giovedì 12 aprile 2012

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (48 di N)


Una delle cose che cambiano quando c'hai un figlio è quando capisci che è una battaglia impari eppure non ci pensi nemmeno di arrenderti. Sai che arriverà il giorno in cui perderai la guerra, dall'interno, quando tuo figlio deciderà, pronto o meno, di lanciarsi nella mischia, però fino a quel giorno non darai vinta nemmeno una singola battaglia senza che passino sopra al tuo cadavere per arrivare a tuo figlio. Sei tu contro il resto del mondo ma non ti arrenderai, niente ritirate strategiche o tattiche di guerriglia, te ne starai lì piantato in mezzo al campo di battaglia a sfidare i proiettili come quei soldatini che nei film marciano al suono del piffero e al ritmo del tamburello. Prima di te ha perso tuo padre, lo sai, prima di lui tuo nonno, e via indietro nell'eterna lotta dell'amore e della vita contro la ragione e la realtà. I padri sono pazzi, sono ubriachi, sono kamikaze, vogliono impedire che il mondo faccia del male ai loro figli pur sapendo che è una cosa sdolcinata e idealista e romantica da fare. Essere padri è anche sentirsi stupidi e orgogliosi di esserlo.

Pinocchio è zeppo dei nemici di un padre, da Lucignolo a Mangiafuoco al Gatto e la Volpe. La natura stessa della fanciullezza, con la sua malizia innocente, la sua cattiveria ingenua, la menzogna involontaria. Si avverte la presenza di un avversario, la personificazione di quanto spaventa e addolora un padre, un tarocco con sopra tentazioni, corruzioni. Le famigerate cattive compagnie destinate a rovinare la vita del protagonista di quella brutta favola che di solito è la vita vera. La vecchietta che offre dolcetti e sotto sotto prepara il calderone. L'orco che ucci ucci, sente odore di bambini. Favole che raccontano ai bambini gli incubi dei loro padri, che li mettono di fronte alla capacità degli adulti di convivere con il panico e l'orrore, confidando nella provvidenza divina, o anche nella fortuna, nel futuro, magari nella rivoluzione, nell'arrivo degli alieni. In teoria dovrebbe aiutare i bambini a crescere, in pratica li fa aggrappare ai genitori e pisciare a letto fino all'adolescenza. Poveri bambini, ma dicevo della battaglia impari.

La scuola, gli amici, i parenti, ma anche la televisione, il cinema, i libri. I nostri figli sono esposti al fuoco incrociato di cecchini bastardi, ti distrai e tuo figlio viene colpito dalla pubblicità su un canale via satellite per bambini che ha come scopo rincretinirlo. E ha solo sette anni, pensa quando ne avrà sedici e si sentirà abbastanza intelligente da riuscire a capire da solo cosa è merda e cosa merita, quando vorrà scegliere da solo l'opinione da condividere su facebook, +1, i like it, andrà a manifestare il suo appoggio a chissà quale capopopolo da strapazzo o manifestare apprezzamento per il lavoro di qualche patetica celebrità del momento. È una storia dell'orrore, ci vuole un tamburello e un piffero per stare in piedi al proprio posto di padre e non buttarsi in terra a dondolare avanti e indietro canticchiando sottovoce. Ogni giorno che passa qualche proiettile supera la barriera del tuo corpo e raggiunge i figli. Come padre devi continuamente aiutarlo a resistere e difendersi, sperando di non peggiorare i danni.

Il primo colpo è stato quando chiedeva il permesso per fare tutto. Papa posso dirti una cosa, posso andare in bagno, mi dai il permesso di accendere il computer. E io a spiegare la scuola non è come a casa, qui non si deve chiedere il permesso per tutto, se devi andare in bagno vai e basta, come hai sempre fatto prima di oggi. Non è che la scuola è sbagliata, anzi, per forza che a scuola ci vuole ordine e disciplina, ma intanto stiamo formando una testa, una persona, che deve imparare a capire che un ordine è tale se ne viene condiviso lo scopo, altrimenti è un sopruso. Allo stesso modo poi non chiedeva più il permesso per niente, e quando gli ho chiesto come mai, lui ha detto che qui non è come a scuola, qui a casa si può fare come si vuole. No, non è così, gli devi spiegare senza contraddirti che anche a casa ci sono delle regole. È una faticaccia, e il mondo ha dalla sua parte che non gliene frega niente di tuo figlio, gli interessa solo come consumatore, lavoratore, elettore, contribuente. Interessa solo a te che sopravviva, possibilmente raccogliendo lungo la strada qualche momento di felicità, serenità, gioia, soddisfazione.


giovedì 29 marzo 2012

Il crocevia dei sognatori (003)


Il Cacciatore le chiede Soffri l'instabilità? e Jilbert fa di no con la testa, mentendo, tenendosi aggrappata allo stipite, lo sguardo puntato al macello sul tavolo. Vieni dentro, se vuoi, dice il Cacciatore, Siediti dove preferisci. Jilbert muove qualche passo e cade su un ginocchio, si rialza di scatto e si lancia verso la branda, notando solo adesso che l'insieme degli odori non è così fastidioso. Il cacciatore dice Finisco, se non hai niente in contrario, prima che si asciughi. Il sangue, forse si riferisce al sangue, ma non può essere perché non c'è sangue, l'animale con le ali aperte, inchiodate al banco, espone le costole e Jilbert è convinta di veder battere il cuore, ma non c'è sangue. È un lavoro pulito, dice Jilbert, solo per fare conversazione, per essere gentile. Il Cacciatore si gira a guardarla e trova qualcosa che lo soddisfa negli occhi di Jilbert perché annuisce e torna a piegare il fil di ferro, a collegare e incastrare e spingere e tenere a freno. Alla finestra il mondo ondeggia, un moto armonico, costante e uniforme, ipnotico, soporifero. È bella la tua casa, dice Jilbert. È sempre sul punto di cadere, dice il Cacciatore, ti devi lasciar cullare, ti devi fidare di lei come un infante e pregare che non ti lasci andare, che non si lasci andare. È vero che alcuni cavi sono agganciati oltre la fine del mondo? Il Cacciatore ride, dice Mi sei simpatica, ride, dice Sei qui per trovare domande o per avere risposte? Jilbert ha paura, non vuole che il suo cuore batta sotto gli occhi del Cacciatore, dice Non lo so, è stato il Guercio, è sua la colpa, mi ha detto lui di arrampicarmi sul tetto e salire fin qui, ha detto che devi dirmi una cosa importante, insegnarmi speciali tecniche di bracconaggio.

Lo zio non la smette più di parlare. Fa sempre così, arriva e va avanti a parlare fino a quando non riceve soldi o promesse, fino a quando si ubriaca o viene aggredito da una crisi senza nome. È passato troppo tempo, Suzan, ho bisogno di quei soldi, sta dicendo alla madre di Jilbert. Non sopporta il rumore che fa il nome della mamma quando viene storpiato, vorrebbe gridare Esse, Susan con la esse, non con la zeta, ma rimane zitta e composta, come le è stato chiesto di fare. Solo voce bassa, solo gesti fluidi, solo cose belle, questo ci si aspetta da un oracolo, questo devi tenere a mente se vuoi che la gente ci paghi per ascoltare il futuro. Sì, mamma, lo terrò a mente. Lo zio dice non sono io il padre, non sono responsabile delle tue decisioni e nemmeno di quelle del governo. Susan ascolta paziente e gli rabbocca la caraffa. Jilbert rivive la scena che ha già visto dal Guercio, al crocevia dei sognatori, pensa adesso dirà del mio vero padre e della fazenda. Lo zio dice non sono io a decidere che vengano aboliti i sussidi statali alle Fattrici del popolo, non sono io che elettrifico le recinzioni delle fazende e non recluto più il lavoro dei vecchi. Non sei vecchio, dice Susan, è solo una fase economica, e lo sai che se avessi dei soldi ti rimborserei. Lo zio fa un sorriso finto, dice Non sai nemmeno chi sia il donatore, ti sembra normale che una bambina faccia oroscopi così precisi? Lo sai cosa si dice in giro? Susan stringe le labbra, dice Sono cattiverie e basta, nessuno ci farà del male perché diciamo alla gente che succederanno cose belle, non è illegale. Cose belle come quelle che predice a me?

Solo cose belle, si raccomanda Jilbert, sennò la mamma si arrabbia. Il Guercio batte l'unghia del mignolo sulla ceramica della tazza e fa quello che ci sta pensando sopra, poi dice Morte? Jilbert ride, dice No, morte non viene presa bene. Ferite purulente? Nemmeno! Cose belle, amore, fortuna, Jilbert si alza e piroetta fra i tavoli andando a infastidire il donnone che sta apparecchiando per la cena. Scusa Capa, dice Jilbert. Vendetta? Il Guercio alza la voce per farsi sentire da lontano. Nemmeno! Voi due cominciate a darmi sui nervi, dice la Capa, poi non dite che non vi avevo avvisato. Lasciami andare, non ho fatto niente! La Capa solleva di peso Jilbert tenendola per i vestiti, si avvicina al guercio e lo afferra per la barba. Lasciami andare, non ho fatto niente! Dice il Guercio imitando la voce della bambina. Non mi fai ridere, e tu, rivolta a Jilbert, non dovresti nemmeno essere qui. Deposita Jilbert sulla soglia della locanda, spinge fuori in malomodo il Guercio e si chiude i battenti alla spalle con rumore di schianto. Il guercio si siede e batte la mano per terra, accanto a sé, invitando Jilbert a fargli compagnia, poi dice hai la'ria di essere il tipo a cui piacciono i tesori. Che tipo di tesori, chiede Jilbert. Le cose belle, dico bene?, ma te le devi guadagnare, domani arriverà lo zio e ci sono cose che non vuole sentire, dico bene? Jilbert annuisce, Non vuole sentire niente, a prescindere, penso che mi odia, è possibile che mi odi? Il Cacciatore sa come trovare risposte a domande del genere, io sono più interessato ai tesori e alle filastrocche. Ti piacciono le filastrocche?

Lo zio non la smette più di parlare. È passato alla fase dei rischi, dei se e dei quando. E se mi ammalassi e non potessi più mettermi in fila per le necessità quotidiane dell'opificio, ora che hanno trincerato le fazende e i vecchi come me non hanno più scelta. Non sei vecchio, dice Susan versando mistura. Sai perché dice che è vecchio? Suzan, dille di stare zitta. Jilbert pensa Non vuole sentire, pensa Mi odia. E se la scoprissero e te la portassero via? Ci hai pensato? Sai cosa si dice in giro su di lei e i suoi poteri? Lo zio dice poteri come se dicesse la fatina dei denti. Sei perché dice poteri in quel modo? Susan alza l'indice per intimarle il silenzio. Lo zio dice fino a quando pensi di riuscire a tenerla a bada, Credi davvero di poterla controllare? Di poter ripagare i debiti? Susan dice adesso basta, perfavore. Lo zio dice pensi che tutto possa andare avanti per sempre? Che in qualche modo le cose alla fine si sistemano per il meglio? Susan si porta le mani alle orecchie, singhiozza, dice Ho capito, Lo so, Smettila. Jilbert si alza e dice Solo cose belle. Stai zitta, ordina lo zio. Jilbert dice tu oggi stai per andare davanti a una vecchia che ti strizzerà le palle ridendo di te. Falla stare zitta, dice lo zio. Dici di essere vecchio perché la tua produzione di seme si è ridotta e l'infermiera con la faccia rugosa ti strizza le palle fino a farti male solo per deriderti meglio. La senti, Suzan, ti sembra normale? Tu dici poteri in quel modo perché hai conosciuto il Cacciatore e sai che un giorno si metterà a seguire le tue impronte, zio, verrai braccato, soffrirai, chiederai perdono anche per le colpe altrui. Lo zio alza la mano per colpirla ma non ci riesce, sospira e dice Suzan, l'hai sentita, renditi conto. Con la esse, pensa Jilbert, non con la zeta. 



