne è causa e conseguenza.

Quando gli dei moderni si sentono leader del mercato passano al livello successivo. Sfruttando l'innata tendenza umana al conformismo iniziano a dare veri e propri ordini al fine di superare le difese degli individui più refrattari all'indottrinamento. Gli slogan finiscono col punto esclamativo e dicono cose come “Bevi questo!”, “Pensa diverso!”. In questo modo vanno sostituendosi all'autorità etica, al buon senso, che guida le azioni della gente.



Abbiamo solo da poco bloccato l'accesso alla pubblicità agli dei del tabacco e dell'alcol. Fino a poco tempo fa era normale sentirsi proporre di fumare e di bere alcolici. Ma la questione non è tanto stabilire quali dei possano fare propaganda e quali no, è proprio il sistema della comunicazione slegata dal prodotto a suscitare preoccupazione. Un martello serve a battere un chiodo, non a procurare fortuna o godimento a chi lo impugna. Puoi spiegarmi perché un martello funziona meglio di un altro, non mettere una donna nuda che lecca il manico dicendo che da quando l'ha comprato non ha ancora smesso di essere felice.

Noi crediamo di essere liberi, specialmente rispetto ai popoli dominati da ideologie politiche o religiose di tipo fondamentalista, ma lo siamo veramente alla luce del potere esercitato dai nuovi dei? Provare a fare delle domande alla gente per strada, un po' di cultura e un po' di marchi e slogan. Alle domande sulla pubblicità sapranno rispondere.



La politica non vuole, non sa o non può dare una risposta al problema dei nuovi dei. I singoli sono chiamati a opporsi da soli, quotidianamente, all'aggressione psicologica della pubblicità. E i bambini? Gli adolescenti? Che armi hanno per difendersi? Come si può pensare che la famiglia possa far qualcosa senza l'appoggio della politica quando si tratta di combattere un mostro che è dovunque, giorno e notte, pronto a ghermire?



Abbiamo davvero intenzione di arrenderci di fronte a divinità interessate esclusivamente ad avere i nostri soldi in cambio di... di che? Di oggetti, di cose, molto spesso del tutto inutili. Il bello che gran parte dei soldi che ci chiedono viene usato per buttarci addosso altra pubblicità. Forse vogliamo questi dei, forse ci piacciono, forse abbiamo bisogno di sogni e speranze e non sappiamo più come procurarceli, sappiamo solo pagare qualcuno che ce li dia preconfezionati. Vogliamo chiamarla prostituzione degli dei?

martedì 23 giugno 2009

Come sconfiggere la macchina della verità.

C'è un solo modo sicuro per sconfiggere la macchina della verità: diventare inconsapevoli della differenza fra vero e falso. In definitiva, ce lo insegnano i filosofi, nulla è vero fino in fondo. La realtà è frutto di percezione elaborata, è soggettiva in un mondo forzatamente solipsistico. E che dire del falso? Falso rispetto a cosa, a chi, a quando? Qualsiasi cosa può essere vera in un universo parallelo.

Il punto di partenza per sconfiggere la macchina della verità e liberarsi del dogma che si possano dividere le cose in vere e false. C'è solo una probabilità che siano una delle due, e nessuno può dire quale sia. Può affermare che sia vera e nel farlo trovare persone disposte a sostenere il suo punto di vista, ma non può dimostrarlo in modo assolutamente certo. Vero o falso sono frutto dell'opinione dominante.

Non potete sconfiggere la macchina della verità da un giorno all'altro. Le convinzioni su vero e falso sono così radicate da anni di utilizzo da rendere vano qualsiasi tentativo di improvvisazione. Come qualsiasi abilità non innata serve inclinazione e addestramento. Il discernimento è necessario alla sopravvivenza e non è facile superarlo con un semplice atto di volontà.

