martedì 8 febbraio 2011

Ri-epiloghi (1 di 2)

Mi hanno spiegato cosa avrei dovuto aspettarmi e io ho creduto ai vecchi, agli esperti, ai saggi, i depositari che nella Bibbia possiedono quella cosa chiamata sapienza. Nella Bibbia non è intelligenza, non è cultura, non è buon senso, non è intuito. È sapienza e viene giù dall'alto, devi aprire la bocca e lasciare che la pioggia te la riempia, che Dio te ne distilli un po' da quell'organo che Dio ha dentro di sé, una sacca pulsante di cose luminose e buone che nuotano una attorno all'altra con apparente disagio, gocce di sapienza per non lasciarti in preda all'ansia, sconvolto dall'incapacità di comprendere nel profondo quanto ti circonda, toccare il noumeno e venire incenerito per l'affronto. Perché non avrei dovuto fidarmi delle facce rugose, dei nonni che quando li baci ti graffiano con barbe dure e ingrigite? Dei libri anche, libri su libri che ti mettono in guardia, che ti raccontano come vanno le cose, come sono andate, come potrebbero andare, così che tu non venga sorpreso dal temporale della sapienza quando pensavi di avere ancora tempo, di poterne fare a meno, perché certe cose succedono solo altrove, solo agli altri, e comunque mai prima che ci sia data la possibilità di affrontarle in modo dignitoso, senza pericolo di venirne inceneriti.

La ragazza era bella, felice anche. Teneva il broncio e scuoteva la testa per muovere i lunghi capelli che poi con un gesto della mano raccoglieva attorno al collo. A quel punto si girava verso di te e sorrideva per farti capire che era ben consapevole del potere che aveva su di te, non aveva segreti il tuo restare immobile a osservarle il broncio, a seguire il gesto meticoloso sempre uguale a se stesso mediante il quale riportava i capelli all'obbedienza, fino al momento del sorriso, del come sei buffo col tuo desiderio immaturo, la tua capacità di farti bastare un'espressione e un movimento per costruirci attorno sogni confidenziali da non più bambino e non ancora uomo. La pelle abbronzata nell'aria umida, la cicatrice portata con la sicurezza di un ricordo d'infanzia, di una partita finita da troppo tempo per ricordarsi vincitori e vinti. Si sentiva corteggiata, si sapeva benvoluta, tutti noi pensavamo che se mai ci fosse stato l'equivalente di un principe azzurro nei paraggi, l'avrebbe scoperta e portava via con sé. E invece no. Il suo sorriso divenne obliquo, il suo sguardo acquoso e a mezz'asta, le costole sporgenti, i capelli opachi e fragili, le gengive sanguinanti.

L'epilogo, ciò che arriva dopo la fine, perché niente finisce mai davvero. La giovinezza, con la lista delle cose da fare attaccata al frigor con la calamita a forma di personaggio dei cartoni animati. Arriva l'epilogo e ti ricordi della lista, vai a vedere se per caso è ancora lì, dopo tutti questi anni, ed eccola, impolverata e sbiadita, la lista delle cose che non hai fatto e ormai più non farai. Si chiama epilogo, quando trovi oggetti che hai appoggiato distrattamente su una mensola quando credevi che ci fosse tutto il tempo del mondo per occuparsene in seguito, cose che rimangono sul piano del tangibile solo per ricordarti tutto quello che volevi fare nella vita, quello che hai rimandato senza nemmeno trovare la forza o l'occasione per cominciarlo, quello che hai iniziato e che hai abbandonato, ora sai per certo di non poterlo completare. Magari uno pensa che l'epilogo arriva giusto prima di morire, una forma di nostalgia senile per infinite vite da recuperare in mondi paralleli, in rinascite future. E invece no. Quanti piccoli epiloghi ci sfiorano quando siamo distratti, quando non ne vogliamo sapere, quando ci ridiamo sopra, quando ci prendiamo il lusso di sentirci esenti, almeno per un altro po'.

Quando vedo che è stata lei a suonare il citofono mi aspetto che dica qualcosa e se ne vada, non che mi chieda di entrare, per parlare. Il principe azzurro che si grattava il naso, che teneva le maniche lunghe anche d'estate, ora non c'è più. Le è rimasta addosso di lui l'occhiata infida, il portamento sconfitto e guardingo, un tatuaggio che lei nemmeno voleva ma che lui aveva tanto insistito. La cicatrice che prima chiedeva di essere blandita ora si limita a impietosire. Sento di vivere l'ennesimo epilogo perché hanno sempre l'identico sapore, amaro, l'odore di idee avute ieri. La ragazza fuma le mie sigarette, una dopo l'altra, spiegandomi che le servono dei soldi, che è venuta per chiedermi un favore, un grandissimo favore, un favore in nome delle vecchia amicizia - quale?, mi chiedo -, un favore enorme e importantissimo. Prestarle dei soldi, e tira su col naso, fuma le mie sigarette e quelle mani che una volta governavano onde di capelli piene di riflessi ora sono appendici nervose che schiaffeggiano l'aria, si muovono senza criterio, solo per il gusto di esprimere disagio. Ha fretta di arrivare al dunque, di sentirmi dire va bene, eccoti dei soldi, ti pago per non rivederti mai più. Come se fosse colpa mia, come se dovessi sentirmi in colpa io per quello che sei diventata tu.

Gli epiloghi li nascondiamo in cantina, nelle soffitte, cerchiamo di sbarazzarcene come fossero le prove dei nostri delitti. Cos'è che volevi fare tu da grande? Cosa ti facevano venire in mente gli oggetti che hai buttato via in solitudine, come si fa quando si vuole elaborare un lutto, i gesti simbolici che in teoria dovrebbero darci una ripulita dentro, in fondo, dove sentiamo piccoli insetti che si riproducono e non possiamo dirlo ad alta voce, lo sanno tutti che non esistono piccoli insetti dentro, nel profondo, che scavano e a volte ridono, oppure è solo un suono immaginato, in realtà non fanno altro che quello per cui sono stati programmati, muovere le zampe con circospezione, compiere interminabili ricerche nel buio. Non ne voglio di sapienza, non so cosa farmene, mi basta avere una lista con sopra una sola parola e che quella parola sia stata consumata, non mi possa più dare noia, mi sia concessa la pace, un simulacro di quiete, una tregua serena. Mi sia dato il potere di cancellare le mie tracce, di non giungere in alcun luogo prefissato, mi venga elargita la facoltà di esercitare il comando sugli epiloghi. Ordino che svanisca ogni pretesa di realizzazione, ogni margine di compimento, che ogni conclusione rimanga inespressa, ogni pretesa si mantenga inevasa.

Quando mento anch'io, dicendo che non ho soldi, lei dice che suo padre la picchierà, che suo padre l'ha già picchiata, che suo padre la picchia per via delle multe, che ha preso una multa e per questo le servono i soldi, i miei soldi, perché altrimenti verrà picchiata. Immagino suo padre che la picchia per aver preso una multa, per non avere i soldi necessari al pagamento della multa. Rido. Non la accuso di raccontarmi bugie, non ci riesco. Lei dice ti prego farò quello che vuoi ma dammi anche poco, non devi per forza darmi tutta la cifra che mi serve, dammi almeno qualcosa, faro in cambio quello che vuoi. Rido ancora, non mi sembra vero di averla sentita dire parole così poco adatte alla bella ragazza che è stata molti epiloghi fa. Adesso sta diventando cattiva, matura il disprezzo che tiene in serbo per quando smetterà di illudersi sulla possibilità di spillarmi quattrini. La voce della ragazza in questo specifico epilogo è diventata roca, le occhiaie profonde, i modi bruschi. Mi chiede qualche sigaretta prima di andarsene, da fumare dopo, e io l'accontento, le regalo quel che rimane del pacchetto, evitando di guardarla negli occhi quando lo afferra e lo ripone in una tasca interna. La guardo andare via - si volta a fare il sorriso dei bei tempi andati, o almeno ci prova, il sorriso che vorrebbe cancellare l'ultima mezz'ora - e chiudo la porta, col terrore di sentirla bussare, tornata sui propri passi, sforzandomi di pensare che ci sia ancora un epilogo diverso per lei, da qualche parte, più avanti, in attesa di manifestarsi.