(nell'immagine 'Wrong impression', un'opera frattale di Hal Tenny)

lunedì 26 marzo 2012

trova jilbert

ce ripeteva trova jilbert trova jilbert era una voce fuori campo che mi dava un consiglio era una voce femminile che mi dava un suggerimento su come procedere diceva trova jilbert e avrei voluto chiedere dove lo cerco ma sapevo che sarebbe stato inutile perché era una voce registrata e non mi avrebbe risposto altrimenti avrei chiesto anche informazioni aggiuntive su jilbert che sapevo imprigionato dentro una scatola jilbert era da solo e passava il tempo a girare una manopola collegata a niente una manopola cromata da cruscotto e con la bocca faceva il rumore di una mitragliatrice jilbert si teneva occupato immaginando di pilotare un aereo e di sparare azionando l'unico oggetto disponibile nella scatola ormai fuori dal mondo e io avevo fretta di trovarlo così la voce avrebbe smesso di dirmi trova jilbert trova jilbert perché io l'avrei trovato dopo aver seguito le tracce dopo aver chiesto di lui io jilbert l'avrei trovato e allora avrei capito delle cose ero sicuro che trovare jilbert mi avrebbe fatto capire delle cose importanti per quello me ne andavo in giro a informarmi e a prendere appunti su jilbert e la sua vita clandestina sui treni sempre in fuga dai controllori jilbert il parassita e la sua abitudine ai combattimenti nei supermercati con tanto di inseguimenti nel reparto surgelati e imboscate nelle vasche di ferro liquido jilbert l'appestato e i suoi batteri di un sapere abolito per legge al fine di contenere l'epidemia informativa jilbert il rapitore di se stesso da piccolo che si tiene in ostaggio tutta la vita per non cadere nella t



lunedì 19 marzo 2012

Ricordi sparsi di mio padre

Le vene sul dorso delle mani. Gli prendevo la mano e gli chiedevo ragione delle sporgenze, corde bluastre e mollicce. Mi piaceva la sensazione gommosa sotto il polpastrello dell'indice quando premevo, interrompevo l'afflusso di sangue e la vena si accasciava, si appiattiva, svaniva per poi esplodere di liberata turgidezza sanguigna che a fissarla dopo un po' mi convincevo di cogliere il battito cardiaco, di avere sotto gli occhi una lontana estremità del cuore di mio padre. Lui mi lasciava fare come si permette a un cane di sporcarti i pantaloni, vergognandosi di un gesto da malato mentale, chiedendosi come mai la mia follia non si rivelasse appieno, così da rendere tutti meno afflitti dai forse e dai casomai, non fosse manifesta la mia una pazzia piuttosto che strisciante, maligna, incastonata in gesti maniacali che non lordano chi li compie ma chi li subisce, come le violenze compiute dagli angeli, gli stupri nel mondo animale. Ritirava la mano e mi guardava con l'intensità di chi si sente preso in giro, di chi è sconvolto da sospetti infondati, e mi diceva quando avrai la mia età succederà anche a te di avere le mani così. Oggi schiaccio le mie, di vene, sul dorso della mia, di mano, ma non è la stessa cosa.

La camicia aperta sul collo e pantaloni lunghi rimboccati, gli occhiali con la montatura d'oro e le lenti verdi, a goccia, la catenella, il braccialetto, l'orologio. La sigaretta che il fumo usciva dalla bocca e gli circondava la testa che i suoi capelli mi sembravano fiamme scolpite nel fil di ferro. Era l'unico completamente vestito in riva al mare. Coi piedi all'inizio della battigia, dove le onde arrivano solo ogni tanto, con grande sforzo. E sorrideva. Stava fermo a guardare il mare e avresti detto che stesse nuotando, nella sua testa stava nuotando, stava lottando per restare a galla, si stava stancando fisicamente di guardare il mare, con le sue attrattive nascoste, onde come gambe accavallate, escludendolo, profondità bagnate dove affogare con gratitudine, sfidandolo, riflessi sconfinati di superba compiacenza. Lo vedevo, mio padre, bluffare con il mare, rilanciare, fingersi sicuro di un giro sfortunato. Lo guardavo aspettandomi che dicesse qualcosa di importante, ma niente, non la metteva nero su bianco, mi faceva un gesto o un fischio, soddisfatto, e se ne tornava all'ombra, si sedeva a un tavolo e ordinava da bere per togliere il sale rimasto sui pensieri. Gli portavo le carte da ramino e stavo seduto più serio di lui, volevo che mi guardasse come un avversario impossibile, che mi scambiasse per il mare.

Mio padre a letto con la febbre e le labbra viola quando lancia contro il muro il cubo di rubik e mi grida addosso parole che non ricordo più, dopo che ho insistito per farglielo risolvere, dopo che ho acceso la filodiffusione e mi sono messo a cantare pelle di serpente con quanta voce possibile. Mio padre che mi giro e non mi sta più tenendo la sella, e allora cado, gli faccio vedere cosa succede a mollarmi la sella di nascosto, succede che mi faccio male e la colpa è tua, papà, cado dalla bicicletta e mi sento colmo di gioioso furore nei tuoi confronti perché mi sono voltato e tu non c'eri più, mi avevi abbandonato, adesso portò accusarti e odiarti e fartela pagare per non avermi amato completamente, per aver mancato la perfezione, per non essere il dio che mi aspettavo da te. Papà tu mi hai deluso, tu non puoi leggermi nel pensiero, non puoi darmi la felicità, tu non puoi farmi scudo dal mondo né proteggermi da me stesso, tu non sei utile quanto vorrei e la colpa è tua, che non sia volare, non sia sparare raggi laser dagli occhi, non ti piacciono i cartoni animati e sei così intelligente, papà, sei così lontano, papà, sei così grande che io non sarà mai all'altezza e quindi ti abbatto, ti distruggo, ti tolgo il potere di essermi amico: da oggi non sei più il mio migliore amico.

L'anello all'anulare tanto largo da vibrare, la mano appoggiata sopra al volante. Mi insegnava alla domenica mattina, quando lo accompagnavo a prendere il giornale e a offrire l'aperitivo ai suoi amici rimasti tali da quando era giovane. Gli amici di mio padre, lui aveva amici ovunque e io nessuno a parte lui. Io che fingevo di averne, e tanti, anche se li odiavo tutti, sentendomi in colpa e una brutta persona. Gli amici e le ragazze, mio padre voleva che io fossi una persona normale e io gli dicevo ho tanti amici, c'è una ragazza che mi piace molto. Erano momenti in cui lo vedevo sereno, orgoglioso, soddisfatto, momenti in cui lo rendevo felice. Allora si apriva e mi diceva quando guidi più vai veloce e più devi guardare lontano. Mi diceva la ruota gira, la fortuna cambia. Mi allungava spiccioli di sapere e saggezza e questo secondo me era amore, in macchina, nel tragitto tra casa e parcheggio in centro, e a me bastava per giorni, dopo potevo sopportare meglio le sue battute spiritose e la mia vita silenziosa, i suoi amici che sembravano veri quanto i miei falsi. Lo guardavo stappare una bottiglia e stavo sulle spine perché non potevi mai sapere se avrebbe approvato o storto il naso. Lo guardavo assaggiare le pietanze con ansia, pronto a imitarlo o dissociarmi, a seconda dell'umore del giorno, a prescindere dalle reali qualità della cucina. Oggi ti voglio bene oppure non te ne voglio, papà, ma non c'è un criterio, c'è solo la tua faccia e la mia reazione quando ti guardo da troppo lontano o da troppo vicino. 




venerdì 16 marzo 2012

Squadra del cuore

La mia squadra del cuore è la stessa del mio papà, dei miei fratelli e di uno dei miei nonni, l'altro nonno quando viene a guardare la partita da noi allora lo prendiamo in giro tutti assieme e lui sorride e va in cucina o in bagno e quando torna rimane appoggiato alla porta per capire se abbiamo smesso o ricominciamo. La mia squadra del cuore l'ho scelta l'anno che ha vinto ma poi l'anno dopo ha perso e ormai l'avevo scelta, papà dice che non si può più cambiare, che non è come sposarsi o farsi prete, quando scegli la tua squadra del cuore rimani tifoso per tutta la vita. Ho comprato la divisa completa, ho scelto la maglia col numero cinque perché il giocatore col numero cinque quando è morto c'è stato un grande funerale bellissimo e siamo andati a sbandierare e suonare le trombe e mi hanno fatto mettere il pallone sulla bara che io pensavo che me lo ridavano, era un pallone di cuoio che l'ho chiesto per un mese prima di riuscire a farmelo regalare, e invece se lo sono tenuti, l'hanno messo nella tomba col morto e me ne hanno regalato uno nuovo, però di gomma, e io da allora ho deciso che tutta la vita il cinque sarà il mio numero del cuore.

La mia squadra del cuore è la più ricca e famosa del mondo, siamo campioni dello sport più ricco e famoso del mondo, è lo sport che piace a tutti fin dalla nascita e lo conoscono anche in nel deserto dei gobbi, per dire, o gli esquimesi ci scommetto che pure loro ci giocano, sul ghiaccio, non fa niente, il modo lo trovano gli scienziati perfino nello spazio, sulla luna i marziani ci giocano. A me piace soprattutto quando sono da solo in camera a fare i compiti per la scuola e mi sento triste e arrabbiato che non posso uscire a giocare col pallone allora penso che non sono l'unico, che ci sono milioni di bambini come me che sono i miei compagni di squadra, come una grande famiglia, se un giorno avrò bisogno di qualcosa ci saranno un sacco di tifosi come me pronti a dare una mano a uno che il suo pallone è nella tomba del numero cinque, perché il mio papà dice che sono andato in televisione e adesso mi conoscono tutti, sono famoso come una mascot, che sarebbe un pupazzo simpatico, e quando risponderanno alle sue lettere e telefonate diventerò una star e non finirò a grattare biglietti della lotteria come il nonno, quell'altro.

La mia squadra del cuore sono contento che mi fa sentire normale, che non sto facendo lo speciale da solo, che non sono diverso dagli altri, non faccio il chi ti credi di essere. Siamo speciali e migliori noi tutti della squadra, non è brutto come essere l'unico con la pelle verde o il nonno che ha scelto la squadra sbagliata quando era piccolo e adesso per tutta la vita gli tocca scappare a nascondersi in bagno quando gli altri lo prendono in giro. Se hai la pelle verde ma tifi per la mia squadra allora per me sei normale, tvb, amici per sempre, è quello il bello della squadra che piace a tutti di uno sport che piace a tutti, non è come una squadra che non piace a nessuno o di uno sport che lo racconti e non sanno di cosa stai parlando. Le regole sono anche facili da capire. Quando segnano gli altri si deve gridare non vale, quando sbagliano i nostri si deve gridare non è vero, quando qualcuno parla bene della tua squadra lo aiuti quando parla bene di un'altra squadra, o peggio ancora parla male della tua, allora non lo aiuti o se vuoi lo danneggi, così ti sfoghi il nervoso che tanto se lo merita, così capisce che da bambino ha sbagliato a scegliere la squadra giusta del cuore.