L'attitudine all'indifferenza nei confronti della dicotomia vero-falso può avere origine nell'esperienza dell'inconoscibilità. Ci sono persone che credono esista una condizione di vero o falso a prescindere dalla possibilità di arrivare a una conclusione certa. E ci sono persone che invece considerano il vero e falso solo una condizione accessoria della reale natura di un evento di per sé inconoscibile. Abbiamo un esempio nella fisica, dove una particella assume uno stato solo nel momento in cui un osservatore la cerca.

Questa attitudine si rivela in molti aspetta della vita fin dall'età infantile, età in cui si è sommersi da verità effimere e falsità erronee. Ci sono bambini che ci tengono a sapere se esiste davvero babbo natale. Ci sono bambini invece che riescono a credere contemporaneamente che babbo natale esiste e non esiste, a volte esiste e a volte no. L'importanza che viene data dal soggetto alla conoscenza della verità varia moltissimo ed è in relazione con l'uso dell'immaginazione. Soggetti che ricercano in maniera a volte ossessiva la verità temono l'immaginazione come fonte di confusione. Viceversa l'immaginazione diventa fonte di spiegazione per il sostegno dell'improbabilità.

Supponiamo che una persona abbia un buco di memoria, non si ricordi qualcosa. Non essendoci alcuna certezza, ed è quanto generalmente succede, è possibile valutare la più vera delle ipotesi e convincersi che non può essere che quella la verità. Oppure è possibile lasciare il buco e accettare il fatto che qualsiasi evento è egualmente probabile, riconoscendo il fatto che lo si sta riempiendo con l'immaginazione. Cosa fareste voi in quel caso? Accettereste la parola di qualcuno che dichiara di saperlo? Potrebbe essere una bugia, magari detta a scopo benefico. O accettereste che nella vostra vita è entrato qualcosa che non può essere semplicemente vero o falso?

Ma l'attitudine non basta. Il corpo esprime in mille modi come la pensate nonostante quello che volete pensare. E questa comunicazione corporea esprime il conflitto fra il desiderio che tutto sia vero o falso e la necessità che non lo sia. Non si può fare niente per controllare il corpo in queste sue emanazioni di consapevolezza. O siete convinti che una cosa è vera oppure non lo siete. Solo quando si riesce a superare la barriera mentale della scissione della realtà in vero o falso il corpo seguirà di conseguenza, naturalmente, l'espressione di un convincimento sincero. Sì può essere sinceri anche esprimendo come vero ciò che un'altra persona ritiene falso.

In effetti la macchina della verità rileva la sincerità, non la verità. Può essere d'aiuto la pratica quotidiana. Essere costretti a mentire ogni giorno rende più semplice assottigliare la barriera del vero. Un lavoro di venditore, ad esempio, rende su un individuo predisposto del tutto inefficace l'uso della macchina della verità. Questa lavatrice durerà dieci anni? Certo, anche di più. Quest'auto è affidabile? Al cento per cento. Questo computer è potente? È il top della gamma.

Attenzione però: se arrivate al punto da poter sconfiggere la macchina della verità non sarete più in grado di tornare alla condizione di innocenza originaria!

venerdì 5 giugno 2009

Senza retromarcia

Anche in questo preciso momento miliardi di persone stanno facendo qualcosa. Anche stando seduto qua di fronte al monitor sento auto che passano, lavori stradali, vedo siti che si aggiornano. Mi sforzo di immaginare persone lontane e quello che stanno facendo. Una parte del pianeta è al buio, molti dormono, ma stanno comunque facendo qualcosa, si muovono nel sonno, sognano forse.

Quanti saremo a fare qualcosa in questo momento sul pianeta? Dieci miliardi di persone? Alcune stanno nascendo proprio ora, possiamo far finta di sentire i vagiti che coprono l'ultimo fiato di chi invece se ne va. Miliardi di cervelli impegnati ad analizzare l'attimo, il presente, cose come muovere la mano in un certo modo, ascoltare, guardare, progettare le azioni dei prossimi secondi, dei prossimi minuti. Gesti semplici, niente che comporti il futuro della specie. D'altronde sarebbe assurdo pretenderlo, non esiste una coscienza collettiva, solo miliardi di individui che pensano a lavarsi, a mangiare qualcosa, in definitiva a sopravvivere un altro giorno.