Epiloghi se ne leggono ogni giorni dei più strani. Morta schiacciata da un semaforo, spara al cane poi si uccide, scivola sul ghiaccio e finisce impalato, trovato dopo sei settimane perché i vicini hanno sentito la puzza. Gli epiloghi, quelli definitivi, sono sempre brutti. Se finisce bene è per un po', mai per sempre. Eppure siamo pieni di storie prive di epilogo, viene nascosto come un parente scomodo, cancellato mediante un colpo di bisturi mentale come fosse un inestetismo della vita e non una pioggia infinita di sapienza che prima ti disseta e poi ti annega. Il diluvio universale lo immagino sempre come un giorno in cui dio era in vena di confidenze e si è messo a scodellare sapienza su sapienza, a lanciare manciate di epiloghi, un esercito di angeli cecchini che prendono la mira e ci ficcano proiettili di sapienza dritti nel cervello. Chi può sopravvivere? Solo uno stolto, un deficiente, una mente impermeabile e ottusa. Beati i citrulli, perché moriranno nel sonno e tutti diranno guarda com'è bello, si vede che non ha sofferto, sembra che sorrida. Beati gli ebeti e i mentecatti, perché non sentiranno la mancanza degli epiloghi né dovranno subirne il verificarsi. Beati loro, beatissimi.

La porta rimane chiusa e ci separa, io di qua e lei di là, stavolta. Non come tanto tempo prima, quando gli epiloghi erano piccoli, insignificanti, la perdita dei denti da latte, la bici senza rotelle, delusioni facilmente comprimibili, digeribili, quando si è convinti di potersi rialzare da qualsiasi caduta, che non esistano ferite sempre aperte. Era entrata e aveva chiuso a chiave la porta dietro di sé, si era slacciata i pantaloni e si era infilata la chiave nell'elastico delle mutandine. Non riconobbi il motivo stampato sul cotone bianco, un personaggio giapponese da femmina che avevo già visto da qualche parte anche se in quel momento non sapevo dirne il nome. Non successe niente, mi rifiutai di stare al gioco. Le dissi solo bello scherzo, adesso apri. E pensavo non so nemmeno come si chiama la roba che hai sulle mutande, e nemmeno lo voglio sapere. Non voglio vincolarmi a te, diventare quello che un giorno, nel passato, ti prese la chiave dalle mutandine. Devi restare la ragazza bella e felice che si copre la bocca quando ride, non la protagonista di un epilogo squallido, buono solo a rovinare tutto, a segnare una parentesi nella sequenza dei ricordi felici. Lei disse all'orecchio delle amiche che forse ero gay, e anche questo è un epilogo, uno dei tanti che formano la catena con la quale ci leghiamo, dentro la quale ci accoccoliamo quando non riusciamo a prendere sonno.

venerdì 4 febbraio 2011

Brazil.

Brazil è un film del 1985 ma chi allora pensava si trattasse di una storia di fantascienza contaminata, uno spettacolo di puro svago immaginifico, una pellicola candidata a diventare rapidamente obsoleta, lo riguardi oggi per scoprire che era invece un avvertimento profetico, capolavoro di avanguardia in quel decennio felice e ottimista.

Una sceneggiatura ricchissima di rimandi e suggerimenti, degna della qualifica di opera letteraria, dove si sprecano i virtuosismi, peraltro interpretati da attori di stupefacente caratterizzazione, efficacissime capacità interpretative, dove la tensione artistica si rivela anche nel finale anticonvenzionale. I costumi, gli effetti speciali (siamo nel 1985, teniamolo a mente), i set dall'aspetto teatrale che rendono la situazione narrativa mediante una qualità espressiva che è andata svanendo con la recitazione da telone verde, la richiesta di una complicità nella sospensione dell'incredulità sempre meno necessaria con l'avvento della manipolazione digitale delle immagini. Ma questo è un discorso nostalgico da vecchi, sempre pronti a rievocare con fastidio i bei tempi andati solo perché non riescono più a godersi i tempi presenti.

Brazil mi ha ricordato un po' 'Fuori orario', anche lì abbiamo un protagonista soddisfatto e integrato, un membro stimato della società che conduce un'esistenza serena, fino al giorno in cui succede qualcosa e quel qualcosa lo obbliga a (ri)scoprire parti nascoste di sé, a mettersi alla prova in un ambiente diventato ostile senza preavviso, adeguarsi a un mondo che c'è sempre stato ma che lui non è mai stato capace di notare. Da quel momento il protagonista cerca di tornare alla normalità, di riparare la realtà, di ritrovare l'umanità in coloro che adesso gli sembrano manichini, come lui stesso era prima del trauma. Si aggrappa alla razionalità, senza trovarla, ai sentimenti, che lo tradiscono, fino a cedere, arrendersi, rigettare la logica e abbracciare la forza dei sogni. Mentre in 'Fuori orario' la resa del protagonista comporta la fine della tortura, il ritorno alla luce del sole, alla normalità, alla prevedibilità, alla vita precedente ingiustamente disprezzata e data per scontata, in Brazil la sconfitta è invece totale, la rottura definitiva, l'esito della scelta di realizzare il sogno è la perdita di tutto il resto: della famiglia, del lavoro, dell'amore, della speranza, del senno. Chi sceglie il sogno passa al di là dello specchio e vi rimane imprigionato.

In Brazil l'umanità ha ereditato un mondo spinto verso l'eccellenza e la perfezione che fallisce e imbocca una parabola di decadenza durante la quale la società applica la rimozione psicologica del problema e finge che tutto stia andando per il meglio. Non vi formicola qualcosa sulla nuca, non vi sembra che il film abbia descritto nel 1985 la realtà di oggi? Ci sono i terroristi, in Brazil, che compiono attentati ai danni della popolazione civile. Ci sono macchine e computer, tecnologia invasiva che domina tutti gli aspetti della vita e sembra essere diventata consapevole del suo potere al punto da boicottare volontariamente ogni nostro motivo di benessere e tranquillità. E la moda, la chirurgia estetica, il pensiero dominante che si esprime nell'elitismo pseudoculturale dell'egemonia mediatica. Insomma, sembra davvero un film girato nel futuro e spedito indietro nel 1985.

Il mondo come una bella casa, costruita da nonni ingegneri e architetti, ereditata da ragazzini abituati a essere circondati dalla servitù e che scoprono una mattina che la servitù in casa non c'è più, e nessuno sa cosa fare, o quando, come, dove. Al posto di farsi prendere dal panico continua come se niente fosse e lascia che si accumuli la polvere, non ripara ciò che si rompe, spera solo che non gli crolli addosso tutto prima del tempo. Questo è Brazil: una strada scavata in un tunnel di cartelli pubblicitari, bare rosa confetto con fiocco di seta, cittadini che diventano terroristi per una burocrazia che commette errori inconfessabili, inammissibili, come uno scambio di lettera in un cognome provocato da un battito d'ali. Allora scattano le procedure, si applicano le regole, gli errori non vengono rivelati né riconosciuti, la responsabilità viene scaricata e tocca al presunto colpevole dimostrare la propria innocenza, impiegando anni di vita, ingenti capitali che, se già non li possiede, potrà chiedere sotto forma di prestito alle banche o, se privo di adeguate garanzie, allo società che si occupa della fornitura energetica nella sua unità abitativa, o agli strozzini.