All'inizio non avevo capito bene, mi sembravano un po' matti a trattare lo sport come se fosse importante. All'inizio pensavo che era per ridere, per giocare, poi il papà mi ha mandato a fare gli allenamenti e se giocavo bene mi riempivano di botte nelle gambe. Se giochi male ti cacciano, se giochi bene ti picchiano, il segreto nella vita è giocare così così, non farsi calpestare e non mettersi in mostra, nonno quello occhei mi ha spiegato che la strada è scuola di vita. All'inizio c'è stato un periodo che mi faceva schifo, mi sembrava che gli altri si divertivano più di me. Mi ricordo un giorno che odiavo la partita, mi sentivo uno scemo a tirare i calci al pallone, mi credevo obbligato a giocare, a fare gol anche se non ne avevo voglia. Ho vomitato in mezzo al campo e ho immaginato che potevo sputare acido come certi draghi che ho visto dentro a un film. Ho immaginato che attaccavo a spruzzare acido e non la finivo più, facevo sciogliere il pallone, ma anche mentre ero lì a godermi lo spettacolo nella fantasia del mio acido a corrodere palla campo squadra sport numero cinque, il cervello mi ha mostrato alla fine una pozzanghera che ero io, non ero riuscito a sciogliere un bel niente a parte me stesso, ma ero contento così, ero una pozzanghera felice. 




lunedì 12 marzo 2012

Almanacco

Lunedi i coltivatori di patate hanno posato le zappe, si sono passati il fazzoletto sulla faccia, hanno sigillato gli ingressi dei magazzini fortificati. Si vedevano sbucare oggetti affilati e appuntiti dalle fessure slabbrate, nelle blindature improvvisate, acciaio sciolto puntando il cannello della fiamma ossidrica. Si vedevano lampi su cocci di bottiglia e lenti di cannocchiale. Si vedevano i buchi rotondi dei tubi color canna di fucile ruotare in cerca di messa a fuoco nei mirini. I più informati dissero che era normale, che era momentaneo, che tutto si sarebbe sistemato entro breve. Gli allevatori si sono messi sulla difensiva nello stesso giorno, alzando le mani e mostrando il volto di profilo, tirandosene fuori senza rilasciare dichiarazioni. La televisione ci sorrise e disse con voce tranquilla e divertita che non c'era da preoccuparsi, che avevamo scorte per mesi, per anni.

Martedì i figli maschi e gli analfabeti di ritorno vengono picchiati affinché ambiscano al controllo degli spargimerda digitali, ci sono escrementi abbandonati per la strada e nessuno li vuole raccogliere, si prospetta come il business rivoluzionario del nuovo millennio. Ragazzine sui tacchi si dimenano per incoraggiare la competizione e mettono in premio cicatrici artistiche in zone erogene. Verranno ripetute ogni due ore le esequie del tossicomane che ha dato la vita per testare nuovi farmaci contro gli inestetismi e gli odori dovuti alle piccole perdite. Sul megaschermo allestito sulla facciata gotica della cattedrale verrà proiettato un documentario sulla vita e la poesia di un cantautore morto nella vasca da bagno, soffocato dal proprio vomito. Le prevendite sono disponibili nei migliori centri divertimento specializzati, non gettate il tagliando e parteciperete all'estrazione di cento lavaggi del colon.

Mercoledì gli infelici e i cretini verranno obbligati a imparare il nome dei più bastardi nella storia dell'umanità. Per ogni bastardo selezionato da una giuria di specialisti verrà consegnata una figurina adesiva da applicare nell'apposito riquadro numerato, predisposto nell'album ufficiale, il solo approvato dal ministero dell'istruzione. Seguirà la prova di recitazione a memoria dei testi delle canzone straniere più famose, con stralci di poemi omerici e parentesi dedicate alle rime baciate e agli endecasillabi. Per l'occasione, durante gli esami finali di abilitazione professionale, si godranno gli interventi lautamente ricompensati di autori affermati e politicamente schierati, professori rinomati e collezionisti di lauree honoris causa, leccapiedi con speranza di subentro e scalatori di liste d'attesa. Per gli altri partecipanti all'evento unico e spettacolare sarà richiesto un contributo spese che verrà in gran parte devoluto in beneficenza.

Giovedì le periferie metropolitane videro l'invasione degli arrapati in cerca di libertà religiose e dei cacciatori di nutrie in missione punitiva. La piuma sul cappello dei puttanieri erezionisti attempati, la confraternita dell'orgasmo chimico, la conventicola della pillola per un piccolo aiutino, un corteo pornografico mandato in onda con censura, al punto che non si vedeva nulla, non si capiva niente, sembrava un mare di epidermide rugosa, peluria bianca e macchie di fegato in alta definizione. Le forze dell'ordine impegnate a evitare il contatto con i bracconieri inferociti, con le loro facce da fornitori beffati, decisi a vendicare l'affronto di fatture mai saldate, si fanno riprendere dalle telecamere mentre piazzano trappole a molla dentro ai tombini, bocconi avvelenati nei vani di portoni incustoditi, preparano imboscate nei sovra e nei sottopassaggi.

Venerdì i politici non si fanno vedere, non rispondono al telefono, si celano dietro i vetri oscurati delle auto blindate e lasciano detto, avanzano scuse a proposito di viaggi d'affari troppo a lungo rimandati, missioni sotto copertura da portare a termine a bordo di aerei di stato. I segretari e le segretarie prendono il controllo della situazione e con voce isterica minacciano l'intervento dell'esercito, addossano a potenze straniere la responsabilità di un clima violento. Nel frattempo la gente scappa a casa e si agita, svuota il frigor, toglie il calcare, disinfetta le ceramiche, si chiede cosa stia succedendo, raddoppia la dose di ansiolitico, telefona e la linea è disturbata, si collega alla rete e le pagine fanno fatica a caricarsi. Poi l'allarme rientra, si parla di attentati sventati, catastrofi evitate, scampati pericoli, e si rassicura il pubblico che non verrà sospesa, come in precedenza annunciato, la trasmissione del nuovo episodio della serie più amata di sempre.

Sabato nei quartieri dormitorio a un'ora di macchina o venti minuti di treno dagli uffici, nei quartieri di villette costruite in economia, finti mattoni e cartongesso, i giardini da ora d'aria con salvia e rosmarino o piscinetta gonfiabile, le alte siepi a proteggere la vista dalla luce arancione delle zone industriali e artigianali, così comoda la vicinanza degli svincoli autostradali, gli spacciatori hanno scoperto che operai arruolati nel piazzale della stazione venivano pagati con droga tagliata male per seppellire rifiuti speciali sotto uno strato di asfalto, drenante, di ultima generazione. Lo sgarro all'organizzazione criminale che vanta l'esclusiva sul territorio ha già iniziato a produrre vittime. Gli abitanti chiedono le dimissioni del sindaco e si lamentano che prima di oggi non c'erano mai stati problemi, si poteva condurre una vita tranquilla e serena.

Domenica è prevista una migrazione verso est del branco di terroristi pensionati rivoluzionari che vagano alla ricerca di presunti depositi di cibo tenuti nascosti in bunker militari sotterranei. Se li incontrate non cercate di avvicinarli, limitatevi a segnalare alle autorità il luogo dell'avvistamento. Si stendono sui binari, attraversano l'autostrada, provocano corti circuiti, utilizzano i loro stessi cadaveri come arma biologica, si aprono la camicia a mostrare bersagli dipinti sul petto. Sono afflitti e pietosi ma non lasciatevi distrarre dai loro discorsi inconcludenti, non fatevi spaventare dall'atteggiamento dimesso o dall'aspetto inoffensivo, anche se non è dimostrato che si nutrono di carne umana, la loro aggressività è stata documentata, per cui se vi trovate nell'impossibilità di allontanarvi dal corridoio di migrazione previsto nei bollettini cercate riparo in un luogo sicuro e restate in attesa che il branco oltrepassi la vostra posizione.

(opera di ROA)

mercoledì 7 marzo 2012

Valhalla Rising

Anche questo un film che parla di religione, anche questo non l'ho trovato da solo, stavolta ho visto una locandina sul blog di Koch. Valhalla Rising parla di Oneeye, Unocchio, per via che una ferita lo ha reso guercio, è una delle tante letture possibili di questo film poliedrico: in un mondo di ciechi il guercio è re. Un film così teatrale, pieno di rimandi, citazioni, simbolismi, che non si può parlarne senza la certezza di tentare esposizioni comunque incomplete e frammentarie. Uno di quei film che ti fa desiderare di aver studiato di più per capirne di più. La storia è divisa in sei capitoli: ira, il guerriero silenzioso, gli uomini di dio, la terra santa, inferno, il sacrificio. Oneeye non parla mai, forse è muto, e ciò concorre a rendere al sua figura ancora più fantasmagorica, eterea, onirica. Il suo interprete è un bambino biondo che fa da tramite e oracolo, parla in vece di Oneeye, si fa portavoce tentando di indovinarne il pensiero, o forse gli legge nella mente. Questo dualismo vecchio-bambino è il fulcro del film, un rapporto simbiotico a più livelli, il bambino riceve guida e protezione, il vecchio riceve fiducia e conforto in gesti unici che solo il bambino si permette: un po' di cibo, il coraggio di entrare nella sua gabbia per aiutare i carcerieri a incatenarlo al muro. È un film commovente in un mondo dove la commozione non è capita, non è concessa: siamo in un qualche secolo buio, selvaggio, dove le menti degli uomini si dimostrano inadatte a contenere un pensiero evoluto, a un certo punto il cervello umano si ferma, non può capire oltre, prende fuoco, perde il senno, come se le menti umane fossero difettose, costruite male, nate per incepparsi strada facendo più e più volte inseguendo il miraggio di una totale, esaustiva, comprensione. Lo stesso mondo di mille anni prima e di mille anni dopo, che dopo i titoli di coda esci di casa e ti accorgi che non è cambiato niente, che questa storia non è contestualizzabile in un esclusivo e determinato periodo storico.

La storia di Oneeye è una storia di progressivo, faticoso, sofferto ritorno in se stessi, un ritrovare l'umanità perduta, un motivo per riconoscere la necessità di un sentimento altruista. Oneeye non ha più niente dentro di sé che non sia odio. Lo incontriamo in qualche regione dell'antico nord europa, un'oasi di relativa pace, lontano da centri di potere dove gli eserciti si fronteggiano e viene forgiata la cultura nelle università, Oneeye è un prigioniero utilizzato per combattimenti all'ultimo sangue dove primitivi capiclan scommettono sul vincitore. Strappa la giugulare a morsi, usa pietre per sfondare i crani, estrae le budella dai ventri delle persone come se fossero una preda di caccia da mettere sullo spiedo per cena. Oneeye non è un uomo, se mai lo è stato ora non lo è più, è solo un corpo privo di volontà propria, uno strumento nelle mani del caso, si direbbe, e invece no, è guidato dalle visioni, gli appaiono in sogno squarci di futuro, rivelazioni semplici, di poco conto, sul suo prossimo futuro: troverai una punta di freccia sott'acqua, vedrai l'oceano, dovrai compiere una scelta su te stesso. Nonostante lui abbia deciso di rifiutare la sua umanità per motivi che non ci vengono rivelati nel film (è anche possibile che per l'autore sia nato così), Oneeye non viene abbandonato, non diventa l'animale cui tende con tutto se stesso, al punto di non riconoscere come odio ma come naturalezza quella pulsione omicida e distruttiva che lo anima, al di là del bene e del male, di qualunque giudizio morale. Oneeye però si lascia guidare dalle visioni, le visioni sono degne di fiducia perché gli mostrano il vero, è questo il filo invisibile che lo rende protagonista di una necessità narrativa che è al di sopra di lui, e di noi, gli viene chiesto di farsi carico delle esigenze della sua storia personale quando si intreccia a quelle altrui, nel caso specifico con quella del bambino che diventa lo scopo, il fine dell'esistenza di Oneeye nel momento di apertura verso il genere umano nella persona concreta di questo ragazzino impaurito e solo, momento in cui Oneeye accetta di essere responsabile per qualcuno che non sia se stesso.