Noi fortunati che apriamo il frigorifero, il rubinetto, la portiera dalla macchina, la scatola dei medicinali, pensiamo che in fondo sia facile, quasi noioso, arrivare a domani. Altrove magari al domani neanche ci pensano, non ha significato il futuro, non ha senso la vecchiaia, quando tutto intorno si muore così, da un momento all'altro, bambini adulti vecchi non fa differenza, tutti sono soggetti a una morte improvvisa per le cause più strane e insondabili. Malattie senza nome a cui si dà l'aspetto di spiriti malvagi, incidenti che possono capitare e non hanno nulla di scandaloso, non provocano sdegno né rabbia, solo una serena, stanca, apatica rassegnazione.

Noi parliamo di futuro della specie, di futuro del pianeta. Ci sentiamo i padroni, i responsabili, i chiamati dal destino, gli eletti da dio, per risolvere problemi creati da pochi, gestiti da pochi, voluti da pochi. Subiti da tutti. E mi accorgo di essermi sentito in colpa, di aver creduto a quelli che mi dicono è anche colpa tua se il futuro è in bilico. Ho creduto fino a pochi secondi fa che i popoli civilizzati fossero colpevoli di tutto e i selvaggi di niente. Noi popoli grassi, dalla vita sedentaria, programmati a svolgere attività giornaliere del tutto estranee alla natura dell'uomo, gesti alienati in ambienti alienanti, giorni ripetitivi in ragnatele sociali, vincolati da gerarchie basate su regole subdole e illogiche.

Ma in realtà noi non abbiamo fatto niente. Noi siamo, in quanto più invischiati, ancora più vittime dei selvaggi abitanti di terre senza elettricità, senza asfalto, senza onde radio, soggetti ai capricci del caso che camminano abbracciati alla morte, senza tenerla nascosta nel ripostiglio come facciamo noi, terrorizzati ormai non solo dall'idea che la vita finisca, ma addirittura che col tempo il corpo si consumi, invecchi.

Noi non abbiamo fatto niente, semplicemente ci alziamo e cerchiamo di procurarci di che sopravvivere fino a domani, non siamo diversi dai selvaggi che non inquinano. Se per sopravvivere ci dicono di metterci la cravatta e andare in macchina a chiuderci in una stanza e parlare gentilmente con altre persone noi lo facciamo. Se fa freddo noi cerchiamo un modo per scaldarci, che sia legna che sia gas. Se ci danno dei pezzi di carta e un posto nel quale scambiarli con cibo noi prendiamo i biglietti e li usiamo per comprare da mangiare. Se stiamo male cerchiamo qualcuno che sappia che sostanze farci assumere per tornare in salute.

Chiunque al nostro posto farebbe la stessa cosa. Diciamo ai brasiliani non togliate la foreste. Diciamo agli africani non uccidete gli animali (nel Zimbabwe non esistono più molte specie di animali, sapete perché? La gente aveva fame e se le sono mangiate). Diciamo ai cinesi non diventate come noi. Ai sudamericani. Diciamo a mezzo mondo noi stiamo uccidendo il pianeta, non fate come noi.

Ma se non siamo stati capaci di impedire a noi stessi di agire con un orizzonte temporale più lungo dell'immediato, come potremo mai impedire agli altri di fare lo stesso? Di seguire le nostre orme. Siamo forse disposti noi a rinunciare, a tornare indietro? Potremmo accettare la morte di bambini piccoli per mancanza di medicinali? Potremmo accettare una vita media di quarant'anni costellata di malattie. Una volta potevamo, non molto tempo fa, diciamo un paio di secoli fa. Potevamo accettare di fare dieci figli e vederne morire otto. Potevamo accettare di sputare sangue per la tubercolosi liquidando il problema con un'alzata di spalle. Era normale.