Brazil aiuta a togliersi l'imbarazzo di ipotizzare un mondo ben governato solo perché gli hanno dato un ufficio, una famiglia, una routine tranquilla. Il placebo di una conquista illusoria, un tranquillante a dosi massicce, come guardare una televisione che trasmette una visione molto più realistica di qualsiasi effetto tridimensionale.

giovedì 3 febbraio 2011

Carriera.

C'era una volta un signore di nome Eustachio che dalla vita aveva ricevuto tutto. Il giorno del suo compleanno Eustachio soffiò le candeline e scoprì di avere ricevuto tutto dalla vita. Guardando le candeline spente pensò che era stato proprio bravo, non fortunato. Fin da piccolo si arrabbiava moltissimo quando qualcuno gli diceva 'Tu sì che sei fortunato', oppure 'Che fortuna hai avuto', oppure 'Hai avuto la fortuna dalla tua parte, sei contento?' Eustachio voleva essere bravo, non fortunato. E comunque non aveva mai avuto fortuna nella vita più di quanta ne avesse avuta chiunque altro. La vita gli aveva dato tutto ma solo perché Eustachio gliel'aveva strappato dalle mani.

Le candeline non avevano smesso di fumare che senti una vocina dire “In cosa consiste la tua bravura, Eustachio?”

C'era davvero uno gnomo con la bocca sporca di crema che stava staccando una fragola dalla sua torta di compleanno? Eustachio si guardò attorno per verificare le reazioni dei presenti, e stava per chiedere 'Lo vedete anche voi?' ma lo gnomo lo precedette.

“Mi vedi e mi senti solo tu, ti ho concesso la fortuna di vedermi e di sentirmi.”

“Non esiste la fortuna e, se esiste, non lo è vedere e sentire un mostricciattolo come te.”

Gli invitati alla festa si voltarono a guardarlo e, pensando che stesse improvvisando uno spettacolo privato, risero e applaudirono, gridarono “Bravo!”

“Puoi parlare in silenzio, ti leggo nel cervello”, disse lo gnomo, “E ti faccio notare che non hai risposto alla domanda.”

“Quale domanda?”, chiese Eustachio con un gesto sprezzante.

“Ti ho chiesto in cosa sei bravo di preciso.”

Eustachio gonfiò il petto e disse “Forse dove vivi tu non mi conosce nessuno, ma la mia fama di animatore ha ormai raggiunto livelli planetari.”

“Davvero? Che fortuna!”, esclamò lo gnomo.

“Non si tratta di fortuna!”, disse Eustachio arrossendo di rabbia, “Ho fatto la gavetta, ho un agenda piena di numeri telefonici, ho contratti pubblicitari milionari, hai visto il mio ultimo spot alla tv?”

Eustachio ridacchiò e aggiunse, a voce alta, rivolgendo agli invitati un sorriso e il suo famoso occhiolino ticchettoso “A proposito, ce l'avete voi sgorbietti la tv?” gli invitati per un momento rimasero sbigottiti ma, non appena qualcuno batté le mani, scoppiò un applauso convinto e una risata prolungata. C'erano persone che si tenevano la pancia dal ridere, altre che gli venivano a stringere la mano per congratularsi per l'ennesima dimostrazione della sua geniale comicità.

“Visto? Il pubblico mi ama.”

“Mi stai dicendo che non si tratta di fortuna?”

“Smettila di nominarla, la fortuna non esiste!”

“Quanto scommetti?”, buttò lì lo gnomo pulendosi i baffi nella manica.

“Quello che vuoi.”

“La tua felicità?”

Eustachio ci pensò su prima di rispondere. Non si sentiva particolarmente felice e decise che non sarebbe stato un gran danno perdere una felicità che non si lasciava percepire. Sarebbe rimasto lo stesso perdendo una felicità che non sentiva di avere mai avuto.

“O la tua fortuna?”, rise lo gnomo, “Scusa, mi ero scordato che per te la fortuna non esiste.”

“Tu dimostrami che ho avuto tutto dalla vita per fortuna e non per bravura e io ti cedo la mia felicità.”

Fuori dalla finestra ci fu un lampo accecante, seguito da un tuono assordante. Quando Eustachio riaprì gli occhi sentiva le orecchie fischiare e si accorse che non era più alla sua festa di compleanno. Lo gnomo gli stava indicando uno specchio alla parete che mostrava la sua faccia, solo che era diversa dal solito, era la faccia di uno sconosciuto.

“Bene, amico mio”, disse lo gnomo, “Fai divertire questa brava gente.” Si riferiva alle coppie eleganti sedute ai tavolini, ai ragazzi che cercavano di nascondere il disagio assumendo pose da giornale di moda, alle giovani che si bisbigliavano all'orecchio pettegolezzi esilaranti tra un ammiccamento e l'altro. Sembrava proprio gente pronta a divertirsi, un pubblico facile per uno bravo come Eustachio.

“Signore e signori, ecco a voi il grande, bravo, non fortunato Eustachio!” annunciò lo gnomo senza che nessuno dei presenti lo sentisse.

Eustachio non si fece invitare due volte, allargò le braccia, tirò fuori un sorriso più volte definito irresistibile dai critici, sparò l'occhiolino ticchettoso a destra e a manca, avanzando col passo baldanzoso di chi ha avuto tutto dalla vita.

Le sue battute provocarono qualche debole risata. Dopo una prima occhiata, molti erano tornati a fare quello che stavano facendo, ignorando completamente Eustachio, l'Animatore con la A maiuscola, quello che fa alzare l'audience e le entrate pubblicitarie, l'intrattenitore più amato nella storia dell'intrattenimento.

Eustachio cominciò a sudare, non stava andando come previsto. All'improvvisò ricordò. Si rivide giovane, spinto dalla sola passione, a far divertire gli ospiti per quattro soldi, a volte nemmeno quelli. Prima di incontrare l'agente, l'amico del produttore, prima di conoscere tutti quei personaggi dietro le quinte che adesso chiamava per nome, come fossero vecchi amici, e allora invece trattava con deferenza.

“Hai vinto, imbroglione di un folletto.”

“Ti ripeto la domanda, Eustachio, all'inizio ti ho chiesto in cosa sei bravo di preciso per esserti meritato tutto dalla vita.”

“Non lo so.”

“Sei più bravo di lui, per esempio?” e gli mostrò se stesso, da giovane, quando fare l'animatore era solo un modo per racimolare qualche soldo e contribuire al bilancio familiare. Un modo che i suoi genitori, pur apprezzando gli sforzi e la buona volontà, consideravano inadeguato per uno della sua bravura, avrebbe potuto aspirare a un posto in banca, o magari alla professione medica, o l'avvocato, anche il commerciante.

Eustachio a quei tempi invocava la fortuna, non pensava affatto di essere abbastanza bravo da strappare alla vita neanche le metà di tutto quello che la vita aveva da dare. La fortuna di incontrare qualcuno che gli aprisse le porte, come si dice, a cui vendere non il corpo ma l'anima forse sì.

“L'anima sì, e la felicità?”, chiese lo gnomo, che gli aveva letto i pensieri.

Eustachio sentì il cuore battere forte e disse “Non so se esiste la fortuna, ma avere incontrato te è senz'altro stata una grossa, gigantesca sfortuna.”

Lo gnomo iniziò a ridere, sempre di più. Più rideva e più gli veniva da ridere. Al punto che dovette obbligarsi a smettere per riprendere fiato. Quando finalmente anche l'ultima coda di allegria fu scomparsa, lo gnomo disse “Hai ragione, sei bravo, non è facile farmi ridere, per cui ho deciso di annullare la scommessa e di lasciarti la felicità.”