Si può ipotizzare che esista un debito di riconoscenza nei confronti del bambino, non in astratto, materialmente, perché era il bambino a portargli materialmente il cibo, a guardarlo come se gli importasse qualcosa, ma possiamo anche ipotizzare l'opposto: che si sia affezionato come farebbe un cane al cucciolo di un'altra specie, a chi non l'ha mai bastonato. Se Oneeye è l'estremo del distacco dall'uomo, il bambino è il non essere ancora uomo, la loro estraneità alla norma è ciò che li unisce e li accomuna. Sono entrambi esclusi dalla razionalizzazione adulta del mondo, con i suoi riti e le sue credenze, le regole, chi le decide e chi le fa applicare, i rapporti di parentela e le relazioni formali. Oneeye e il bambino sono liberi, due espressioni della stessa estraneità sociale che si fa parabola, si presta a un speculazione sulla permanenza di caratteristiche fondamentali inerenti la vita umana. Il richiamo a demone e angelo viene spontaneo in riferimento ai due fenomeni sopra descritti ma sarebbero citazioni a sproposito, pacchiane e riduttive, frutto di teologie romantiche. Sono però entrambi sono fuori dal consesso umano fatto di ruoli: mercanti, sacerdoti, guerrieri, uomini comunque insoddisfatti, alla ricerca di divinità percepibili coi sensi, miracoli e paradisi terreni, nel caso specifico la terra santa, Gerusalemme, latte e miele, grandi vittorie e ricchezze, il perdono di ogni cattiva azione, la fine del dolore, il ricongiungimento coi i cari estinti. Qui si pone la frattura insanabile fra il duo bambino/Oneeye e il resto degli uomini: entrambi sono immuni dal senso di colpa che scaturisce da bisogni meschini e degradanti che loro due non hanno: successo, gloria, ricchezza, mogli. Il bambino/Oneeye non sono innocenti ma non subiscono il fascino di uno scopo terreno. Non hanno un posto dove andare, non hanno qualcosa di importante da portare a termine, non hanno una missione da compiere in nome di alcun dio, che sia una divinità nordica o il dio cristiano. Sono liberi, non sono imputabili, non possono essere ritenuti responsabili da altri uomini di quello che fanno o non fanno, non riescono a ritenersi responsabili nemmeno verso loro stessi, uno è ancora troppo giovane per riuscire a capire cosa è giusto e cosa no, e perché, e per chi, l'altro ha smesso di pensarci, sa mai ci ha pensato.

Valhalla Rising parte da qui e racconta del miracolo dell'acqua dolce che mantiene in vita i naufraghi contrapposto alla droga nel vino della messa che tira fuori la debolezza di chi confidava nelle proprie forze, la purezza di una fede che non viene usata come un martello nelle mani di un ubriaco che va alla ricerca di qualsiasi cosa gli sembri un chiodo. È un film che si presta a stupide considerazioni anticlericali, c'è sempre qualche imbecille pronto a sfogare personali frustrazioni contro simboli che gli ricordano conflitti irrisolti da età puberale. È un film con poca musica, c'è solo il pulsare di cannoni lontani o di un cuore immenso che accelera il battito, solo nel finale, il capitolo sacrificio, arriva della musica. Stiamo parlando di una pellicola di grandissimo spessore intellettuale, il tema della cultura-religione nelle mani di chi non la sa usare, di chi la sfrutta per perseguire i propri fini con altri mezzi, per dare giustificazioni morali o scientifiche a decisioni discutibili, per sostenere la necessità di azioni che sono invece facoltative, perché cultura e religione spesso coincidono, alla fine si tratta sempre di stabilire cosa è giusto e cosa sbagliato, e ci sono cose sbagliate anche se scientificamente corrette (ci sono parecchi esempi di dilemmi morali per cui la scienza deve rimettersi a decisioni politiche per stabilire cosa è moralmente giusto fare e cosa no). Cultura e religione erano la stessa cosa soprattutto nel passato, quando non vi era scissione interamente dovuta a questioni metodologiche, fra materie umanistiche e materie scientifiche, con successivo disprezzo per le prime e rispetto per le seconde. La prevalenza della stupidità umana o l'insufficienza delle capacità umane, nel film è evidente la tesi dell'incomunicabilità fra il divino e l'umano, se non sotto forma di piccole visioni nella mente di uno sconvolto al limite della bestialità, la stessa bestialità che in altri apre la porta alla più gretta e meschina natura, fatta di istinti egoistici e innumerevoli paure fra le quali non compare la morte come terrore dell'ignoto ma solo come desiderio di restare in vita. La tesi di un'umanità impermeabile al messaggio cristiano per cause indipendenti da tutto e da tutti, non c'è nel film un rimprovero al divino e neppure un'accusa all'avversario che personifica il male, c'è semmai una dichiarazione di fallimento generale dell'uomo quando prova a razionalizzare il religioso dimenticando che la chiave di accesso passa unicamente attraverso il sacrificio personale.

La libertà di Oneeye che viene scambiata con la possibilità di essere riportato indietro, lentamente, di tornare in sé, con pazienza, trovare nel mondo una mano tesa da afferrare, senza forzature, da una distanza infinita Oneeye viene portato così vicino all'uomo da provocare un contatto (è l'unico momento del film in cui Oneeye tocca qualcuno senza fargli male), la scelta dell'annullamento di sé in favore dell'altro, dove il riferimento al significato profondo dell'esistenza, in questa prospettiva, non risiede certo entro i confini di un sistema di coordinate logiche, nelle cifre ordinate e in bella calligrafia sulla pagina di un quaderno a quadretti (e lo dico da estimatore della matematica). 



martedì 6 marzo 2012

La maggior parte dei batteri che ospitiamo non solo è necessaria o innocua, ma impedisce lo sviluppo di ceppi patogeni per mezzo di occupazione fisica dello spazio utile. L'igiene atta a rimuovere gli scarti di produzione biologica e l'eccesso di popolazione microbiotica è manutenzione del nostro corpo che genera salute e benessere. La distruzione totale e indiscriminata dei batteri mediante prodotti chimici invece è dannosa per due motivi: libera spazio occupato da batteri simbiotici inoffensivi e lo rende disponibile a batteri nocivi, favorisce la sopravvivenza e quindi l'evoluzione di ceppi microbiotici sempre più forti e resistenti. Un conto è prendere una medicina per guarire o togliere la sporcizia, un altro è pretendere di vivere in un ambiente sterile per prevenire chissà quali rischi per la salute. Non è casuale ogni riferimento a pubblicità che promettono sterminio al 99%, spaventano mostrando superfici domestiche brulicanti di mostri antropomorfi che tramano contro la nostra salute. A cosa serve vivere un una sala operatoria se quando esci non indossi tute di protezione da film apocalittico? Sai cosa c'è sulle maniglie che tocchi? Sai cosa brulica nei filtri mai sostituiti dei sistemi di climatizzazione? Sai cosa c'è sulle monete e sulle banconote? Cosa sai della persona, non importa quanto elegante e profumata, che magari senza nemmeno saperlo ti sta contagiando proprio adesso?

venerdì 2 marzo 2012

The way

The way è un altro film che in Italia non arriva. È uno di quei film che non ci sono cattivi da sconfiggere, drammi o commedie sentimentali, sesso violenza droga tutto quel solito mix di scene forti e linguaggio sboccato e contenuti provocatori e denunce sociali, tutta roba da pugno nello stomaco di cinematografia impegnata con registi di grido e attori famosi che fanno incassi stratosferici al botteghino oppure vincono i premi speciali della critica. No, niente di tutto questo: The way è un film normale. Un film normale dentro a un'epoca, la nostra, dove normale è sinonimo di stupido, poco interessante, banale, perdente, fiacco, moscio, noioso. È un film che a volte ci ripensi e ti senti vulnerabile a parlarne bene, altre volte invece sei contento di dire a voce alta che ti è piaciuto. Perché parla di religione e la religione oggi come oggi è un argomento tabù, degno di selvaggi che vivono in luoghi dimenticati dalla scienza o di mentecatti che giocano con la propria merda. Dopo colossal di noè e mosè e ben hur e gesù di zeffirelli e la vita di san francesco e sceneggiati su padre pio e le pastorelle di lourdes e l'ultima tentazione e angeli su berlino e l'esorcista e la passione di gibson, dopo tutto questo gran parlare di stronzate religiose quando poi esce un film davvero su argomenti religiosi ti senti in imbarazzo, come uno che parla di michelangelo e leonardo quando arte significa parlare di warhol e bansky. The way si fa prima a ignorarlo che a parlarne, lo guardi di nascosto come chi ascoltava le parabole nelle catacombe.

Parliamone invece, anche se l'ha citato Timothy, il neo cardinale di New York, nel suo discorso al concistoro. Rischiamo di essere etichettati e derisi senza ricavarne né soldi né fama: i cristiani cattolici amici del Papa che parlano bene di un film mentendo per fare il gioco della loro religione, fazione, partito, squadra sportiva. The way è un bel film. Niente di eccezionale, anzi, la storia è romanzata, gli attori non recitano con eccelsa bravura delle parti indimenticabili, alcune situazioni sono messe lì solo per divertire, altre solo per creare pathos, i personaggi sono tutti fastidiosamente protagonisti di vicende personali emblematiche. Insomma ci sono mille motivi per criticarlo, ma non quello della religione. Non si può dire che sia un film che fa catechismo o proselitismo o pubblicità al cristianesimo. Forse per quello infastidisce ancora di più lo spettatore premunito: non lo si può accusare di doppi fini, di furbizia, di intenti poco chiari. Siamo sommersi di film di merda che vengono prodotti e diffusi solo per rendere popolare un'opinione politica, sensibilizzare su problemi di minoranze, stimolare e indirizzare la società affinché una certa cultura prevalga e approdi nel campo della legislazione e la società si trasformi in un modo piuttosto che in un altro. Siamo pieni di prodotti editoriali, giornali, tv, libri, film, che mirano a ottenere una reazione politica, sociale, pubblica. The way invece si indirizza alla sfera personale, non implica votazioni, adesioni, firme. Niente, racconta solo una storia con la quale ci si può identificare senza per questo schierarsi pro o contro qualcosa o qualcuno in un dibattito all'ultimo sangue.

The way parla del cammino di Santiago, un pellegrinaggio che fanno i cattolici per motivi incomprensibili a non succubi ipnotizzati mentalmente schiavi del raggio mortale dell'obbedienza che usano i servizi segreti vaticani per trasformarti da razionale positivista ateo a bigotto oscurantista cristiano. È un prodotto turistico con gente che lo fa in bici o a cavallo, ma facciamo finta che ci siano i pellegrini come nel medioevo, con templari crociati inquisizione e simonie. Non guardatelo o rischiate di diventare religiosi. Se lo guardate tenete in mano il vostro scudo del sarcasmo e tirate fuori il ghigno di chi è qui solo per spiare le armi del nemico. Ecco perché forse The way in Italia non arriva, non è un film normale: non fa propaganda politica, non mira solo agli incassi record, e come film religioso non è abbastanza religioso da venire strumentalizzato per sbeffeggiare la Chiesa. The way parla di persone che per i motivi più disparati scelgono di passare del tempo camminando, come uscire a prendere le sigarette e star via vent'anni, come dire vado a fare un giro e buttarsi da un ponte. Di solito è uno scappare da che non diventa mai un andare verso. In questo sta tutta la religione di The way: gente che scopre a metà strada che non sta più scappando da qualcosa ma nemmeno ha qualcosa verso cui andare. Non è come chi da sempre vota quel partito e lo voterà sempre, chi piuttosto che cambiare squadra del cuore si fa ammazzare, chi ormai quello in cui credo è quello e non si può cambiare dopo una certa età. The way è la certezza di una destinazione concreta quanto la morte, un suicidio per tutti coloro che partono, un modo per lasciarsi il passato alle spalle, una rinuncia a tutto che passo dopo passo si pente, scopre che forse c'è ancora qualcosa per cui vale la pena, che la strada è lunga e faticosa, che c'è gente che ha motivi più seri dei miei di odiare la propria vita.

