lunedì 18 gennaio 2010

Ice Harvest

Ice Harvest è la sovrapposizione di una desolazione spirituale a una desolazione paesaggistica. Una pianura gelida è il luogo in cui si aggirano come spettri persone senz'anima. Fra queste c'è il protagonista, in cerca di salvezza, che si aggrappa a quelle che vengono propinate come unica chance: “i soldi e la passera”, le uniche cose che rimangono fra gli obiettivi in queste vite dall'orizzonte così ampio da perdere ogni prospettiva.

Ma un angelo custode viene in suo soccorso, un uomo che grida, ubriaco, l'assurdità di tutto ciò che vede intorno: la mafia che governa l'economia, la vacuità di famiglie di cartone dove i rapporti formali hanno prosciugato ogni altro significato, l'impossibilità di entrare in contatto col prossimo senza proporre ricatti. Un uomo che vede una via di fuga e gli offre una terza scelta: l'amicizia.

Violenza, degrado, sotterfugio. Religione: “Dovevo dar retta a mio nonno e aprire una chiesa lasciando che Gesù pagasse le rate usando i soldi di questi babbei”. Morale: “Mio padre andava sempre a votare, mio zio entrava e usciva dal carcere. Mio padre è morto di infarto, mio zio è morto in un incidente il giorno dopo.” Amore: “Mi stai dicendo che dovrei venire con te per vivere poveri?”

Il gioco di parole che si legge ovunque, scritto a pennarello nei posti più improbabili, spiega tutto: “As Wichita falls... so falls Wichita Falls” (che è anche il titolo di una canzone di Pat Matheny). Se il mondo ti crolla intorno, crolla via dal mondo. È proprio ciò che, nonostante gli sforzi di combattere, di riuscire, di adeguarsi, il protagonista sceglie di fare: andare via, abbandonare le rovine. E nel farlo salvare chi era lì per salvarci e ha scoperto di non averne la capacità.

Un film con diversi livelli di lettura, che può dare spago a interpretazioni che vanno al di là del semplice raccontare una storia, entrando nel campo di discussioni molto più ampie e profonde.

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