lunedì 16 febbraio 2009

Giullare

Il bruto trafficava con le mani inguantate, nella scatola d’argento.
“E’ un sistema matriciale equivalente!” sentenziò il menestrello di corte, facendo attenzione a non calpestare la stola d’ermellino.
Il sire fece scricchiolare l’armatura cinque volte. Estrasse un calice dalla scatola. Lo scagliò dalla finestra.
“Come vi chiamate?” gracchiava l’ara, volando su un altro dei quattro trespoli che angolavano la stanza. “Come vi chiamate?”
Il saltimbanco rimandò voce dal cortile: “Un domanda pervicace, darei la penna remigale per poterne estrarre la cubica radice!”
Ma il sire non ascoltava e rovistava nella scatola, “Non sciupate il mio sudore. Di lacrime ne ho già pagate a sufficienza senza per questo dovervi ascoltare, o moribondi che state a pianificare i miei interventi, a seccarmi le fauci con l’acetato e il silicone.”
“Come vi chiamate?”
Dalla scatola venne fuori una spada. La ruggine a vorticare fra i campanelli alle caviglie del giullare, che tossiva, menando fendenti con la minuscola cetra.
“Come vi chiamate?”
Era d’argento, la scatola, e cesellata. Il sire ne tirò fuori una cintura, e ne fece un collare.
“Fatelo tacere il volatile, prima che gli spettri mi spezzino il bronzo degli antichi catenacci!” era la voce gioiosa del saltimbanco, ancora alle prese con astronomie dimostrate per assurdo.
“Volete che venga giustiziato, o vi basta che vada a ricordargli l’origine dei suoi tormenti?”
Non vi fu risposta e l’archibugiere ripose la polvere, con grande delusione ed aria afflitta.
“Come vi chiamate?”
I corridoi risuonavano di tacchi e speroni. Il sire parve emozionarsi ma quando vide che era solo un comune otre da pastore se lo gettò alle spalle, come se vi trovasse un gusto delicato nel maneggiarlo con furore.
Il pianto di un neonato era un sussurro che lisciò il silenzio, facendolo collimare negli interstizi. Anche l’ara smise di porre inquietanti domande, com’era solita fare i tutti i primi giorni d’aprile.
Il sire ristette. Si guardò intorno, trovando piacevole il gesto nonostante lo spavento per ombre che fuggivano lontane, in apparenza.
Il prete arringò la sottoveste fino a scoprire le caviglie ed esclamò a gran voce: “Ed ora vi canterò della giostra e di come i cinghiali scoprirono l’affare.” Ma nessuno sorrise né l’invitò a continuare.
Tutti osservavano il sire al suo ritorno verso il trono, che l’accolse di malavoglia. La scatola d’argento giaceva capovolta, svuotata, ai margini del tappeto insanguinato.
L’ara prese lo slancio e sbatté le ali contro la vetrata del salone, finendone sconvolta.
Emise un gemito, il sire, e disse: “Ecco, amici, l’ho trovato!” e mostrò l’ultimo oggetto del suo magro bottino. Un oggetto contundente e scarno ed emaciato luccicava per una somma di circostanze favorevoli. “Eccolo, vi piace?” Ed era Giordano, quell’oggetto che faceva capolino. Ed era il nome del sire, quell’oggetto.

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