Non guardatelo, fatemi questo piacere, se odiate religione e religiosi. Non c'è niente di più deprimente che guardare persone alla ricerca di qualcosa per riattizzare il proprio odio. Se pensate che sia solo uno stratagemma per abbattere le vostre difese razionali non guardatelo, andate a guardare un film che vi spiega perché le religioni fanno cagare e i religiosi sono dei bastardi, un film che vi rassicura sul fatto che siamo animali tormentati dalla maledizione dell'intelletto che vivrebbero molto meglio se potessero pensare solo a mangiare dormire e scopare. Oggi The way è uno dei film da tenere segreto, da passare sottobanco ai correligionari, e parla di un padre che perde il suo unico figlio, di femministe violentate, di drogati obesi, di scrittori falliti, di albergatori folli, di tutto tranne che di istituzione ecclesiale e di Dio. L'unico prete che si vede nel film è stato operato di tumore al cervello e spera in un intervento divino perché è il suo lavoro. La Chiesa nel film è una costruzione di pietra fredda e vuota quanto il Dio che rappresenta, eppure senza di essa non avresti una strada da percorrere, non avresti poi, dopo che sei arrivato al traguardo, trovare l'oceano dietro l'ultima collina. Senza un finto passaporto su cui stampigliare ridicoli timbri per testimoniare il tuo passaggio, senza dei ricoveri dove trovare riparo quando fuori la natura si diverte a uccidere chi rimane all'aperto, e sopratutto senza altre persone come te, altri individui che finiscono per accompagnarti senza volerlo, solo perché anche loro stanno facendo il cammino, e diventano ogni giorno più preziosi anche se sono dei ladri, dei bugiardi, egoisti, superbi, scontrosi, pigri, golosi, traditori, vigliacchi, anche se sono pieni di difetti diversi dai tuoi e ci sono dei giorni che non li sopporti, vorresti stare solo, vorresti che se ne andassero e ti lasciassero in pace, alla fine li guardi e non vedi facce di persone sconosciute, non vedi estranei, non vedi corpi brutti e puzzolenti, volti dall'espressione irritante, potenziali nemici che al massimo ti lasciano indifferente, vedi degli amici di cui ti puoi fidare che vedono in te un amico di cui si possono fidare. Ah, dimenticavo, alla fine nessuno ottiene ricompense: chi l'ha fatto per smettere di fumare continua a fumare, chi voleva dimagrire è ancora grasso, chi aveva un tumore ce l'ha ancora, sono ancora tutti gli stessi di quando sono partiti, non hanno perso niente, non hanno guadagnato niente, l'unico miracolo che avviene, quando e se avviene, è un miracolo più sottile, impercettibile, una guarigione spirituale, un'avvenuta purificazione, per chi ci crede, per gli altri è solo fumo negli occhi.


martedì 28 febbraio 2012

l'uomo che voleva azzittire il mondo

Stanotte ho sognato che un gioco per computer della lego dava accesso al noumeno, al significato recondito, mi sono svegliato all'una di notte, tutto sudato, con addosso la frenesia di mettere per iscritto l'intera faccenda, all'una di notte ce l'avevo chiara nella mente, l'intera faccenda, avevo giocato diversi capitoli e nell'ultimo livello avevo conquistato la possibilità di imprimere coerenza al vissuto, al passato, dare una direzione a un vortice di pensiero liofilizzato per creare un ammasso gravitazionale suscettibile di formalizzazione semantica, e me ne stavo a sudare sotto la coperta, immobile, compresso nello sforzo mentale di non mancare la presa su quanto avevo appreso con la lunga fatica di sognare il gioco, capitolo dopo capitolo, manovrando pupazzetti della lego, incastrando pezzi di lego al fine di realizzare gli assemblaggi previsti, costruire artefatti per avanzare, superare la sfida, entrare nel capitolo successivo, e intanto smarrivo particolari fondamentali, tessere d'angolo, ero consapevole di una perdita irrimediabile, una parte di me si stava già consolando, avanzava giustificazioni, indecisa fra il rimprovero e la solidarietà, una parte di me diceva un giorno capirai, niente è perduto per sempre, una parte di me ha messo su della musica, ha tirato le tende, mi ha chiesto qualcosa che non c'entrava niente, facendomi perdere il contatto con il problema stesso del trattenere qualcosa del sogno, che in fondo non ha importanza, una parte di me ha suggerito di tornare a dormire, ha detto non c'è motivo di perdere la serenità per un sogno, è tutto nella tua testa, ma io non trovavo pace, annusavo intorno, mi sentivo in pericolo, vittima di una perdita irreparabile, mi aggrappavo a echi di ricordi, mi ordinavo di rievocare la sequenza dei capitoli, mirando a gradi di illuminazione crescente, mi imponevo di fissare dei punti di riferimento nel gioco privo di parole della lego, non c'era niente da leggere e i personaggi del gioco si esprimevano mediante espressioni facciali stilizzate e mugolii, singhiozzi, gesti, sospiri, l'unica voce era un sottofondo narrante, uno spiegare meticoloso, una voce tranquilla da documentario estraeva significati dal gioco e dava spessore ai contenuti del gioco, così che mentre ero concentrato a giocare una parte di me assorbiva con stupore i colpi della voce narrante, il personaggio lego combatteva contro il gioco e una parte di me contro la voce del sapere, entrambi a prendere botte perché il gioco e la voce narrante rotolavano in discesa, non c'era contraddittorio, si poteva solo accettare e proseguire, annuire e sentirsi umiliati e indifesi davanti al gioco e alla voce narrante, le regole del gioco non ammettevano eccezioni e la ragione della voce narrante non mostrava punti deboli, si poteva solo esser grati per l'esistenza di ulteriori livelli, per la certezza di avere un futuro, perché se il gioco avesse cessato di girare l'omino lego sarebbe precipitato, niente a tenere insieme testa e busto e gambe, se la voce narrante avesse cessato di elargire spiegazioni io sarei sprofondato nell'ignoranza primigenia, niente dentro di me in grado di riconoscermi e tenermi unito, e infatti è quello che stava succedendo con il sogno che mi sfuggiva di mente, un cosmo di verità sepolte che andava sprecato, una parte di me voleva scusarsi con la voce narrante per l'intelletto inadeguato a ricevere le informazioni, una parte di me era invece felice di non essere costretta a ricordare, perché c'era qualcosa di definitivo, di completo, in grado di spaventare anche il più spavaldo e curioso dei sognatori, che mi spingeva a rifiutare, disobbedire, a ringraziare per l'opportunità di scappare, nascondermi, dimenticare il sogno e il gioco, ho lottato fino al sollievo di una coscienza riconciliata chissà come, disponibile a un sonno comatoso e amnesiotico, infatti stamattina non ricordo più nemmeno il gioco, non so più quali fossero gli obiettivi del gioco, mi viene in mente solo che potrei scrivere a riguardo un racconto che ha per titolo l'uomo che voleva azzittire il mondo, in cui c'è questo uomo che vive tormentato dal rumore che fa il mondo, gli arrivano suoni normalmente inudibili, gli sembra di cogliere dei significati nel modo in cui si configurano i suoni ma questi significati restano illusori come ombre viste con la coda dell'occhio, quest'uomo è così torturato dal bisogno insoddisfatto di comprendere la propria situazione che decide di azzittire l'universo intero, comincia con l'ignorarlo, nella speranza che si stanchi di inviare segnali, dopo alcuni tentativi l'uomo riesce nel suo intento e a quel punto è silenzio, subentra il silenzio, irrompe il silenzio, si insinua il silenzio, e col silenzio arrivano altre cose, non ho ancora deciso se cose spaventose o sublimi, vendicative o involontarie, cose che venivano tenute a bada dal rumore.

lunedì 27 febbraio 2012

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Stasera ci ha fatto questo immenso regalo, lui che ha mezzo milione di followers su twitter ai quali risponde personalmente, ogni giorno, passa trentasei ore al giorno nei social network perché ama i suoi fans, ricambiato da schiere di estimatori di ogni età, adorato dalla critica, lui che con il suo ultimo disco è stato il terzo libro più venduto nelle librerie per tre settimane, nel week end in cui ne ha parlato Ninnuzzo 'o tagliato nel programma in prima serata di don Ciccetto detto la faina, il libro di Gigino ha superato le poesie del cantante e leader carismatico dei Grugno Duro, Gigino er pupazzaro ha venduto più di ogni altro, alle sue esibizioni è sempre tutto esaurito, lui che da piccolo aveva i denti storti e le orecchie a sventola e si vergognava di non avere una ragazza, chi di noi non ha provato almeno una volta nella vita la stesse emozioni, gli stessi sentimenti di Gigino er pupazzaro, lui che si faceva le canne quando parlava alla radio, quando girava i primi cortometraggi con gli amici, quando si esibiva sul palco dei teatri di provincia con spettacoli entrati nella storia della comicità demenziale, Gigino er pupazzaro è qui con noi, amici carissimi che ci guardate da casa, lo so che vi state strappando i vestiti di dosso urlando ti amo e baciando il televisore, Gigino è venuto a presentarci la sua ultima fatica, stavolta letteraria, un libro in cui ci racconta di se stesso, la sua vita, i suoi ricordi, i suoi pensieri, della sua relazione con una dominatrix ora in pensione completamente rifatta a colpi di bisturi e botulino, che ancora si veste di pelle aderente nella sua camera all'ospizio e fa spettacoli sexy per le amiche novantenni, vero Gigino? Anche lei ha scritto un libro, vero? E il tuo amico gay, nel tuo libro parli anche del tuo amico gay e di come ha vinto la sua battaglia per il diritto di esternare la sua vera natura, tanto che ti cita nel suo libro, perché anche il tuo amico gay ha scritto un libro, vero Gigino? Siamo una grande famiglia, anche la conduttrice ha scritto dei libri, anche il giornalista che ti siede accanto ha scritto dei libri, anche gli attori che intervisterò dopo di te, Bella e Faccina, è partito l'applauso, sono molto amati dal pubblico, hanno scritto un libro entrambi, a quattro mani, e il regista del loro ultimo film anche, Fintoni, ce lo indivia tutto il mondo il regista Fintoni, anche lui ha appena finito di sudare sangue dal cervello per dare alla luce la sua ultima fatica letteraria, la storia del cane pulcioso di quando era bambino, il cane che è morto di vecchiaia per cause misteriose, siamo tutti curiosi di sapere i dettagli, non vedo l'ora che arrivi nelle librerie per correre a comprarlo, anche il mio idolo del pallone ha appena dato alle stampe la sua biografia, scritta da un intellettuale francese, ricavata da nastri registrati mentre faceva la sua vita da milionario al centro di una metropoli che è pronta a soddisfare ogni desiderio, il titolo infatti è 'Qui non ci sono desideri proibiti', ma siamo qui per parlare del tuo stasera, Gigino, anche se tutti noi, fortunati abitanti del magico mondo dello spettacolo, tutti abbiamo scritto dei libri ma nessuno bello come il tuo, Gigino, l'ho letto tutto d'un fiato, quando parli di tua zia che vomita al matrimonio ho riso tanto, e ho anche pianto quando racconti di come hai tenuto la mano per minuti, ore, alla ragazzina nella stanza d'ospedale, quella che ti ha scritto tutte quelle lettere prima di finire in coma, lettere con i cuoricini disegnati, prego la regia di mostrarne una, ce l'abbiamo? Eccola, con i brillantini, è troppo commovente, non riesco a guardarla senza che mi escano delle lacrime, si capisce leggendo il tuo libro, Gigino, che al mondo siamo cattivi, la gente è così, dobbiamo diventare migliori, volerci bene, basta con la violenza domestica e le guerre e gli antibiotici quando non servono, ho capito tante cose leggendoti, Gigino, l'importanza di non litigare per il posteggio, che ci sono cose più importanti, invece che pensare sempre alle bollette e all'invidia verso chi ha avuto successo, la gente ti ama ma anche ti invidia, vero Gigino, noi poi non ne parliamo, noi privilegiati che abbiamo avuto la fortuna, ma anche la bravura, certo, tu meriti tutto quello che hai, anche io, noi due meritiamo ma altri, diciamocelo, altri meno, sono lì per raccomandazione, per politica, e anche noi alla fine siamo invidiosi l'uno dell'altro, sempre, tranne quando ci coalizziamo contro Lalla, a proposito, tu come ti poni nei confronti del capolavoro di Lalla, in cima alle classifiche di vendita da mesi e mesi, cosa ne pensi Gigino del ricettario della Lalla, pensi che sia un successo editoriale meritato il suo? Ah, molto diplomatico, non ti vuoi esprimere, come sei educato Gigino, che uomo di mondo, ma dicci della laurea, cos'è, la terza o la quarta laurea honoris causa che ricevi? Ti hanno dato un'altra cittadinanza onoraria? È vero che hai dato dell'incompetente a Orunzo Chiappone l'altra sera, l'autore del libro rivelazione sul fenomeno politico del momento, te lo chiedo perché l'ho letto su tutte le prime pagine dei rotocalchi di costume e nelle sezione arte e cultura dei settimanali di riferimento per il nostro settore, che gli hai dato anche del masturbatorio compiaciuto, senza specificare se nei confronti di terzi o di se stesso, devo essere sincero è una cosa che tutti se lo stanno chiedendo in questo momento, Gigino, cosa intendevi dire di preciso, non si sa bene, sei stato un po' sul vago, e l'avresti detto, a quanto si dice in giro, in occasione del party esclusivo che si tiene per tradizione dalla contessa Bifolca, quella che il suo ultimo libro parla di fiori spontanei nei prati della sua giovinezza, dopo il party per la premiazione speciale della giuria, che ricordiamolo agli amici telespettatori che siamo in diretta e stiamo parlando con Gigino che ci ha fatto l'enorme gioia di venire a fare due chiacchiere con noi, è vero Gigino che una volta hai detto in un'intervista a un importante giornale straniero che non si è mai troppo vecchi per calcare la scena? È vero che ogni tanto ti fai ancora le canne nonostante tu abbia cinquant'anni suonati e un divorzio alle spalle perché ti hanno trovato in bagno all'autogrill, in situazione, diciamo così, inequivocabile con una persona dello stesso sesso? Come ti senti oggi che tingi i capelli, quelli che ti restano, che indossi perennemente occhiali scuri, che sei un uomo, come dire, di mezza età? Sbaglio o una volta hai detto in un'intervista esclusiva alla collega Astaronza, su un canale televisivo concorrente di cui non facciamo il nome, che per te la vecchiaia significa girare il secondo tempo del film della tua vita? È vero che hai ritirato la querela nei confronti di un collega che ha insultato la tua opera definendola un oltraggio all'intelligenza perché ti ha chiesto scusa definendoti l'imperatore della mediocrità, l'unto del popolo? A questa e altre domande ci risponderà il grande Gigino er pupazzaro dopo la pubblicità, intanto io voglio ringraziarlo ancora per la cortesia e la disponibilità, per aver accettato il nostro invito a partecipare al nostro programma, grazie Gigino, posso stringerti la mano? Grazie, amici una brevissima pausa e torneremo a chiacchierare amabilmente con Gigino! Grazie ancora, Gigino, ti seguo da quando ero bambino, per me sei un mito.