Adesso che cos'è normale? 65 anni di giornate tutte uguali, incasellati nell'organigramma della società civile, come tanti piccoli robot al servizio di una formica regina che ci promette sorridendo l'annientamento del pianeta. Ci fornisce benessere materiale in cambio di una vita frenetica, piena di paure, le menti coordinate, omologate, assuefatte dai programmi televisivi. Mutui da pagare, stile di vita da mantenere, mode da seguire, tutti oboli da pagare per l'accettazione sociale, per emergere, per stare a galla, per non finire al livello dei selvaggi, sottopagati, malati, ignoranti, incivili.

E invece sai cosa? Non c'è differenza. Solo miliardi di persone che seguono il programma della sopravvivenza come meglio possono, guardando non a quello che deve fare l'umanità per arrivare al prossimo secolo ma quello che deve fare il singolo nei prossimi dieci minuti. Non è vero che noi viviamo meglio di loro, anzi, direi il contrario dal momento che i suicidi aumentano con il benessere materiale. Non è vero che noi siamo più istruiti dato che abbiamo scordato le regole elementari della vita sul pianeta e non sapremmo rimanere in vita in un ambiente naturale e non artificiale. Non è vero che a noi la morte non ci tocca fino alla vecchiaia dato che moriamo in macchina per le strade, ci vengono i tumori per lo smog, ci vengono gli infarti per lo stress.

In realtà noi abbiamo fatto un baratto. Abbiamo ceduto una vita intensa, profonda, significativa, umana nella più umile e vera delle accezioni in cambio... in cambio di che? Di un programma da eseguire come robottini per tutta la vita, giorno dopo giorno, come schiavi delle antiche galere, a spingere sui remi sotto la frusta di una formica regina senza nome. E nel farlo ci dobbiamo anche sentire in colpa perché questo scambio sta producendo come effetto la morte del pianeta.


lunedì 1 giugno 2009

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (14 di N)

- Papa.
- Buongiorno, hai dormito bene? -, apro la moka.
- Ho fatto un sogno, papa.
- Davvero? - sciacquo la moka.
- C'era il trombone.
- Il trombone?
- Sì, il trombone di Elia. L'ha rubato il bersagliere.
- Ah, che robe! - riempio la moka.
- Il bersagliere con le piume sul cappello.
- Piume di struzzo? - metto il caffè nella moka.
- Noooo, papa, piume nere.
- Un bersagliere con piume nere sul cappello che ruba il trombone di Elia - chiudo la moka.
- Sì papa, sì, e poi arriva il dinosauro.
- Eh? - metto la moka sul fornello.
- Il ticeatopo, anzi, no, il tiex.
- Un dinosauro? - accendo il fornello.
- E lo mangia.
- Si mangia il bersagliere?- tiro fuori la tazzina.
- Nooo, papa, mangia il trombone.
- E beh, il trombone è buono. - tiro fuori lo zucchero.
- È saporito.
- È piccante. - tiro fuori il cucchiaino.
- Sì, anche la trombetta.
- E la tuba anche. - metto lo zuccherro nella tazzina.
- La tuba papa?
- La tuba francese. - mi giro a guardarlo.
- Papa. -
- Dimmi. - mi abbasso per avere gli occhi all'altezza dei suoi.
- Voglio fare il bersagliere.
- Perché no? E' un'idea.
- Posso avere il trombone adesso?
- No, li ha mangiati tutti il dinosauro.
- Forse ne è rimasto qualcuno.
- Forse.
- Andiamo a cercarlo?
- Sì, dopo però, sono le sette del mattino, è ancora tutto chiuso, ora papa beve un caffè.
- No papa, sono già le ventinove. Andiamo dai, andiamo.