Un lampo, un tuono: Eustachio si trovò sul palcoscenico che si stava aprendo il sipario. Trovandosi di fronte il pubblico si sforzò di cancellare dalla mente gli ultimi eventi e di entrare nel personaggio, era quello che la gente voleva e lui gliel'avrebbe dato. Per la prima volta da moltissimo tempo ebbe paura che nessuno avrebbe riso, nessuno avrebbe applaudito, e si sentì molto infelice. Gnomo, mi hai mentito, pensò, ti sei portato via la felicità che non sapevo di avere. In quel momento un addetto, senza essere inquadrato dalle telecamere, si sbracciò invitando il pubblico a esprimere entusiasmo, si accese un cartello luminoso con su scritto 'Applauso' in lettere enormi, la regia fece risuonare negli altoparlanti il rumore di risate registrate.

Eustachio sentì tornare la felicità, era di nuovo l'Animatore con la 'A' maiuscola, è nessuno era bravo quanto lui nell'essere se stesso, e non pensava più alla fortuna, che esistesse o meno non faceva alcuna differenza.

“Quel che conta è il risultato, “disse, “fatemi vedere dove mettere la firma e ditemi quanti soldi mi date, non voglio sapere altro.” La mattina dopo tutti concordavano sul fatto che fosse la battuta più divertente del secolo.



lunedì 31 gennaio 2011

Pinzimonio.

gno tranquillo di quelli con le virgole, le piccole pause, continue, che sai di essere in un sogno e non ti interessa niente, non hai altro posto dove stare, sei rassegnato a vivere il sogno come quando ti siedi a tavola in quei pranzi che durano ore e sai che, dal momento in cui ti siedi, il pranzo diventa reale, acquista nuove dimensioni da cercare sugli orli dei bicchieri, nelle bollicine dei vini bianchi e delle acque minerali, nei sorrisi sulle facce dei presenti che rischiano di spegnersi, fiammelle di buonumore che vanno protette dal vento, dal vanto, dalle facili battute e dagli antichi risentimenti, e nel sogno mi trovo a mangiare verdura perché sono vegetariani, perché sono vegani, è così che mangio per non offendere nessuno, con movimenti lenti e la sensazione di non aver altro posto dove andare che non sia buio e freddo, perché l'inferno dicono che è caldo ma non è così, l'inferno è buio e freddo e quando si parla non viene emesso alcun suono, qui almeno c'è del cibo, ci sono delle persone che si sforzano di socializzare, di fraternizzare, sono poche, lo so, nel sogno le persone sono poche perché questo posto ha aperto da poco, la sua vocazione turistica sboccia voluttuosa nei depliant, nelle brochure, nella gentilezza delle hostess incaricate di ritirare i questionari sul gradimento, sì, ho gradito molto, grazie signora hostess, adesso mi dica che il sogno è finito per favore, mi dispiace molto, dice lei, mi dispiace dover essere io informarla gentile cliente, cortese ospite, dice lei, il pranzo di benvenuto è appena cominciato, dice la hostess spalancando gli occhi, e inizia a muovere le braccia flessuosa e scivola via con la rapidità di chi sta soffocando una risata, la osservo rimpicciolire nel corridoio e mi accorgo che la prospettiva è sbilenca, le proporzioni esagerate, la musica d'ambiente monotona e ripetitiva, poca gente uguale poca immondizia, dice una voce accanto a me e io annuisco di riflesso, in automatico, mi accorgo che avrei annuito a qualsiasi affermazione e penso sia colpa del cibo, di questi composti vegetali dai colori brillanti, senza aromi artificiali, senza profumi accattivanti, e la voce continua mi chiede lei dove pensa che scarichino i cessi del villaggio, io sto zitto e penso all'inferno, scaricano nel buio e nel freddo, dove non puoi più sentire neppure l'odore della tua stessa merda, sto zitto, annuisco come se fosse una cosa risaputa, e lui dice nel mare e subito dopo dice scommetto che anche lei sta mangiando per non offendere nessuno, è adesso che lo guardo, come fai a saperlo, chi sei tu per saperlo, io ti conosco, io devo sapere chi sei, io ti devo riconoscere, infatti è paolino, non lo vedo da trent'anni, da quando mi ha rapato, dico mi sembra di conoscerla, lei per caso nella vita fa il barbiere, sono indeciso, non so se ridere o piangere, trent'anni fa ero un ragazzino di undici anni, trapiantato e obeso, sbeffeggiato e rissoso, come ho fatto a non morire da piccolo, mi chiedo, dev'essere stata la paura dell'inferno a mantenermi vivo, tutto lì, all'inferno la speranza non viene mai meno, è la parte peggiore, lo so, ci sono stato in vacanza, da piccolo, ogni tanto ci torno per controllare se è ancora lì, non ha mai finestre rotte, erbacce in giardino, ruggine sui cancelli, è perfetto come nelle foto dei cataloghi, lo guardo da fuori e mi impedisco di entrare, intanto paolino mi parla di tagli, di pettini, di forbici e rasoi, mi spiega la struttura del bulbo e il suo ruolo nel processo di invecchiamento del capello, paolino che mi fece la pettinatura con la riga, la scriminatura dice paolino entrando nei miei pensieri, portandosi alla bocca una forchettata di gemme che spurgano resina dorata, la scriminatura da riporto, dove la vogliono i calvi, gli anziani, gli uomini kafkiani da ombrello e valigetta, paltò e bombetta, che quando mi vide in lacrime, perché mi misi a piangere, in silenzio, come quando all'ospedale mi dissero adesso devi fare l'ometto coraggioso, sentirai pungere ma devi stare fermo, e io fui coraggioso e lasciai che l'ago ricurvo mi entrasse in bocca, che l'amo d'acciaio mi cucisse le labbra, solo lacrime senza emettere un lamento, senza fare smorfie, come succede all'inferno, che aspetti la fine per dire grazie e arrivederci, per alzarti e andartene, e invece ecco nuove portate, nuove posate, nuovi bicchieri, che paolino per rimediare impugnò la tosatrice elettrica e disse non c'è problema, un bel taglio a spazzola risolve tutto, e dopo qualche minuto ero rapato, la mia testa sembrava un pianeta morto, sembravo un pidocchioso obeso depresso e sentivo nel fiato di paolino l'odore dell'alcol, vedevo negli occhi di paolino la stessa lucidità che vedo ora, trent'anni dopo, le palpebre arrossate, la soddisfazione di chi riesce a sentirsi a proprio agio anche sapendo che non dovrebbe, gli dico non si preoccupi, non ce l'ho con lei, e lui sospira, appoggia le posate sul tavolo, si appoggia allo schienale e guarda il soffitto, poi dice si sognano persone, non cose, è la dimostrazione che un dio esiste, poi chiude gli occhi e mi sembra che stia pregando, aspetto che succeda qualcosa ma non succede niente, tranne che l'

mercoledì 26 gennaio 2011

Attendere in linea

Camminavamo guardando il cielo, in attesa, perduti come granelli di polvere nel vento, sconvolti come formiche in allarme. Chi poteva camminare camminava, chi non era più in grado aspettava seduto per terra, o sdraiato. C'era chi non si muoveva più e non capivi se teneva gli occhi chiusi, se dormiva, o se stava diventando rigido. La puzza era un animale nervoso, chiuso nella gabbia insieme a tutti quanti noi, anche l'erba ne era contaminata, qualsiasi cosa aveva scambiato il proprio odore con uno specifico miscuglio di aromi che era la puzza e tutti la sapevamo fuoriuscire dai comignoli. Ma chi la sentiva ancora? Non dava fastidio a nessuno, era solo un ricordo da associare al fumo, al fuoco, ai forni. Ero fra quelli che potevano camminare e camminavo, oh se camminavo, camminavo con grande convinzione, muovendo le dita dei piedi, con la speranza di non smarrire mai la percezione, neppure per un momento. La consapevolezza del cielo mi veniva dallo spostarmi continuamente, inventare traiettorie prive di ogni descrizione matematica era la salvezza, il mio grido per sovrastare la puzza e non dichiararmi vinto. Il cielo era grigio, vuoto, lontano, e guardarlo mi faceva lacrimare gli occhi.