mercoledì 22 febbraio 2012

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (47 di N)

Quando c'hai un figlio ti preoccupi di danneggiarlo sia agendo che con l'inerzia. Per esempio i professori se vogliono possono rendere la vita un inferno agli studenti perché sono stati irritati dai genitori. Per cui i genitori tendono a parlare sottovoce dei problemi e mandano avanti il rappresentante di classe, se ci riescono, altrimenti stanno zitti e subiscono. Un po' come dal medico, non vai a rischiare che si arrabbia e ti sbaglia le medicine o gli scappa il bisturi. O il vigile che ti può multare e poi sarà la tua parola contro la sue. I giudici. Il consorte. Alla fine sei tu contro il mondo intero e la questione della vita sociale è chiara: o ti adegui o rischi le conseguenze. Ci sono moltissime forme di potere che viene esercitato su di te direttamente o indirettamente, sia perché vuoi qualcosa che ti può venir negata sia perché potresti venire punito.

Se prendi in considerazione il fatto che la responsabilità del potere, qualunque esso sia, consiste appunto nell'impedire a se stessi di approfittare della propria posizione, ti accorgi che sono ben pochi quelli che meritano il potere che hanno, e che non ci sono strumenti per impedirlo. Siamo tutti bambini agli occhi di chi detiene un potere, qualunque esso sia, che sia concreto come il potere di metterti in castigo o privarti di qualcosa, o astratto come quello di influenzare l'opinione pubblica o scrivere leggi. Il successo, dentro a questa logica del potere, consiste nel passaggio dal lato dei bambini a quello degli adulti. Guardatevi intorno: siete circondati da bambini che cercano di ottenere il diritto di esercitare piccoli poteri da adulti. Chi è più infantile: quello che volente o nolente resta bambino o quello che diventa potente che lo meriti o meno?

Se ci pensate è molto più facile sopportare la responsabilità del potere se non viene percepita come fardello necessario dell'autorità. C'è del sadismo da bambino che brucia le formiche con la lente di ingrandimento, che avvantaggia l'amico, che dice bugie per divertimento, insomma siamo stati tutti bambini, sappiamo che diventare adulti significa solo smettere di fare i bambini. Solo che alcuni non smettono e non hanno il coraggio di ammetterlo, continuano di nascosto gestendo piccoli poteri, che sia fare aspettare qualcuno in coda, creare fastidi, procurarsi vantaggi mediante comportamenti disonesti. Quando c'hai un figlio capisci che è tipico degli adulti comportarsi da bambini senza darlo a vedere, perché i bambini non possono farlo, quando provano a mentire gli si legge in faccia la paura di chissà quali conseguenze, hanno un timore sacro del falso, del malvagio.

Per cui non è nemmeno un comportarsi da bambini, ma un fare tutto ciò di cui da bambini si aveva paura, come un vendicarsi contro ciò che da piccoli ci obbligava a sentirci in colpa senza motivo, perché da adulti non si ha più paura di niente, non si trovano motivi razionali a supporto di una morale qualunque che non implichi superstizione, ci si sente forti, indipendenti, sicuri, fino al giorno in cui appare una macchia sulle lastre o si sopravvive a un incidente potenzialmente fatale. In quel momento si capisce che in fondo tutta questa faccenda del diventare adulti, del vincere a tutti costi, dell'istinto animale che marca il territorio, conquista il diritto alla riproduzione con riti di corteggiamento o scontri violenti, insomma che la sensazione dei bambini di essere intimoriti di fronte alla potenza del buono del giusto del bello non è una limitazione, un impedimento a esercitare il diritto alla ribellione o quello all'oppressione legalizzata, no, quella dei bambini è una forma di libertà che si perde durante l'infanzia, una forma di passione volatile per tutto ciò che è semplicità, gioia, spontaneità, purezza, innocenza. 



mercoledì 15 febbraio 2012

Le storie che non scriveremo (2 di W)

Il centro commerciale è a ferro di cavallo, due corridoi come zanne di elefante, è così che lo vedo, come la carcassa di un elefante. Mi sto dirigendo a piedi verso il cimitero degli elefanti, dove vanno a morire animali pieni di memoria. Cosa te ne fai di tutti quei ricordi adesso che non stai più in piedi, noi formichine voraci ti entriamo nel naso e ti mangiamo da dentro. Ci si arriva sfruttando una delle tante ciclabili che van di moda negli ultimi tempi. Asfaltate, illuminate, con transenne e panchine, utilizzate da anziani corridori preoccupati per il colesterolo e da proprietari di cani che non hanno voglia di raccogliere la merda quotidiana dei loro migliori amici. L'elefante non si può ignorare, occupa tutta la stanza, attira gente nel raggio di decine di chilometri, il cadavere dell'elefante puzza così forte che le macchine riempiono il parcheggio, l'impianto dell'aria diffonde l'aroma della decomposizione, il chiacchiericcio ricorda un'orgia di masticamento compiaciuto che la musica di sottofondo non riesce più a nascondere. Da dentro l'elefante è interiora qualsiasi, muscoli anonimi, ma da fuori. Oh, da fuori. Fuori dove? Mi alzo dalla panchina martoriata da incisioni a temperino e pittogrammi a inchiostro indelebile. Visto da lontano l'elefante è. Visto da fuori. Circondato da spazi pubblicitari abusivi istallati nottetempo ai bordi delle strade, volantini infilati sotto le spazzole dei tergi, pezzi di carta ricoperti di slogan che trovano rifugio negli angoli, dove non tira vento. Insegne luminose e consigli recitati nei monitor a circuito chiuso, confezioni sgargianti e offerte maliziose dagli altoparlanti. Siamo tallonati e condotti al pascolo da custodi armati di storditore elettrico per bestiame, siamo privi di libertà per il gusto di arrenderci al facile e al comodo, ci accontentiamo di scegliere il prodotto sui banchi del supermercato. È vostro diritto, ci dicono. È nostro diritto, ripetiamo in coro, sgomitando in fila davanti alle casse. Venite e mangiatene tutti, questo è l'elefante, morto per il nostro sollazzo. Senza l'elefante sarei spacciato da un pezzo, lo odio perché gli devo la sopravvivenza, come si permette di starsene lì cadavere a farsi profanare giorno dopo giorno da gente come me, che non si merita niente? Ti vendicherò, penso, anche se non lo vuoi. Mostrerò a tutti cos'è un elefante visto da fuori. Se solo riuscissi a capire perché una parte di me si ostina a dire che è sbagliato, a dirmi non lo fare, lascia in pace l'elefante, lascia perdere l'intera faccenda. Stai sbagliando, dico a me stesso, non combinerai mai niente di buono.

