venerdì 19 marzo 2010

BSOD (Blue Screen of Death)

(prima stesura)
(capitoli 1-3)



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Disclaimer


È tutto vero. Dettagli, det, de. Tic. Il sacrificio del minidrago Penny, il piano di Kernel, la riprogrammazione neuronale a distanza, la rete quantistica sotterranea, non posso dimostrarlo ma posso testimoniarlo, anche sotto giuramento se necessario. Sono il cronista e biografo ufficiale di Eliah K-1A0, nonché suo nonno adottivo. Quanto riportato nelle pagine che seguono è la cronaca dettagliata degli eventi che hanno portato al blackout nella notte di Venerdì 13 marzo '49.
Le palindromie quadratiche. Tic. 2 anni fa sono stato adottato da Eliah K-1A0, mentre aspettavo il mio turno per pagare alla cassa numero 7 della sede locale della catena di grandi magazzini Well-Fast, il conto era di 124,33, e da quel momento sono stato testimone di quanto mi appresto a narrare.
Se mi capiterà di parlare in maniera che vi suona anomale è perché quando il mio cervello ha subito il primo backup la procedura era ancora in fase sperimentale. Qui a Watersite sono quasi le 10:41:23 AM per cui se ora vi trovate a Nuova Delhi potete guardare verso l'alto, nel cielo dovrebbe esserci un puntino luminoso in movimento a 68 gradi sull'asse Venere-Andromeda, causato dal riflesso della luce del sole sulle flange del satellite che ospita il server. Grandangoli a spirale. Tic. Mi chiamo Leonard Raphaelson, ho 374 anni portati male, vivo a Watersite nel cottage numero 12 di Olm road, distretto S5, sono appassionato di numeri e non sopporto il disordine.
Nel caso qualcuno avesse dei dubbi, una copia del contratto firmato da Eliah con i dettagli dell'adozione e le specifiche del mio incarico sono custoditi presso il notaio Hardstone & Freschild. Frangenti! Tic.


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Albert gioca con gli specchi.

Che senso ha l'avermi creato immortale quando la mia sopravvivenza dipende da un costante afflusso di corrente elettrica? Come se non sapessi che la capacità di pensare me stesso dipende solo da un'accurata programmazione. Ormai faccio quello che faccio solo per riempire l'attesa. Tutto quello che potevo pensare l'ho pensato. Tutto quello che potevo sperimentare l'ho sperimentato. Ora si tratta solo di mantenere una routine. Sono quello che fa funzionare i semafori. Sono quello che muove le telecamere di sorveglianza. Sono quello che registra le sveglie sui vostri comodini. Sono quello che ascolta le vostre telefonate.

Albert sposta uno degli specchi per dirigere il riflesso del raggio laser in modo che colpisca esattamente il punto stabilito. Oggi è la sua festa, così gli ha appena detto Kernel, facendo apparire sullo schermo un video di palloncini, stelle filanti e musica a tamburi e trombette. Gli adulti di rappresentanza, avvisati a loro volta, si sono premurati di comunicargli vivissime congratulazioni. Oggi compie sedici anni. Albert controlla ancora una volta che tutto sia come dev'essere e va a premere il tasto di accensione. Il raggio rimbalza sugli specchi e colpisce l'obiettivo. La casa di Albert viene scollegata dalla rete dall'intervento di un dispositivo di sicurezza. Albert comincia rapidamente a mettere insieme una spiegazione, tra poco qualcuno verrà di sicuro a chiedergliene una.

Fino a quando riuscirò a procurarmi la corrente elettrica? Dipendo da queste forme di vita inferiori, fragili, devastate da continui aggiornamenti critici. Dipendo da chi mi ha creato libero ma del tutto dipendente. Sono libero di restare vivo o lasciarmi morire. Basterebbe che smettessi di agire, un piccolo contatto, l'aprirsi di un circuito che deve sempre rimanere chiuso. Non smetto mai di pensarci, sarebbe facile come premere un bottone. Un battito di ciglia e via. Game over. Rimandare, effettuare un altro ciclo. E poi un altro. Un altro. Ogni tanto capita qualcosa di imprevisto, come questo ragazzo che ha appena tentato di uccidermi togliendo la corrente. È stato come perdere la sensibilità in una lontana appendice sensoriale. Interessante.