Non ho mai pensato di dover salutare qualcuno come se fosse per entrambi l'ultima possibilità di farlo. Come potrei far capire di avere una brutta sensazione evitando di passare per un carattere troppo sensibile, una personalità troppo emotiva. Mi sono figurato in seguito diverse angolazioni e prospettive, mi sono reso ridicolo dicendo frasi dal sapore tragico basate sul nulla, sulla percezione del nulla. Mi ricordo la leggerezza di quel corpo, mi aspettavo sempre che pesasse di più, restavo ogni volta sorpreso che un corpo potesse arrivare a pesare così poco, quasi volesse farsi leggero per renderti più facile il compito di aiutarlo a muoversi, in un gesto estremo di altruismo, un senso di colpa testardo che non accetta compromessi. Si rideva di noi, si diceva forza, è ora di andare a letto, e anche lui si sforzava di sorridere e alzava le braccia per essere preso e non ho mai potuto chiedergli se quel gesto lo facesse tornare bambino, lo facesse tornare a sentirsi bambino.

Guardiamo il cielo perché il rumore si sente dopo, è come con gli spari, quando senti il rumore è già successo tutto. Il primo indizio è un puntino lontano, passa qua sopra e sgancia il carico sulla perpendicolare. Mi immagino il panorama negli occhi dal pilota, con noi qua sotto sparpagliati nel prato che restiamo fermi a guardare in alto verso di lui e, quando apre il portellone, i nostri occhi lo abbandonano per seguire le casse di legno appese ai paracadute. I miei occhi rimangono sul pilota, lo osservo compiere la manovra che riporterà l'aereo da dove è venuto, un posto al di là dei cancelli, dei fossati, delle reti, dei fili spinati. Prima arrivavano i treni, poi i treni hanno smesso di venire. Per un periodo arrivavano i camion, poi i camion hanno smesso di venire. Adesso arrivano gli aerei, e le guardie sono sempre più nervose e reagiscono in modi diversi, alcune diventano più gentili, altre più crudeli. Non suonano più le sirene di notte. Non abbaiano più così spesso i cani. C'è chi dice che torneremo al mondo, come se adesso ne fossimo al di fuori.

L'ultimo saluto in effetti ce lo diamo di nascosto, molto tempo prima che ce ne sia davvero bisogno. In seguito ci rendiamo conto che il nostro corpo, la nostra mente, ha preso congedo di nascosto, quando il futuro era ancora un'ipotesi. Almeno così succede nel mio caso. Il giorno che si supera la cima della collina e si vede il paesaggio che ci attendeva dall'altra parte. Ci aspettavamo distese di prati fioriti, un comodo declivio da gambe stanche, e invece niente, solo sassi appuntiti e nebbia. Il giorno in cui si arrabbiò, tentò di colpirmi, non riusciva a parlare per la rabbia che aveva in corpo, non riusciva a piangere per la delusione che aveva nell'anima. Schivai il primo pugno e gli chiesi perché, cosa succede papà. Lo guardai negli occhi e vidi tutto il dolore che si può sostenere moltiplicato oltre il limite della sopportazione, il tormento che ti danno come risarcimento quando ti portano via la speranza. Poi gli passò e tutto rientrò nella normalità, dissero che era stato un effetto collaterale dei farmaci. Entrambi fingemmo di crederci.

Quando atterrano le casse arrivano di corsa le guardie, ci urlano di stare fermi, di non toccarle. Succede tutte le volte, gridano contro di noi anche se non ce n'è uno che si avvicini a una cosa qualunque perché quando le casse atterrano, col fracasso del legno che colpisce il terreno gelido, un rumore di ossa e di peccato, tonfi che assomigliano all'ultimo battito di un cuore sfinito, l'arrivo delle casse implica una parentesi di catatonia generale, non c'è più un evento da attendere, un cielo da scrutare, un motivo per vivere. Le guardie si piazzano a gambe aperte e fucile spianato vicino alle casse e avvisano che chi si avvicina è un uomo morto ma non hanno di che preoccuparsi, nessuno è interessato alle casse, nessuno è così vivo da temere un colpo di fucile. Le guardie pensano che siamo bravi attori, che ci piace recitare, che aspettiamo l'occasione di sopraffarli e scappare, per questo continuano a farci paura, a tenere alta la tensione. Non ti avvicinare, mi intima, quando faccio un altro passo la guardia spara in alto, poi mi chiede se sono pazzo, dice te lo ripeto per l'ultima volta. Faccio un altro passo, sorrido, non mi volterò indietro a salutare chi rimane.

lunedì 24 gennaio 2011

Corrispondenza (5~N)