K sta osservando persone indaffarate a scoprire simboli nascosti sotto pellicole dorate, nei pressi del distributore di gratta e vinci. Mi vede e non si muove, non fa un cenno, nulla, aspetta che mi avvicini e si stacca dalla parete come se gli costasse fatica. Cosa stavi guardando, gli chiedo. Niente, la faccia di quelli che grattano. Che faccia hanno? K dice In questo momento non lo so, dice Dammi la lista. Oggi non ho liste, K, oggi mi farò scoppiare in mezzo alla folla. K mi guarda, dice Stai scherzando, e ride. Ci sediamo dentro alla piazza ricavata nell'occhio dell'elefante a guardare i bambini lasciati nel recinto attrezzato e custodito, i bambini seduti dentro al seggiolino incorporato nel carrello, i bambini che dondolano su altalene meccanizzate che funzionano a moneta. K mi dice che potremmo partire dal punto di vista della ragazza, a colpi di flashback, e inserirci spezzoni del colpevole rovinato dalla demenza senile. Gli dico Non ti ho raccontato delle macchine? Quali macchine? Gli indico l'utilitaria esposta in mezzo al corridoio del centro commerciale, con il prezzo disegnato sul parabrezza, il marchio di fabbrica e il nome del rivenditore attaccato su portiere cofano e baule. Hai notato il numero di telefono, gli dico, con quelle cifre puoi formare sei numeri primi. K dice Chissenefrega, ascoltami, la ragazza ora è impiegata di una grossa ditta, una moglie e madre fissata con la pettinatura e la cellulite, capisci? Non è più la ragazza di allora, ha raggiunto una stabilità economica, caratteriale, emotiva, ha sposato un uomo approvato da mamma e papà. Quando sculetta al mare o le capita di lanciare occhiate maliziose non è più come una volta, non c'è più quel brivido di esaltazione, la luce negli occhi e nel sorriso si è offuscata, si sente triste, ha la sensazione di essere la buffa imitazione di una diva del cinema, mi segui? Gli dico No, ti ho già detto di non insistere, non voglio più giocare, non voglio sapere niente di esorcismi e storie improbabili. Non improbabili, mi corregge, tenute volutamente nell'irrealtà, è una scelta che facciamo, ci asteniamo dallo scriverle, è diverso. Guarda quella macchina, K, dimmi cosa vedi. È una macchina, una volta ci sono salito, ne ho guidata una. K mi racconta di come si guida una macchina, di come si debba decidere molto in fretta sulla dimensione di un tronco. Ti hanno detto che a una certa velocità un frontale non dà scampo, ma sarà vero? Ti chiedi se i dispositivi di sicurezza ti salverebbero in caso di. Quando deve essere grosso un tronco per essere sicuri. Un palo, un muro, un ponte. È difficile scommettere sulla morte di chi guida, mi dice K, ci si sente al sicuro lì dentro, indica la macchina, si viene ostacolati e distolti dall'intento suicida, oppure falsamente rassicurati sull'uscirne indenni. Dipende dai punti di vista, e mi racconta di uno che conosce, uno che lavora sulle ambulanze e ne ha viste di. Ti cade la sigaretta, ti metti a smanopolare e sbottonare sul cruscotto, ti distrai a guardare fuori. È un attimo, dice K, potremmo inserirlo nella storia che non scriveremo, i sopravvissuti esercitano un fascino particolare sul lettore. Gli dico Hai usato davvero le parole: esercitano un fascino particolare? Sì, perché, è vietato?

Ci sono dei modi per proteggersi. Musica in cuffia, occhiali scuri, felpe col cappuccio, mani in tasca sguardo a terra. Isolarsi per non ritrovarsi a dire esercitano un fascino particolare. Sono parole che ci mettono in bocca i custodi a forza di scosse nei fianchi, sedute analitiche, filmati educativi ripetuti all'ossessione. Sto fissando un cartello di quelli con segnate le vie di fuga, i punti di incontro, tu sei qui, estintori uscite di emergenza. Sto immaginando fumo, fiamme, sangue, grida, e l'esistenza ignorata del cartello come dell'elefante stesso, il cartello riproduce lo scheletro dell'elefante o il suo sistema digestivo? Quale rapporto funzionale lega l'elefante alle sue innumerevoli rappresentazioni possibili? Non riesco più a pensare all'elefante senza che mi manchi il respiro, non riesco a sollevarne nemmeno l'idea, a maneggiarlo senza restare schiacciato. Per contrasto mi viene in mente la cosa più leggera del mondo. Mio padre. I suoi trenta chili di agonia, il fantoccio robotico che emetteva schiuma di sangue dalla bocca, riempiva interi bicchieri di liquido denso e puzzolente amaranto. Mio padre moriva un poco ogni giorno, trovando chissà dove la forza di sorridermi, svuotavo nel lavandino quei bicchieri con la voglia di prendermi a pugni quando il mio corpo reagiva con i conati a qualcosa che avrei dovuto amare, riconoscente per l'occasione di partecipare alle celebrazioni di una morte speciale, la prima e unica morte di mio padre. Mio padre che mi chiama mi allunga il bicchiere senza dire niente, io che lo prendo senza dire niente e aspetto di essere in bagno prima di sentirmi libero di mostrare disgusto e fare dei conati silenziosi, che non si sentano, come lacrime dentro a un cuscino, in piena notte. K mi sta raccontando del vecchio padre della ragazza ormai donna, del suo farneticare all'ospizio di lusso con vista sul lago, che urla contro il dottore accusandolo di avergli tirato il pacco in autostrada. K imita la voce di un vecchio e gracchia 'Un mattone' così forte che alcuni bambini interrompono i giochi e si mettono a ridere, e hanno qualcosa di sacrilego, qui, nella pancia dell'elefante ancora calda di antiche memorie. K dice che non sa più cosa è vero e cosa no, che a quel punto non ha più senso parlare di colpe e di perdono, ha buttato l'olio usato nello scarico come han fatto in tanti, ha ucciso a fin di bene come han fatto in tanti, perché dovremmo punire lui solo, farne un esempio per cosa? Gli dico Forse è quella la sua punizione. K dice L'inferno della malattia. No, dico, intendo l'aver dimenticato. K rimane zitto. Il centro commerciale va riempiendosi di traffico, guardo chi esce e mi chiedo se ha mai fatto qualcosa di bene per meritarsi di scampare alla strage, guardo chi entra e mi chiedo se ha mai fatto davvero qualcosa di male per meritarsi di finire ammazzato per caso.


giovedì 9 febbraio 2012

y exceed the limit of

ntare una macchina quando colgo dei libri solo i titoli delle immagini solo le linee strettamente necessarie a identificare il contenuto come elemento di un insieme ci sono molti insiemi ci sono insiemi di insiemi e sottoinsiemi vuoti c'è l'insieme primi piani l'insieme panorami l'insieme emozione sovra espressa corpo sovra esposto c'è l'insieme degli scorci poetici degli scatti rubati le pose naturali i colori dominanti viene data libera scelta è dunque possibile catalogare a vanvera determinare una graduatoria personale basata su preferenze soggettive perché occorre avere le idee chiare il problema si sposta a monte e siamo chiamati a esprimere giudizi di valore uno dietro l'altro a sparare valutazioni critiche a raffica per star dietro alla velocità con cui scorrono le alternative da soppesare sulla catena di montaggio del senso comune e non ci sono più gli esperti ci sono gli spacciatori di pubblica opinione c'è il campione di incassi di visite di apprezzamenti sotto forma di click e di link dentro alla grande rete marchettara del passaparola e il tempo passa e la soluzione rimane sempre all'orizzonte ora c'è chi comincia a dubitare e a sospettare che la soluzione sia uno stratagemma per giustificare il processo nell'attesa che venga succhiata anche l'ultima goccia o emerga un sistema per monetizzare la soddisfazione di bisogni futili e necessità virtuali mediante la parcellizzazione la collaborazione spontanea priva di gerarchia preposta a verificare le credenziali per nascondere i dati sensibili e i contenuti inadatti a un pubblico non vaccinato dalla cronaca nera di bambini massacrati dai film horror di bambini massacrati dalla propaganda in mezzo ai bambini massacrati dalla filosofia dei social network mi raccomando restate sintonizzati aggiornate la vostra schermata casomai vada persa una battuta spiritosa una manciata di sarcasmo odioso un pizzico di oltraggiosa insolenza all'insegna di una satira che non perdona che morde il calcagno del potere in tutte le sue forme e se vi è piaciuto il modo in cui ho preso a sberle il responsabile di turno del casino in cui ci troviamo l'effigie di tuo padre tutte le volte che ti ha rimproverato o che non ti ha reputato all'altezza allora compra il mio libro vieni a vedere il mio film ascolta il mio disco vieni al mio spettacolo teatrale al mio concerto guardami in tv aderisci al mio appello votami mandami rose rosse e sonetti in rima baciata sono qui per gestire la rabbia per indirizzare in modo costruttivo l'istinto compresso del cliente pagante le manie del consumatore i complessi del contribuente di coloro che non se lo possono permettere chi si sente povero sfruttato tartassato venite a trovarci su internet accettiamo le carte di credito dovete correre da noi prima di cadere nell'autolesionismo finire vittime della disperazione entrate in contatto apriamo un dialogo interattivo per una seduta psicanalitica di massa noi siamo i buoni vedrete che ci divertiremo sconfiggeremo l'esercito del male staremo bene arriveremo insieme alla soluzione che si cela dietro l'orizzonte perché il mondo è ai nostri piedi il futuro è nelle nos 



martedì 7 febbraio 2012

Tree of life

Un film etichettato, a mio avviso ingiustamente, da intellettuali. Sì, ci sono riferimenti espliciti, vuoi religiosi o filosofici, vuoi junghiani o freudiani, ma non l'ho trovato volutamente criptico, con quella patina di antipatica presunzione che identifica le opere degli intellettuali organici, gli spacciatori di cultura con il loro giro di tossici a cui rifilare stricnina zuccherata. Si tratta di un film inusuale, questo è sicuro, ma nel senso che non ha l'ambizione di spiegare una vicenda ma solo di mostrarla. Non abbiamo l'eroe classico che affronta le difficoltà e vince, non abbiamo buoni e cattivi, non abbiamo un messaggio morale che spinga a fischiare o applaudire. Non è un film studiato per soddisfare i soliti bisogni del pubblico pagante, che va al cinema come andrebbe a scuola o in chiesa: per sentirsi parte di una comunità che ha le sue stesse reazioni di fronte alla stessa scena, che sia commovente o susciti ribrezzo, che sia di sesso o violenza. E per uscirne con la sensazione di aver imparato qualcosa che però già sapeva, aveva solo bisogno di un medium che tirasse fuori e la portasse nel raggio della consapevolezza.

Da un film intellettuale ci si aspetta questa funzione portata all'eccesso, al punto in cui ci si deve sentire i fortunati vincitori della lotteria di una sensibilità superiore, un'intelligenza più sottile della media, una capacità di analisi critica speciale. Non c'è bisogno di dire che per me è un inganno, un far leva sul narcisismo e altre qualità umane lontane dalla virtù, ma così è: l'opera, che sia un libro, una canzone, un film, che va incontro al pubblico molto spesso è una ruffianata, più o meno elegante. Questo va bene, per carità, il mercato si conquista offrendo ciò che la gente vuole e quello che vuole di solito ha a che vedere con bassi istinti da sublimare per un paio d'ore immedesimandosi con i personaggi di una storia se non edificante, almeno divertente. Non abuserò della parola intrattenimento. Il film intellettuale invece, in questa logica, deve disturbare, porre domande scomode, denunciare, farci sentire inadeguati, indurci a fare qualcosa per cambiare la situazione. Tree of life non è intellettuale, al massimo è un tentativo di esemplificazione.

La trama parla di un primogenito che affronta un processo individuale di maturazione fatto di tappe obbligate: dalla gelosia per il fratellino al complesso di edipo, dal risentimento verso se stesso alla ricerca di una difficile riconciliazione, dal senso di colpa alla speranza di un'eterna consolazione. Sono temi importanti, ma non bastano a rendere inaccessibile l'opera a chi non possieda un bagaglio culturale per decifrarlo. Si tratta di una forma di divulgazione pura e onesta, anche nei limiti delle libere e autonome scelte compiute dall'autore, sia di inquadrature, di suoni, di quanto riguarda la forma concreta dell'opera, sia in termini di eventi e sfumature caratteriali che non possono venire generalizzate: dalla madre passiva e spirituale al padre che soffre il peso della responsabilità educativa e vive con ansia il suo ruolo di sostegno materiale. I personaggi vengono ripresi di spalle o in primi piani densi di espressività, c'è molto fumo, nebbia, e molto rumore di fondo, le parti destinate a colloqui interiori vengono proposti mediante sussurri e bisbiglii.