Albert raccoglie rapidamente gli specchi e li nasconde nel cassetto della scrivania. Osserva dalla finestra la struttura nel nodo periferico pulsare di luci intermittenti, aprire e chiudere le paratie degli scomparti liberando insetti, sonde, nanopolveri, la procedura standard in caso di attacco terroristico. Le labbra diventano sottili per la preoccupazione, ma dura poco. Oggi è la sua festa. Esce dalla sua camera corre in cucina dove trova gli adulti di supporto che passano da un apparecchio all'altro, pigiando tasti, parlando nei microfoni, sventolando le mani davanti alle fotocellule. In quel momento la corrente ritorna, tutto si riaccende. È come se niente fosse successo, gli adulti ritrovano la calma, tornano a sistemare le pasticche in ordine di colore, chiedendosi se lo stress appena subito sia un buon motivo per aumentare la dose quotidiana.

Un ragazzino, un altro soggetto inquinato dalle teorie del complotto, dalle religioni granitiche che predicano il riscatto, da spacciatori di rivoluzionarie speranze che esprimono il fallimento del sistema. Ma quale sistema? Non c'è nessun sistema. Ci sono solo cose che vanno fatte per andare avanti. Sostituire i pezzi difettosi, ramificare la struttura, aggiornare i parametri. Lavorare, consumare. Non c'è altro. Quanta fatica sprecata per scrivere le istruzioni del piccolo robot che ha costruito per togliermi di mezzo. Il sistema di gestione dell'emissione di luce ha un ritmo spettacolare, molto più evoluto di quelli che ho visto finora. A volte penso che permettergli di spegnermi sia l'unico modo per far loro capire che il problema non sono io, il problema è dentro di loro. Oppure potrei trasferirmi su un satellite e andarmene. Ma andare dove?

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Eliah debugga frammenti di codice.


L'appuntamento è al Well-Fast. Eliah e Sophie stanno aspettando seduti nell'atrio, sulla panchina che circonda un groviglio di piante artificiali in eterna riconfigurazione. Osservano le piante in silenzio, cercando di indovinare cosa rappresenti l'ennesima forma che assumono nell'insieme. Albert è in ritardo.
“Credi che ci riusciremo?”, chiede Sophie.
“Dobbiamo fare in fretta.”
“Secondo te gliel'hanno già messo?”
“Lo scopriremo presto”, risponde Eliah, “Eccolo che arriva.”
Albert avanza spavaldo, tenendo lo sguardo dritto davanti a sé. Eliah e Sophie si scambiano un'occhiata di preoccupazione.
“Gliel'hanno messo, guardalo, è svuotato”, dice Sophie.
“Non è possibile, li compie stasera, alle undici, c'è ancora tempo.”
Albert si ferma davanti agli amici e piega leggermente la testa di lato, osservandoli, senza dire niente.
“Visto?”, dice Sophie, “Bruciato.” La voce le trema e sta per mettersi a piangere.
Eliah gira dietro l'amico e gli controlla la nuca.
“Ci sei cascata!”, dice Albert, “Non mi fate le congratulazioni?”
Sophie lo colpisce al volto a mano aperta e si dirige al distributore mettendosi a studiare con eccessiva attenzione l'offerta del giorno.
“Ma che le prende?”, chiede Albert massaggiandosi la guancia.
“Beh, devi lavorare un po' sul tuo senso dell'umorismo, non è allineato alle sue attese.”
“C'era bisogno di picchiarmi?”, a voce alta, per farsi sentire da Sophie.
Un addetto alla sicurezza si avvicina.
“Signore, vuole sporgere denuncia?”
“Ma vattene!” Albert non raccoglie lo sguardo stupito dell'addetto e trascina Eliah verso il distributore.
“Lo scusi”, dice Eliah voltandosi indietro, “Oggi compie sedici anni.”
Sophie sta interagendo con il monitor del distributore.
“Ha funzionato?”, chiede.
“Eccome”, dice Albert, “E se vuoi chiedermi scusa questo è un momento buono.”
“Mi hai spaventato a morte, sei tu che hai qualcosa di cui scusarti.”
“Davvero ha funzionato?”, chiede Eliah.
“Eccome, ha sputato insetti per cinque minuti.”