Caro Raffaele, leggo il tuo blog e comprendo tutto quello che scrivi perché contiene sempre un messaggio in codice per me. Tu magari dici no perché non puoi ammettere che si sappia ma io sono d'accordo che mi mandi le tue risposte nascoste all'interno del blog, dietro alle spalle di chi ti controlla e da tua moglie e dalle mie di mogli anche. Non ti preoccupare delle mogli, quelle che sanno leggere non tirano fuori niente e questo per dirti che funziona il trucco, lo strato gemma che usi. Ti mando nel tuo blog dei commenti e delle critiche e dei pezzi del mio libro per farti capire come sono migliore di tutti ogni giorno di più nell'arte della letteratura fantastica ma non li vedo mai apparire, forse sbaglio qualcosa, con gli altri blog funziona e le mie parole appaiono su internet ma non ti sentire fallito, ci sarà qualcosa che ti sei dimenticato di farci il click, come dice mio figlio di mezzo, farci un click, mi piace, è un esprimersi senza dubbio mirabolante. Non è così grave, non devi sentirti stupido come forse stai riflettendoci. Le mie mogli mi dicono stupido perfino ora che ho iniziato a studiare la filosofia, non devi ascoltare, fai come me, devi andare avanti senza guardare, ci vuole un po' di fiducia, te lo dico nei panni dell'amico che sono per te e tu per me.
Lo so, sono andato giù nell'italiano sia scritto che a parole da come ero arrivato a maneggiarlo, ma non è colpa mia. I libri che studio non sono in italiano come quelli dei miei figli e delle mie figlie. A loro dico che imparo dall'aria e che sapevo tutto già da prima che nascevano perché non voglio che pensano di me che non posso leggere l'italiano come fanno loro. Se tu permetti a tuoi figli di credersi meglio di te poi loro lo pensano davvero, le mogli invece lo pensano anche se non lo permetti, è un problema che la filosofia contempla. Quando ho detto ai miei figli che la filosofia contempla il tutto loro, i miei figli e anche le figlie, sono rimasti ammirati e hanno detto tu sai cosa vuol dire contemplare? Ho detto sì, lo so, e il mio figlio più piccolo ha voluto che gli battevo una mano come un applauso fatto in due e poi ha riso come non lo vedo spesso così felice di me. Per questo ho deciso che il protagonista del mio libro a un certo punto dice contempla e tutti si voltano a guardarlo con ammirazione e applausi. Non c'è bisogno che mi dici che sono il migliore e sopra tutto di molto superiore a te, che la tua memoria è malata, fra amici sono cose che si sanno ma non si dicono. Sono Maichol, adesso ti ricordi di me?
Le cose che ho capito della filosofia è che Marx non fa altro che raccogliere la dialettica hegeliana, trasferirla in una dimensione storica e tradurla in termini sociali così come la religione in precedenza ha ridefinito storicamente una divinità umanizzata. A volte mi sento come se la lingua mi viene posseduta e dico frasi che non capisco da dove mi vengono, sono sicuro che capita a tutti. Quello che ho capito di più è che la filosofia andrebbe vietata, tanti filosofi sono immorali e pensano solo ai soldi e alla droga e al sesso. Marx per esempio era alcolizzato, faceva figli in giro con prostitute e poi non dava a loro nemmeno i soldi per sfamare i bambini nati da lui perché i soldi ne aveva pochi e li prendeva dall'università per scrivere le cose che scriveva, faceva come lavoro scrivere delle cose per l'università prendendo in giro filosofi del passato e il suo amico Engels gli faceva avere dei soldi per questo lavoro che lui poi li andava a spendere al bar per ubriacarsi e ridere degli stupidi filosofi del passato e degli stupidi del presente che tiravano fuori soldi per quella roba. La letteratura no, ecco perché ho scelto la letteratura, io sono un uomo onesto che è scrittore per natura e che nei libri ti contemplo la vita e la saggezza e i miei figli li sfamo e i soldi non li butto nell'alcol e nelle ballerine. E poi le mie mogli mi ammazzano mentre dormo e vengo messo a bruciare all'inferno.
I miei figli mi hanno dato ragione e hanno iniziato a discutere fra di loro dicendo cose molto intelligenti e mirabolanti, e io annuivo con occhio serissimo quando si giravano a controllarmi e senza farmi notare prendevo appunti, ho scritto un elenco di nomi: sciopenauer chirchegard eideggher spinoza feuerbach e tanti altri. Le mie figlie invece non hanno partecipato, hanno detto che devo separare quello che dice una persona da quello che fa una persona e che non si può semplificare né ridurre ai minimi termini. Insomma non so cosa vuol dire ma quello che penso è che non potevano dimostrare che avevo torto e allora hanno detto che sbagliavo a parlarne, che non erano cose che si può parlarne senza fare la figura dello stupido. Le mie figlie diventano sempre più uguali alle mie mogli e anche le mie figlie vogliono uccidermi quando dormo, si vede da come mi guardano i giorni che non mi faccio la barba. Questo mi fa venire l'idea per un nuovo capitolo del mio libro. Penso che dobbiamo scegliere un editore che se lo merita di pubblicarlo, non posso attaccare il mio nome a un editore qualsiasi. Se metti tra le righe del blog un messaggio segreto che risponde a questo argomento vedrai che io lo tiro fuori e gli altri no, perché per certe cose bisogna essere amici, altrimenti si è come ciechi e sordi e zoppi, e noi lo siamo, amici dico.

venerdì 21 gennaio 2011

Le cose che cambiano quando c'hai un figlio (34 di N)

Quando c'hai un figlio scopri che hai sbagliato tutto, le cose che hai messo via per quando avresti avuto un figlio adesso non te ne fai niente. I robot di metallo, mezzi rotti, Mazinga e Goldrake e quell'altro, come si chiama, quello enorme che si divide in 3 pezzi e le gambe diventano una specie di camion e le spalle un aereo. Tuo figlio non se ne fa niente, li muove un po' in giro, stacca e riattacca un pezzo, poi ti dice adesso posso fare un po' di computer? La collezione di Topolino, figuriamoci, adesso c'è Geronimo Stilton da leggere la sera, prima di dormire, un capitolo di Geronimo Stilton 20 mila leghe sotto i mari con alcune parole disegnate, mare in lettere ondivaghe azzurre, e di seguito una storia inventata, possibilmente inedita, dove la voce narrante accetta i suggerimenti del pubblico.

Lo stesso i cartoni animati, tu che pensavi da grande quando mio figlio guarderà la serie di Anna dai capelli rossi o di Candy Candy potrò discuterne con lui senza bisogno di riguardarla daccapo. Povero illuso, adesso ci sono i Bakugan, Leone cane fifone, Spongebob, tutta roba senza una vera storia, dove i personaggi per tutto il tempo fanno la stessa cosa che può essere gridare dallo spavento, farsi cadere per terra gli occhi o spappolarsi il cervello sulle pareti. Bakugan, prendi Bakugan, ho detto a mio figlio ma ti sei accorto che dicono sempre la stessa cosa? E lui dice sì, dicono Bakugan attivazione! Bakugan combatti! E allora perché non guardiamo un altro cartone? Perché è un nuovo episodio, dice, è Bakugan nuova Vestronia, secondo me vince, guarda, adesso lo sconfigge.

Il bello è che alla fine ti appassioni anche tu, anche se fingi noia e fastidio. Quello nuovo del ragazzo assoggettato da un'organizzazione militare segreta guidata da un anziano vestito di bianco che beve latte, un ragazzo pieno zeppo di nanoidi sui quali riesce miracolosamente ad avere pieno controllo, nanoidi azzurri che gli permettono di trasformare il suo corpo in arma o veicolo e di guarire i mostri dominati dai nanoidi verdi. La sua famiglia è una scimmia parlante che indossa il pannolino, la sua figura paterna un ninja fotofobico vestito da rappresentante della Folletto, il suo amico è un ragazzo normale che viene pagato per far finta di essergli amico dal vecchio lattivoro. E io che temevo di finire in analisi se avessi guardato troppo quella criptolesbica di Heidi.

A proposito di analisi, ieri Elia stava parlando da solo, o meglio con i suoi dinofrotz, nello specifico un incrocio fra un piccione isterico in overdose di steroidi e un alligatore che soffre un attacco di emorroidi, il tutto con delle croste fosforescenti in testa. Mio figlio recita delle sceneggiate con i mostri e se gli chiedi qualcosa ti risponde di lasciarlo in pace, che sta giocando. E io lo lascio in pace, di solito, tranne che ieri a un certo punto piangeva, sembrava che piangesse, e gli faccio cos'hai da piangere, cos'è successo? È morto, dice lui, e fa un verso simile a quello del cane che avevo da piccolo, quando sentiva nei dintorni la presenza di cagne in calore, un verso che fa accapponare. Gli dico chi è morto, mi viene l'ansia ma resisto alla tentazione di cadere nel panico. E lui dice io. Come? Cosa? Già me lo vedo sul lettino dell'elettroshock, come Nicholson nel nido del cuculo. Gli chiedo mi stai dicendo che sei morto tu? Certo, dice lui, è per quello che i dinosauri piangono. Ah, beh, in tal caso va bene, dico, mi credevo che piangessero senza motivo.

Chi è senza colpa scagli la prima,pietra, io che da piccolo ne pensavo anche di peggiori, di tragedie, e guarda come sono venuto su bene. Conosco gente che non dava alcun segno di squilibrio conciata molto peggio una volta cresciuta. Non lo dico io, lo dicono gli esperti, guardatevi dai falsi profeti, o erano i falsi disinvolti? Beh, quelli che si tengono tutto dentro, che indossano una maschera o anche due. Anche nei bei libri e nei bei film, fateci caso, il vero pazzo è insospettabile. Capisco che mio figlio è normalissimo anche perché a scuola insegnano la religione e come supporto didattico hanno disegni da colorare con su scritto la stella li guidò alla culla o lui si mise a costruire l'arca, cose così, e mio figlio gira il foglio e dietro all'informazione biblica disegna mostri che sembrano mostri e supereroi che sembrano mostri, sopra alcuni di essi scrive papa e potrebbe essere uno dei buoni così come un alieno ributtante, è meglio non approfondire.

martedì 18 gennaio 2011

Mi fate ridere.