C'è una parentesi documentaristica per allentare la morsa empatica di una famiglia disfunzionale come ce ne sono tante, comprese quelle che non si ritengono tali perché hanno paura di scoprire che tutti gli altri non stanno fingendo, stanno bene davvero, sono felici davvero, come succede quando si fanno brutti sogni. Il big bang, l'estinzione dei dinosauri, per bilanciare una possibile lettura esclusivamente religiosa dell'opera l'autore dice signori, lo so cosa dice la scienza ma non ne frega più di tanto, una difesa preventiva che è l'unica pecca intellettuale che posso imputare al film. Per il resto è l'incidente sulla via di Damasco del protagonista che, adulto, sano, architetto, elegante, telefonino e palazzi di cristallo, ha un mancamento e cerca di riempirlo cercando risposte con l'aiuto dei ricordi. Una specie di seduta analitica, se vogliamo banalizzare. La causa scatenante è un lutto, muore il fratello in un incidente. La morte irrompe nel tranquillo scorrere di una soddisfatta quotidianità e ci spinge a correre incontro alla vita per contrasto.

Non potremmo vivere se pensassimo a quanto è effimera e fragile e delicata la vita nostra e dell'intero pianeta. C'è una straordinaria delicatezza nel modo in cui l'autore si sofferma poeticamente sull'aspetto sentimentale innescato dalla provvisorietà della vita. La parte che nel verso biblico citato in apertura rappresenta la grazia, contrapposta alla natura. Si tratta di una citazione da Giobbe che viene poi ripresa in un'omelia inserita durante il funerale del secondo o del terzo (sinceramente non ho capito quale dei figli è morto, c'è stato un momento in cui ho ipotizzato che fosse lo stesso protagonista a morire, in un universo parallelo, ma ho idea che sarebbe una complicazione esegerata, più adatta alla fantascienza). È un film che si presta a molti approfondimenti, e l'autore dimostra grande onestà quando ambienta la storia negli anni '50, o forse ancora prima, per dare realismo a personaggi che portati di peso nel presente verrebbero subito sfruttati per alimentare polemiche ideologiche strumentali di basso profilo, rovinando del tutto le aspirazioni artistiche dell'opera, quando si nota l'attenzione impiegata appunto per evitare che il film venga impugnato come arma impropria da una fazione politica qualsiasi.

Il film è anche ricco di simbolismi, la scala, il cancello, la porta; di valori, la fiducia, il rispetto, il coraggio, la temperanza; di domande che non possono e non devono trovare risposta; di momenti estetico-estatici in crescendo che arriva a un finale di rivelata comprensione liberatoria e scioglimento emotivo totalmente rielaborato. È un film che avrà dato molto fastidio agli atei per via di un esplicito intervento salvifico ottenuto come ricompensa da un protagonista che non si accontenta di un hic sunt leones o di un per ora non siamo in grado di rispondere, ma va alla ricerca di, affronta e accetta le proprie debolezze, dubita certezze pregresse e tenta di rileggere sotto una nuova luce ciò che dava per scontato. Nel film il protagonista vince, arriva da qualche parte, per quanto si possa dubitare dell'autenticità della risposta e della sua testimonianza del protagonista, nel film una risposta il protagonista la riceve, nella realtà non è detto che succeda, che ci sia una ricetta e basti seguirla per ottenere gli stessi risultati, e infatti stiamo parlando di un'opera d'arte, non di un esperimento scientifico, e si torna alla citazione iniziale di Giobbe. Perché l'albero della vita, dalla vita dell'universo alla vita umana, dall'umanità nel suo complesso alla nostra esistenza individuale, vogliamo considerarla oppure no, la vita, nei termini di un'opera d'arte?


Risonanza

Qui è dove si controllano i pendoli, c'è chi li tiene in movimento, chi li ripara, io mi occupo di rompere le sincronie, per evitare chi entrino in sintonia e si crei riverbero. È della massima importanza che non si sviluppi la risonanza, per via di logiche conseguenze, esiti imprevedibili, è un lavoro delicato, richiede precisione, nervi saldi, valutazioni tempestive. Vengo mandato a intuire i futuri andamenti, estrapolare le tendenze, prevedere le convergenze, i pendoli tendono a emulare i rispettivi periodi di oscillazione. Abbiamo pendoli di varie lunghezze, dimensione, materiale, e sono tutti appesi in alto, nel buio, in zone protette dove non è mi possibile accedere. Il mio compito è individuare i cicli e porre rimedio, applicare una modifica, studiare correzioni poco invasive, esercitare la giusta dose di forza nella giusta direzione, si tratta di interventi delicati. Occorre fare molta attenzione ai pesi vaganti, agli archi di cerchio con fuoco prossimo all'infinito, il rischio di impatto involontario è proporzionale alla velocità massima raggiunta dai gravi. I pendoli sono garantiti, la manutenzione ordinaria è sufficiente a ottenere una durata superiore a qualunque esigenza umana. Abbiamo pendoli a orbita fissa o variabile, di estensione fissa o regolabile, potenziati, silenziati, a rifrazione singola o multipla. Abbiamo pendoli opachi e cromati, a finitura grezza o smussata, evanescenti o massicci, indistruttibili o di fragilità estrema. Vengono progettati e costruiti altrove, vengono collaudati e sottoposti a test di resistenza in condizioni avverse, vengono smontati e ricostruiti per eliminare resistenze e difformità, qui è dove vengono messi in funzione. Si consiglia ai visitatori di non fissare troppo a lungo un singolo pendolo, i dipendenti sono stati addestrati per resistere alla tentazione di adeguarsi alla comoda e accogliente monotonia solo in apparenza ripetitiva e prevedibile. Basta una distrazione per scivolare nella sincronia, passare dalla testimonianza alla complicità. Ci si sente cullati, al sicuro, si entra in grande confidenza col presunto centro di un equilibrio dinamico universale, e non ci si accorge delle vibrazioni nel terreno, l'incremento esponenziale nell'intensità di latenza, risultato esprimibile in termini di energia potenziale e capacità di sovraccarico. Non sappiamo quanti pendoli ci siano al momento in funzione, non conosciamo fino a dove e quando si spingono i pendoli nel loro eterno dondolare, siamo lavoratori molto specializzati e io mi occupo esclusivamente di rompere le sincronie. Non sono interessato alle specifiche di produzione, ai margini di tolleranza, alle procedure relative all'implementazione, lascio che gli altri reparti si occupino dei punti di vista che non mi competono, sono già abbastanza occupato a rincorrere le incongruenze, evidenziare scarti infinitesimali, un'eterna lotta contro l'inerzia e l'imperfezione, la tendenza dei pendoli alla stasi, alla rinuncia per stanchezza, alla perdita di slancio, traiettorie che diventano fredde, passaggi di cui si perde il ricordo, pendoli che accelerano o rallentano quando si convincono che non se ne accorga nessuno. Non so perché esistono i pendoli e non so perché sia possibile la sincronia dei pendoli, quello che so è che io non devo cercare un senso alla mia, di esistenza, ipotizzando realtà alternative, universi teorici privi di pendoli, mondi liberi dalla presunta tirannia dei pendoli di cui non posso avere esperienza. Controllo i pendoli, ho uno scopo, una realtà oggettiva parzialmente comprensibile mediante la quale pormi in libera relazione con il mistero della mia condizione di essere vivente, innumerevoli domande che rimangono prive di risposta: è molto più di niente, quando fissi a lungo un pendolo ti sembra anche troppo, per questo ci insegnano a restare concentrati, non cadere vittime delle distrazioni, delle iterazioni, di semplicistiche interpretazioni.



venerdì 3 febbraio 2012

Fiocca la neve

La neve è bella perché è bianca. Se la neve fosse nera non piacerebbe a nessuno. Tranne che a me, a me piacerebbe lo stesso, anche nera, sarebbe come guardare il negativo della foto del mondo. Se uno diventa cieco non lo sa più di che colore è veramente la neve, si deve fidare, magari gli dicono che è bianca per non farlo restare male anche se ormai sono anni che fiocca neve nera. Questo signore cieco la tocca e gli sembra cenere ma non vuole fare il sospettoso, dice che bella neve soffice, chissà com'è bianca questa bella neve, chissà, e cerca di sentire le risate di chi si diverte a prenderlo in giro, e spera di non sentire i singhiozzi di chi si dispiace per lui, come quando succede una cosa brutta e non me la dicono perché sono troppo piccolo. La neve nera sarebbe una cosa da grandi che non si può tenere nascosta ai bambini. È per questo che a me piacerebbe anche nera, ci sarebbe il vantaggio che non diventa sporca come quella spinta via dalla strada, l'importante è che non sia un nero che macchia, altrimenti non mi ci lascerebbero giocare. Se venisse giù la neve nera avremmo tutti così fastidio a metterci dentro i piedi che verrebbe spalata il meno possibile, avremmo minuscoli sentieri da percorrere a piedi, di corsa, gridando di paura, ma per finta, perché non è che per davvero ci sono cose brutte nelle neve solo perché è nera. O forse sì, ripensandoci la preferisco bianca, sono contento che è bianca e che non sono cieco.

Quando fiocca tanta la neve non riesco a guardare chi cammina perché mi sembra che stia per scivolare da un momento all'altro. Sono tutti in bilico, in equilibrio sul filo, e ogni tanto, se lo guardi abbastanza, quella persona gli scivola un piede e ti scappa da ridere, pensi che sei stato tu, col pensiero. Stamattina quando venivo a scuola ne ho fatte scivolare tre, una ragazza, una vecchina e un gigante con una barba che era finta perché una barba così non l'ho mai vista. Per non cadere si deve appoggiare il piede come un ninja, non so spiegarlo bene con le parole ma si deve fare un movimento così, che ti tieni un po' indietro e poi schiacci lentamente prima con il tacco e poi con la punta della scarpa. L'ho fatto vedere a papà per insegnargli come si fa a non venire spinti col pensiero quando nevica ma papà non è portato per fare il ninja, faceva le mosse tutte sbagliate. Se non era per me che ho passato tutto il tempo a proteggerlo con il mio scudo mentale stamattina sarebbe scivolato di continuo. Gli ho detto papà ringraziami che non ti sei rotto tutte e due le gambe, e anche un braccio, perché se non c'ero io facevi la fine della vecchina. Lui ha detto quale vecchina, non si accorge mai di niente, è fatto così. Gli ho spiegato la vecchina con l'ombrello ragno che ha barcollato, la ragazza che si è aggrappata a un palo. E lui al posto di ringraziarmi ha cambiato discorso, ha chiesto cos'è un ombrello ragno. Del gigante invece non gli ho detto niente, fa troppa impressione.

La cosa che preferisco della neve è guardare fuori, sono convinto che tutto si metta a gridare per farsi sentire quando c'è la neve e cosa c'è di più divertente di sentire gente che grida per farsi sentire senza che ce ne sia bisogno, senza che si rende conto di gridare. Si mette a gridare buongiorno anche se ti sta a un passo di distanza, come fa la nonna al telefono quando la chiamano da un'altra città. E quando esce il sole non riesci a tenere gli occhi aperti, ti viene da pensare che la neve si gonfi di luce, sia fatta di tante bollicine con dentro piccole stelle affilate, e devi correre, è per quello che si corre nella neve, per via della luce, se spegni la luce non corre più nessuno, anzi, si cammina adagio, si ascolta il rumore che fa quando la calpesti, ti viene voglia di scavarci un buco dentro e rintanarti fino a primavera. Se c'è il sole guardi la neve come a salutare un amico che sta andando via, ma senza luce la neve serve solo a farti venire nostalgia dell'estate passata. La neve è bella se ti fa venire male alle dita per il freddo e sai che puoi andare a scaldarle sul calorifero quando sei stanco di soffrire. La neve è brutta se continuano a infilarmela nei vestiti anche dopo che ho detto basta smettetela per tante volte e mi arrabbio perché so di essere sul punto di frignare. La neve però mi sono accorto che alla fine è come tante altre cose che mi piacciono, nel senso che è più bella quando non c'è, la neve vera, quando arriva, c'è sempre qualcosa che non è così bella quanto mi aspettavo.