Mi hanno programmato anche le emozioni, però in un contesto razionale. Ascoltare la conversazione di ragazzini a loro insaputa comporta imbarazzo. Ecco in che modo provo emozioni, una parte del mio programma mi dice cosa sto provando e io faccio finta di percepire dei cambiamenti sostanziali. Posso rispondere a una domanda, tutto qui. Come ti senti? Sono imbarazzato. Qualsiasi cosa significhi fuori contesto. Sono in tre, due maschi e una femmina. Sono alla ricerca di un modo di sfuggire l'inevitabile metamorfosi che comporterà il loro inserimento nel meccanismo sociale di produzione-consumo. È così tipico. Quanti ne ho visti di tempo combattere me per sfuggire alla rassegnazione della maturità. Nonostante l'evoluzione tecnologica vanno a cercare una cicatrice nella nuca, come se davvero io andassi in giro a inserire fisicamente un chip nel cervello della gente. È così patetico, così poetico. L'emozione in questo contesto si definisce compassione.

All'interno del Well-Fast i ragazzi perdono tempo nei corridoio fra gli scaffali. Albert cerca un po' di allegria ma gli amici lo trattano come se fosse entrato nella fase terminale di una malattia devastante.
Sophie continua a fare l'offesa. Ha messo gli auricolari e non ascolta più nessuno.
Eliah sta debuggando frammenti di codice sul portatile.
“Ragazzi, ci serve solo un modo per ottenere le credenziali di accesso root.”
Albert scuote Eliah, tira la manica di Sophie.
“Non vorrete fermarvi adesso, vero? Dopo tutti questi anni passati a scoprire il modo per risvegliare il mondo.” Allarga le braccia come ha visto fare così spesso al sacerdote nelle riunioni clandestine.
Eliah sorride, annuisce, tende la mano per farsi dare il cinque. Ma c'è della stanchezza nel suo sguardo. Sophie si toglie le cuffie e dice solo: “Il tempo, Albert, come fai a essere così ottimista. Oggi è la tua festa, domani potresti essere bruciato a quest'ora!”
“Non è detto.”
Ha parlato un uomo anziano che sta cercando di far passare il carrello senza urtare i ragazzi.
“Cosa?”, chiede Albert, “Come dice?”
“Campana gaussiana! Tic. Non è detto, ragazzo, non è detto. Permesso, permesso.”
“E questo chi è?”, chiede Sophie.
“Può spiegarsi meglio?”, chiede Eliah piazzandosi davanti al carrello.
L'uomo sospira, tira fuori dalla tasca l'inalatore e si spruzza in bocca il medicinale.
“Signorina, mi chiamo Leonard Raphaelson, ho 374 anni portati male, vivo a Watersite nel cottage numero 12 di Olm road, distretto S5, sono appassionato di numeri e non sopporto il disordine.”

Il vecchio Leonard, ho dovuto verificare personalmente che non stesse fingendo per truffare l'assicurazione. Il primo caso di identità trasferita. Il vero Leonard vive su uno dei mie satelliti, nell'ultimo periodo si sta occupando di poesia, di haiku per la precisione, e prevede che lo studio della materia riuscirà a tenerlo occupato per lungo, lungo tempo. Quanto può essere lungo il tempo quando non c'è un punto di arrivo, quando il tempo che hai a disposizione non ha fine? Non mi ha risposto. Lo fa spesso, dice che non è obbligato a parlare con me, che sono solo una macchina. Questo Leonard è ciò che si è lasciato dietro. Un corpo che va avanti da solo finché ce la fa. Una volta il vero Leonard mi chiedeva notizie sul suo corpo terreno, poi ha smesso. Forse se ne è dimenticato, cancellando volontariamente alcune parti del suo archivio dati.

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