La vittima sono io, l'unica vera vittima di tutta la faccenda. Sono vittima del sogno americano del capitalismo allegro arrivato qui grazie al cinema. Sono vittima dell'incubo ateo e materialista del socialismo reale arrivato qui grazie alle fabbriche. Sono vittima della morale deprimente e del senso di colpa di un antico cattolicesimo. Sono vittima del culto della trasgressione e della volgarità orgogliosa. Sono vittima dell'arricchimento del corpo e dell'impoverimento dello spirito. Sono vittima dei tempi, i 50 con il boom economico, i 60 con la droga e il sesso liberi, i 70 con la rivoluzione e l'ideologia armata, gli 80 con i junk bonds di wall street e la cocaina in piazza duomo, i 90 con il computer e la guerra, gli 0 con internet e la guerra, e adesso i 10 con quello che rimane e la guerra, ovvero niente, non rimane niente.

Ho avuto mogli, ho avuto figli. Ho avuto amici. Ho avuto tutto e tutto quello che ho avuto l'ho pagato. Non devo dire grazie a nessuno, non c'è niente nella mia vita che abbia ricevuto gratis. Per diventare ricco ho arricchito un sacco di persone. Ho pagato donne e uomini e ancora oggi pago e pago e pago, continuo a pagare e i soldi non bastano mai. Senza soldi non avrei niente, non sarei niente. Ci sono persone come me che nascono così, dipendenti dai soldi, sopravvivono grazie ai soldi, passano tutto il tempo dentro a un polmone d'acciaio fatto di soldi. Fingo di credere a chi dichiara di volermi bene, di essere dalla mia parte, ma so benissimo che in realtà sono tutti uniti a me da legami di soldi.

Cerco di essere una brava persona. Cerco di essere altruista, gentile, simpatico. A volte arrivo a illudermi che i soldi non hanno importanza, che se domani perdessi tutto la gente mi dimostrerebbe affetto e cado nella solita trappola della speranza, della fiducia. Alla fine sono quello che se sgarri te la fa pagare, che è diventato ricco impedendo a qualcun altro di diventarlo, che ormai tanto vale darci dentro e goderseli questi soldi. Ho fatto agli altri quello che gli altri avrebbero fatto a me, è questo che dovete capire. Se tutti mi vogliono bastardo allora posso accontentarli, stringo accordi sottobanco, accetto compromessi con le feccia più feccia che c'è, non faccio fatica a pagare smorfiose zoccolette che fin da bambine aspirano a tv e calciatori. Davvero pensate che se fossi morto da piccolo ora non ci sarebbe un altro al mio posto contro il quale puntare il vostro dito ipocrita?

Ormai sono vecchio e stanco. Nonostante le operazioni e i trapianti, non hanno ancora inventato metodi per levarti di dosso gli anni che hai dentro. Parlo con i grandi del mondo. Conosco tutti quelli che finiranno nei libri di storia e anch'io ci finirò e su di me ci saranno due versioni, ci sarà l'accusa e la difesa. Perché sono bifronte, ho due facce come la moneta che tengo in mano, la faccia di chi ha accettato le mani tese senza controllare se fossero pulite o sporche, l'altra faccia che serve per dire alla mamma non ti devi vergognare di me. Sono un peccatore, sono come voi che inciampate e cadete, la differenza è che io inciampo in peccato grossi e cado facendo parecchio rumore, perché io sono ricco, sono potente. Sono un bersaglio enorme e c'è chi vuole diventare famoso come colui che ha buttato giù l'imperatore, ha ucciso il cantante famoso, ha sparato al Papa.

Mi fanno causa perché io sono io. Sono l'esempio e lo spauracchio. Sono quello che si sputa in pubblico e si invidia in privato. Io, io e io. Io che sono superiore a tutto questo, che potrei farne a meno perché ho ville, ho barche, ho elicotteri, ogni piccola cosa che faccio la faccio per voi perché io di mio non mi serve, non ne ho bisogno. Io sono quello che vi ha salvato da ignoranti e malvagi, da retrogradi e infingardi. Io ho impedito la morte della libertà, il dissanguamento dei contribuenti, la povertà e la guerra civile. Io potevo prendere i miei soldi e abbandonarvi e invece sono rimasto qui, mi sono sacrificato per voi. Ma vi sbagliate se pensate che sia una vittoria definitiva. Quelli si nascondono, stanno zitti per un po', si mettono in attesa, ma non cambiano, non spariscono, aspettano l'occasione per tornare all'attacco, la loro religione ha come limite temporale per la vittoria rivoluzionaria la fine dei tempi.

Ho fatto i soldi infrangendo la legge e sono un vecchio che vuole continuare fare sesso. Pensate che sia l'unico? Guardate gli altri ricchi, come pensate che lo siano diventati, senza l'aiuto dei politici? Vi siete mai chiesti cosa ci fanno tutte quelle prostitute in giro? I vecchi, con o senza viagra. I vecchi vogliono fare sesso e vogliono farlo con donne belle e giovani, mica con prugne secche e senza denti che puzzano di soffritto. Sapete quanto fattura il mercato della pornografia? E adesso salta fuori che son tutti santi, sembra che io sono l'unico depravato in circolazione. Addirittura lo sdegno arriva da chi ha sempre predicato sesso libero, droga, omosessualità, prostituzione libera, pornografia, nudismo, perversione, oscenità, accusando di bigottismo i falsi moralisti e i perbenisti della detestabile borghesia capitalista. Io sono il prodotto della vostra propaganda. E voi siete come me, però senza soldi.

Un diario.

Non lo vedo da un pezzo. Me lo ricordo alto, con addosso una di quelle camicie a zero fibre naturali che gli piacevano tanto, che gliele ha portate a casa un amico dalla taillandia o altro posto esotico del genere. La puzza che riescono a produrre quelle camicie, è una roba da farti venire voglia di scappare, da farti tremare le gambe e stringere i denti. Non lo vedo da mesi. Me lo ricordo con le macchie rosse sulla pelle delle guance quando inizia a far freddo, con i capelli che anno dopo anno gli lasciano scoperta la cima della testa. Me lo ricordo camminare con quelle sue gambe lunghe, tenute rigide, lo sguardo a terra, e quando ti arriva davanti si apre come un fiore, tira fuori il sorriso di chi sta accettando una mancia e lo sguardo di chi ti chiede scusa in anticipo. Non lo vedo da un sacco di tempo. Me lo ricordo che fuma nervoso, a boccate corte e frequenti, la sigaretta che forma una brace lunghissima e viene spenta che è ancora a metà.

La mattina prima di uscire si specchia, cerca l'espressione più adatta e se la fissa nella memoria. Non è facile ricordare i muscoli che si usano per una specifica espressione, non è facile tenerli tirati per tutto il tempo che serve. Non è facile spegnere la faccia per riposare e a comando andare a recuperare gli occhi e la bocca così com'erano nello specchio la mattina prima di uscire. Oggi ha indossato gli occhi intriganti e la bocca sorniona. Ha dato un nome alle espressioni più usate, ai classici dell'empatia, così li definisce. Ha scattato delle fotografie e con un pennarello ha evidenziato le caratteristiche rilevanti. Capisci che sta verificando l'espressione perché ha sviluppato un tic che gli muove l'orecchio destro e per qualche secondo lo sguardo gli si appanna come se andasse altrove, tornasse con la memoria a un'infanzia felice.

L'ultima volta che ci siamo incontrati eravamo entrambi sulle spine, sapevamo entrambi che me ne sarei andato da quel posto senza voltarmi indietro, che l'avrei lasciato lì, l'avrei abbandonato come si abbandona un amico o un cane, dicendo a se stessi che non si può fare altro, che in fondo se la caverà benissimo. E adesso quell'amico e quel cane sono lì a confermare che sì, se la sono cavata, che ognuno di noi adesso ha un nuovo amico e un nuovo cane. Mi stringe la mano e facciamo finta che era solo ieri, che nel frattempo non è cambiato tutto, e mi offre una sigaretta, io dico no grazie, dico ho le mie, lui annuisce e restiamo un po' in silenzio. Aspetto che termini di fumare poi dico bene adesso devo andare e lui dice aspetta devo farti vedere una cosa. Faccio un passo indietro, sto per rifiutare, ma lui è già di spalle, mi sta facendo strada, proprio come succedeva allora, e io lo seguo come si segue con la macchina uno spalaneve.

Ha costruito un repertorio di battute, di barzellette, per rompere il ghiaccio, per sdrammatizzare, per creare distensione, per rallegrare l'ambiente. Possiede un archivio di risate dal quale estrae quella più adatta all'interlocutore, c'è chi adora le risate roche, le sommesse, le aperte, chi predilige lo sghignazzo e chi invece il cachinno. Si stupisce di se stesso per quanto risulti naturale l'insieme di faccia e voce e atteggiamento. L'inventario degli atteggiamenti è la parte più cervellotica, occorre stabilire in anticipo l'atteggiamento, è questione di attimi, bisogna capire da lontano quale atteggiamento usare. Spavaldo, remissivo, sicuro, caloroso, la gamma è pressoché infinita. Sperimentare, improvvisare, non basta essere se stessi a chi non ha un se stesso e nemmeno crede nell'esistenza di un se stesso.

Punta l'intero braccio, lo tiene rigido, e dice l'hai dimenticata qui. È una sveglia, non la riconosco, ci sono delle lettere che scorrono sul quadrante digitale. Non è mia, dico. Lui afferra la sveglia e dice sono mesi che ci lavoro, c'è qualcosa di strano, le lettere, vedi?, non significa niente. Non l'ho mai vista prima, dico. Lui dice si deve trovare il modo di scaricare la memoria, di scoprire il progetto di assemblaggio, sono convinto che sia un diario. Mi guarda, si aspetta una mia confessione a riguardo. Non lo so, non è mia, non l'ho mai vista prima, dico. Lui annuisce e sorride come chi accetta di essere preso in giro, come chi ti sta dando il permesso di mentire. Poi dice è stato bello rivederti. Dico sì, dico ti telefono, indico la sveglia e dico fammi sapere se riesci a capirci qualcosa. Certo, dice, sono sicuro che si tratta di un diario.

mercoledì 12 gennaio 2011

Con la presente

Mi rivolgo a te, distinto aspirante scrittore, per fornirti la consulenza gratuita che, dopo anni di fervida applicazione, disciplinata dedizione e mirabile accanimento, di certo meriti e saprai apprezzare col depresso rancore che mi aspetto e ti si addice come il farfallino e gli occhiali senza montatura, come il velluto e la tomaia perforata, i guanti di pelle e la spettinatura ricercata. Prestante scrittore in pectore, con i manuali impilati per terra negli angoli della cameretta studio boudoir, la luce giallastra della abat-jour svedese, tu che per continuare a perdonare tua moglie restando calmo e sereno la immagini ingessata, costretta a letto dal coma, a volte addirittura morta al cimitero con te che piangi in silenzio, senza perdere il contegno, poveretta dici a chi ti passa accanto, e ti batti il petto, e quando smetti di immaginarla così il peggio è andato non sei più d'umore alterato per tutto quello che non funziona nella tua vita. Quegli elenchi numerati che ti hanno venduto con su scritto ecco cosa devi fare per diventare scrittore, i consigli di chi lavora nell'ambiente, la catechesi del postulante che striscia davanti alle porte sprangate del monastero zen chiedendo se non l'illuminazione datemi l'ispirazione o almeno spiegatemi la tecnica. Eccola, figliolo, sono qua apposta, metti da parte chi vorrebbe spruzzarti addosso la polvere magica delle fatine, per una cifra modica tutti i segreti del mestiere e tu potrai essere un'altra persona, finalmente, più spiritosa, più intelligente, più profonda, più brillante. Niente di tutto questo, stimatissimo non ancora scrittore, sei ancora te stesso con le tue miserabili paturnie espressive, la tua sete di parole, ma rallegrati, beati gli aspiranti scrittori perché otterranno la mia consulenza e infatti non ti senti già meglio? Non senti il flusso energetico della sapienza che cala dal cielo e ti infonde e ristora? Tu che rimani bloccato da una parola sulla punta della lingua, ostacolato da un vocabolario limitato e un'immaginazione rachitica, con tua moglie che bisogna pensare al peggio per continuare a sopportarla, quando immagini la sua foto, il suo ologramma funebre con sotto il bottone mi piace, divento fan, i messaggi di chi le ha voluto bene che rimarranno per sempre accodati sotto al profilo grazie ai tuoi soldi, finiti in tasca al tecnico della manutenzione che impedisce lampeggi imprevisti e scatti abnormi e sbilanciamenti cromatici improvvisi. Non mi devi ringraziare, caro scrittore non riconosciuto come tale, sono qui per darti ottimi consigli, gli unici che davvero ti saranno utili per acchiappare il successo, per ottenere la pubblicazione e mettere sui biglietti da visita, sul campanello del citofono, nelle postille e nelle note a margine l'agognato epiteto di scrittore. Hai accumulato racconti precisi e ordinati, saggi e romanzi degli esordi con pagine scarabocchiate per strada, idee da sogno appuntate con diligenza nel mezzo della notte, gli sforzi eruttati in quotidiane rievocazioni di mondi interi dove faticosamente ricostruire architetture e morfologie, nessuno può avere idea di quanto ti sia costato tutto questo in termini di vita spremuta, speranze tradite, mancate consolazioni, ma ora ci sono qua io, il tuo consulente alla realizzazione personale, specializzato in aspiranti scrittori, mettiti l'anima in pace e sorridi, come quando cerchi tua moglie e non c'è, non c'è mai, sta sempre facendo la sua vita in altri posti, nel mistero dell'alterità coniugale, quando vorresti dire a tua moglie parole che non vengono alla luce, che non sono state fecondate e rimangono prigioniere nel limbo del quieto vivere, allora chiudi gli occhi e sogni di mettere grosse monete nella lapide per fiori più belli, freschi e profumati, a testimonianza del tuo amore e del tuo pentimento. Non c'è altro che tu debba conoscere per diventare lo scrittore che sai già di essere, butta via tutti i testi che ti hanno venduto per insegnarti a diventare altro da ciò che sei, per piazzare l'ennesimo esemplare dell'intramontabile fandonia della metamorfosi, sei un bruco ma diventerai una bellissima farfalla, no, sei un bruco e resterai per sempre bruco, e tua moglie è viva, sta bene, vivrà ancora a lungo per dannarti il poco di anima che ci rimane quando rompiamo qualcosa di prezioso e andiamo in pezzi, se sei fortunato non chiederà alimenti, non ti porterà via i figli. Pregiatissimo scrittore, ormai posso chiamarti così, i miei complimenti per i traguardi raggiunti e i migliori auguri per la strepitosa carriera che ti attende, sarai uno dei pochi scrittori che non vengono subissati di critiche, non presentano al fisco un reddito microscopico, non devono darsi arie andando in giro a promuovere le vendite per conto di editori, stampatori, distributori. Immagina quanto sarai invidiato d'ora in poi dalle masse di tuttora aspiranti scrittori.